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Come trasformo la morte in gelato

Gusto clinicamente morto del valore di cinque lacrime o poco più.

Il primo gelato ti scivola a terra sull’asfalto grigio. Non te l’aspettavi hai poco più di sei anni, uno schianto e via non hai più niente tra le mani, persone intorno al tuo corpo lanciato a venti metri dall’urto, nessuna possibilità di sporcarti mai più le mani, le grida, il gelato rimasto lì a terra con la tua prima e ultima lacrima sommersa da quelle degli altri.

La seconda lacrima scende veloce. Mangi tutto il gelato con voracità, le unghie scheggiate, ti restano sfumature di cioccolata e nocciola incrostate sulla pelle chiara, lecchi, non vuoi perderti nulla dell’adolescenza lo hai mangiato di corsa non ne hai gustato il sapore; scivola la seconda lacrima mentre leghi il laccio al braccio destro e chiedi scusa ai tuoi.

Un altro ancora lo lecchi, lo gusti e lo assapori, è buono, fresco poi si scalda, te lo godi, il tempo passa un sentore alla volta, poi è quasi finito sei oltre la metà ma che buono che è stato. Sei sporco, ti pulisci con un fazzoletto, tossisci, in silenzio accetti quel referto che non ti porterà oltre i cinquant’anni ma fin lì non puoi lamentarti.

La quarta lacrima è ferma sulle labbra. Il gelato non puoi prenderlo, lo vedi lì in mani altrui, lo stringono lo odorano lo assaporano, il gelataio ti vede, lo guardi, guardi tutto. Non puoi muoverti dalla tua sedia a rotelle sei troppo vecchio per il freddo del gelato, per i ricordi. Ma la lacrima densa non si muove di lì per paura dell’ultimo viaggio.

L’ultimo gelato si è spento insieme a te. Ti ha tradito, hai solo creduto di mangiarne almeno un po’; era lì, avresti voluto mangiarlo leccarlo gustarlo ma si è sciolto goccia dopo goccia senza che tu ce la facessi. Te ne rendi conto, ma è troppo tardi e lui evapora seguito dalla tua ultima lacrima mentre voli da un ponte, da solo, lontano da casa.