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La fotografia di Katherine Mansfield

Durante la guerra Katherine Mansfield è a Bandol, in Costa Azzurra, dove trascorre il periodo più felice della sua vita a Villa Pauline, affacciata sul mare da un poggio assolato, dai muri rosa e dalle persiane acquamarina, con il tavolo tondo per il tè all’aperto. Confessa il suo egoismo nell’ignorare gli orrori e le carneficine, ma ha appena ritrovato la vena artistica dopo la morte del fratello, e chiude gli occhi davanti a ogni esperienza sconfortante, teme di ritrovare fuori di sé la riprova della forza cieca a cui ogni cosa è condannata. Bandol è un’oasi in un mondo di corruzione. Al capodanno del 1915, spalanca le finestre, fa scorta di legna, prepara il vino, attende l’arrivo del marito, il critico J. Middleton Murry che porta una valigia di libri “da leggere insieme dopo cena”. È già malata di tisi. Sogna una dimora in Inghilterra, che chiama The Heron Cottage in onore del fratello, arredata di bei mobili, libri, una bambola, “dove vivere un’esistenza elisabettiana”, ma la reazione fredda del marito ai suoi vagheggiamenti fa crollare ogni illusione e dissolve il ritorno di fiamma nella relazione sentimentale. È carica di disprezzo per Murry con il quale è spietata: “fino a quando mi ammalai non fosti mai chiamato a sostenere la parte dell’uomo, e non è la tua parte”. “Sei una noia”.

Il direttore dello Sphere, con il quale la scrittrice ha un contratto, chiede a Murry una fotografia della Mansfield, lui ne sceglie una di sette anni prima, che ritiene la più bella. Katherine Mansfield monta su tutte le furie e si sfoga nelle sue lettere, accusando Murry di averla ferita di proposito sapendo quanto lei detesti quella foto. “Devo dirti qualche altra cosa. Sono stata malata per quattro anni, sono cambiata, cambiata. Un’altra. Ecco una fotografia della ragazza che non ami”. Subito dopo, si cerca un agente letterario, ormai è insanabile la crisi con il marito che fino a quel momento si è fatto carico della sua promozione.

Nella solitudine la Mansfield perde il senso della realtà. Quasi per sottrarsi alla sua esistenza da invalida entra nella comunità agricolo-teosofica di Gurdjieff, Le Prieuré, nel castello di Fontainebleau, dove le assicurano che la guarigione del corpo dipende dallo spirito: “spero che nel paradiso non ci siano letti”.

I sessanta ospiti sono tutti russi, Katherine Mansfield si annulla. Giorno e notte sta rinvoltata nella sua pelliccetta, nel freddo più atroce. Con indosso le scarpe di città con il tacchetto, attende con gli altri ai lavori manuali, intorno alle gabbie dei maiali, o in cantina a trasportare la legna. In pieno inverno si leva alle sette del mattino, accende il fuoco e si immerge nell’acqua ghiacciata. Negli ultimi appunti, spicca fra i suoi taccuini un elenco di frasi di cui cerca l’equivalente russo: “Ho freddo”, “Un po’ di carta per accendere il fuoco”. Al marito otto giorni prima della fine, in una lettera scritta a matita, chiede un paio di scarpe e un giacchetto. Muore a soli 34 anni.