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“Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong (La Nave di Teseo)

Inizia come una lettera alla madre, e sorprendentemente si rivela una storia d’amore.

L’amore più duro, feroce, tattile e primitivo con cui ogni essere vivente inizia il suo percorso nel passaggio dal mondo d’acqua a quello fatto d’aria. Amare la propria madre è un bisogno per poter sopravvivere, senza questo contatto siamo deprivati e finiamo per cercare, tutta la vita, qualcosa che ci consoli di questa perdita.

L’amore di Ocean si dipana attraverso le parole in inglese, la lingua che la madre non ha mai imparato, straniera in America, anche se figlia di un soldato americano in Vietnam e quindi cittadina americana. Ma un pezzo di carta, se può salvarti la vita e garantirti la permanenza sul suolo americano, non può importi una lingua o darti un’identità che sia diversa da quella di una bambina che non ha mai imparato a leggere, perché a sei anni le hanno bruciato la scuola con il napalm e dopo non c’è stato più tempo per farlo.

Le parole di Rose sono il territorio emotivo di una ragazza vietnamita esiliata in una terra promessa, un posto nutrito di immagini e copertine patinate. “A che mi serve leggere se posso guardare le figure”. Questa è la spiegazione rabbiosa che Ocean ascolta, quando arretra pieno di vergogna davanti agli sguardi delle commesse, le cui parole spesso si rifiuta di tradurre quando vanno in un negozio e solo il suo linguaggio può essere un ponte tra i gesti scomposti, le parole smozzicate di sua madre e la curiosità fintamente ossequiosa degli altri, tesi nella possibilità di venderti qualcosa.

Ogni parola del libro disvela territori nascosti, le collere di una madre che picchia un bambino che non può difendersi, e quel contatto brutale è pur sempre una forma d’amore.

Scopriamo che la vita di Rose, la ragazza mezza americana, ma non figlia dell’uomo che le ha dato il nome e la cittadinanza e del bambino (Ocean) chiamato Little Dog, è costellata di turni di lavoro estenuanti in un centro estetico, a massaggiare piedi di donne che non la guardano, quando lei è china sulle loro callose estremità. Sentiamo le  botte inflitte da un marito frustrato che però viene cacciato via, e vediamo la ricostruzione di un’armonia fragile in una famiglia composta di donne, dove la nonna consola il bambino picchiato dalla madre facendogli rotolare un uovo sulla testa, quasi come se il gesto potesse racchiudere ogni dolore e umiliazione fisica e portarsela via, lasciandolo con pensieri freschi  e intatti. Un corpo privo di ferite.

Dove va a finire tutto quell’amore così evidente, così necessario nella vita di Ocean/Little Dog. Nella scoperta sconcertante della libertà di amare un altro ragazzo, in un momento di riconoscimento potente, come capita ai primi amori, quando il corpo esplode e la mente è pronta ad accogliere le sensazioni di un piacere che non può essere spiegato con le parole.

La madre vuole proteggere suo figlio dalla bizzarria della diversità, memore di quando, in Vietnam, ha visto ragazzi vestiti da donna che venivano scherniti e aggrediti. Rose vuole che suo figlio sia normale per non correre il rischio di essere ucciso.

Non c’è nessuna vergogna nelle parole di una madre che parla con il figlio nella loro lingua di origine, nessuna aspettativa delusa, solo il bisogno prepotente di nasconderlo come se fosse ancora piccolo, e di fare in modo che la sua omosessualità non sia per lui una condanna verso una nuova fuga.

L’amore ci sfugge, più tentiamo di avvicinarci a chi amiamo e più finiamo con il ritrarci con le mani e le braccia ustionate, dove la perdita più grande di tutte fa da contraltare a quell’allargarsi improvviso del cuore, il posto dove torniamo per stare al sicuro, l’infanzia che corre parallela accanto al nostro io adulto che si disfa nel tentativo di trovare soluzioni al caos incontrollabile che sono i sentimenti più sotterranei, e che rende le parole degne di essere scritte e lette.


La memoria è una scelta. Me lo hai detto tu una volta, dandomi la schiena, nello stesso modo in cui lo direbbe un dio. Ma se tu fossi un dio li vedresti. Guarderesti in basso verso quel boschetto di pini, le punte fresche che luccicano alla fine dei rami più alti, molli di umidità nel tardo rosso autunnale. Guarderesti oltre i rami, oltre la luce arrugginita e spaccata tra i rovi, gli aghi che cascano uno a uno mentre posi i tuoi occhi divini su di loro. Seguiresti il movimento degli aghi di pino mentre si scagliano oltre, oltre l’arco del ramo più basso, verso il letto raffreddato della foresta, fino ad atterrare sui due ragazzini distesi fianco a fianco, il sangue già secco sulle loro guance.

Anche se ricopre i volti di entrambi, il sangue appartiene al ragazzo alto, quello con gli occhi dello stesso grigio scuro che un fiume sa fare sotto l’ombra di qualcuno. Quello che resta di novembre si insinua attraverso i jeans, i maglioncini di cotone. Se tu fossi dio ti accorgeresti che ti stanno guardando in faccia.

Ma tu non sei dio.

Sei una donna. Sei una madre, e tuo figlio è disteso sotto i pini mentre tu sei seduta al tavolo della cucina dall’altra parte della città, ancora in attesa. Tuo figlio è ancora disteso sotto gli alberi accanto al ragazzo che non conoscerai mai. Sotto i vestiti appare la pelle d’oca, fa sollevare i peli sottili e traslucidi, che si piegano contro la stoffa delle magliette.

“Ehi Trev,” dice tuo figlio all’amico con il sangue incrostrato sulla guancia. “Raccontami un segreto”. Vento, aghi di pino, secondi.

“Di che genere?”.

“Un segreto e basta, un segreto normale”.

“Non ho più paura di morire”.

(Una pausa, poi una risata).

Il freddo, come l’acqua del fiume, risale verso le loro gole.

Mà. Una volta mi hai detto che la memoria è una scelta.

Ma se tu fossi dio, sapresti che è un’inondazione.

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