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La Pantera di Giosuè Carducci

La liaison all’inizio ha il sapore di una commedia salottiera e mondana. Nell’aprile del 1872 Carolina Cristofori, moglie dell’ufficiale garibaldino Domenico Piva, da Milano giunge a Bologna con un’amica per incontrare i poeti della scuola bolognese. Aspirante poetessa, colta, “è graziosissima, viso tutto greco circondato da capelli castani con soavissima e melodiosa voce… insomma è classica pura. Pantera”. Incontra Giosuè Carducci che già la conosce attraverso le lettere di ammiratrice entusiasta e che mostra subito un commosso compiacimento di poeta per le attenzioni della donna, che nei salotti milanesi proclama la grandezza dell’ispido bolognese. In un primo momento l’attrazione è motivo di “dolce idillio di poesia come uno scherzo gentile” poi esplode la passione che nasce sotto la stella del poeta di Zante, la cui figura è ancora più viva per la recente traslazione delle ossa dall’Inghilterra. Si succedono le corse a Milano o in altri luoghi per gli incontri sospirati dei due amanti, rivissuti nelle numerose lettere.

Giosuè la incita, la consiglia, scende a considerazioni sulla sintassi e la grammatica. Carolina non conosce né il greco né il latino ma è decisa a studiare, poter leggere con lei Omero e Tucidide è il sogno di Carducci. Parla con una donna che intende, dice, la sua quotidiana vita di scrittore, di artista, così si confessa nel carteggio, dove l’innamorato svela le più dolci intimità, e ricorda “il caro faccin, i riccioli amati e il color castagno… non ti far bionda”, le raccomanda. “Quanto ti amo Lina mia, quanto Lina mia quanto, quanto. Bada donna, non parlar di abbandonarmi, e soprattutto non farlo…. Guai a te e a me”.

Già a maggio Elvira, la moglie di Giosuè, scopre la tresca, ne soffre, protesta, si allontana per qualche mese. Nel 1873 rimane presso il padre a Firenze, con la piccola Tittì ma non solleva scandali. Ricorda al marito quanto ha fatto per lui: “ti ho dato tutta la mia gioventù, quando tu non eri nulla, quando io non sapeva, non poteva immaginare che tu saresti divenuto un grand’uomo”. Giosuè non tace a Lina il rimorso: “Povera donna: contro di me ha più d’una ragione: trascurata per tanto tempo, e ora dinanzi alla cruda verità che io sono sempre capace di amare ma un’altra”. Elvira tiene per sé la sua pena anche per la fierezza che egli le riconosce.

Un giorno, uno scatolone per errore viene recapitato alla casa di Carducci: un bellissimo abito di seta che non è proprio destinato alla signora Elvira, la quale lo tiene senza fiatare, lo ritaglia e ne fa vesti per le bambine. Un’altra volta, in giro per negozi a cercare un costume per un figlioletto di Lina, non trovandolo, Giosuè è in imbarazzo a continuare la ricerca perché a Bologna è ben conosciuto e tutti sanno che egli ha solo delle figlie.

La morte di Carolina per tisi, nel 1881, mette fine a chiacchiere e dicerie.

Il destino agisce beffardo con Giosuè Carducci che si vanta d’una robusta indole semplice e che ripugna le trame morbose dei romanzi ottocenteschi, portandolo a vivere proprie di quelle complicazioni che rifugge, con Carolina “donna, donnissima, campione di femminilità”.