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Trent’anni insieme

È Febbraio. Sono a Porto San Giorgio provincia di Fermo. Seduto in macchina a motore spento. Il parcheggio è praticamente vuoto. Guardo l’orologio sul cruscotto poi le stampelle, sistemate come sempre sul sedile del passeggero.

Con l’impugnatura rivolta verso di me in modo minaccioso:

– Ma dove siamo?

– A prendere la Genny

Come se non lo sapeste. Quattro mesi prima eravamo andati dal medico per una visita. Avevo forti dolori alla cervicale: fitte che partivano dal collo fino all’avambraccio. Girare il collo era difficile, allungare il braccio era complicato, anche trovare una posizione per dormire sembrava un’impresa.

Il medico mi fece sedere, mi si avvicinò e poggiandomi un solo pollice tra due vertebre alla base del collo mi fece urlare come se mi stesse sgozzando. Praticamente un moderno Ken Shiro in camice bianco. Poi si sedette davanti a me:

– Giangià, tu per le lunghe distanze le stampelle non le puoi più usare.

– Che vuoi dire?

– Voglio dire che se continui così tu le braccia le butti…

Nella mia mente: l’immagine delle mie braccia penzoloni in un cassonetto.

– Devi iniziare a valutare la carrozzina per le lunghe distanze.

A quelle parole sono sicuro di aver sentito tremare la terra. Da bambino per convincermi a muovere il culo i medici avevano utilizzato lo spauracchio della carrozzina. Sì la carrozzina era per me una specie di uomo nero.

– Non vuoi fare fisioterapia? Finisci in carrozzina; non vuoi fare le scale? Finisci in carrozzina; mancava solo: finisci in carrozzina se non mangi i broccoli.

E adesso nonostante avessi fatto terapia e imparato a fare le scale, sarei finito lo stesso in carrozzina. E no cazzo! La carrozzina è una cosa da handicappati.

– Ci penserò.

Manca mezz’ora all’appuntamento, picchietto sulle gambe. Mi sembra di sentire il vostro coro:

– Ma il medico che ne sa. Non ci serve altro. Non ti faremo mai cadere. Non stiamo bene insieme?

Non avete tutti i torti, trent’anni insieme, praticamente la relazione più lunga che abbia avuto.

– Sì, ma in fondo sarà solo per le lunghe distanze…

– E tu ci credi?

– E tu ci credi?

– Le solite frasi

– Sì le solite frasi: È solo un periodo…

– Mi alzo quando voglio…

– La smettete di parlare insieme?

– La carrozzina era una cosa da handicap­…

– Lo sono anche io.

– Ma che c’entra, tu hai le stampelle sei disabile. La carrozzina è da handicappati.

Rido.

– C’è poco da ridere, se ti inizi a sedere è un attimo che passerai la vita davanti alla tv con la vecchia badante ucraina… fosse almeno giovane!

Intonate in perfetta polifonia:

– Ma che non ti vedi?

Mi ammutolisco. Abbasso il finestrino e vi volto le spalle. L’aria fredda sul viso mi rilassa.

– Gambe storte, piegate… senza di noi dove vai.

– La smettete?

Urlo da solo nel parcheggio, la mia voce rimbomba. Qualche porta si apre per vedere che succede. Perfetto adesso oltre che handicappato sembro pure pazzo.

– Guarda la realtà in faccia. Senza di noi quando scopi più.

Vorrei sbattervi fuori dal finestrino: ma poi? Andare carponi fino a Genny non sarebbe un’ottima presentazione.

– Le ragazze, quando ti vedono seduto, minimo pensano: se non si regge in piedi lui figurati il cazzo.

Vi do una spinta e vi faccio sbattere contro la portiera.

Finalmente la vedo! Il tecnico sta preparando la Genny. Novanta chili di stabilità.

– Guardate sta arrivando.

Urlo come un bambino a Natale.

– Noi non ti lasceremo mai. Noi non ti faremo mai cadere.

Era proprio come quella che avevo visto usare da Valentino Rossi per attraversare la pista e andare al paddock. La guidava col movimento del busto: avanti, indietro, destra, sinistra. Valentino muoveva il busto e la Genny lo seguiva ovunque. Altro che buche quella saliva e scendeva i marciapiedi.

Indicando la Genny:

– Ma non ha il portabastoni?

Scendo dalla macchina con uno scatto che nemmeno se fossi miracolato. Vi impugno e mi avvio verso la Genny.

Vi lascio al tecnico, mi siedo e accendo il motore. Un suono suadente, quasi un sospiro.

– Ti stavo aspettando.

Porto il busto in avanti, poi indietro, Genny segue il mio movimento. Ruoto il busto verso destra e ruoto su me stesso.

Vi cerco con lo sguardo, il tecnico vi ha poggiato su una sedia a tre metri da me. Non siamo mai stati così distanti. Vi lancio un sorriso e urlo.

– Fico.

Nessuna risposta. Ora ci prendo gusto: accelero e disegno un otto sull’asfalto.

Sulle ali dell’entusiasmo:

– Ho le mani libere!

La prova termina, spengo il motore scendo dalla Genny.

– Ecco le tue stampelle – dice il tecnico.

Quando la mia presa è ben salda e il mio peso è tutto su di voi sento solo dire:

– Hai ragione, lei è più stabile.

– Hai ragione, lei è più stabile.

Slittate sull’asfalto, mollo la presa, per evitare di stamparmi faccia a terra mi appendo con tre dita a un bracciolo della Genny che crolla sulla mia gamba sinistra.

Risultato?

Distorsione alla caviglia, quarantacinque giorni disteso con la gamba alzata. Voi poggiate alla testata del letto. L’unico percorso che riesco a fare è letto-bagno. Anche il medico ha detto che per i prossimi due mesi di lunghe distanze non se ne parla.