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“Heartbreaker” di Claudia Dey (Ed. Blackcoffee)

C’è in Canada una comunità che, sotto la guida del predicatore John, ha scelto di rinchiudersi in uno spazio tempo che non segue quello del resto del mondo e che si è arrestato bruscamente a quando la Comunità ha avuto inizio.

Da allora molte cose sono accadute, tra cui la scomparsa di John, inghiottito dalla terra o dall’acqua, il moltiplicarsi indisciplinato delle coppie che sono diventate famiglie. L’arrivo di un elemento estraneo a un certo punto della storia, una ragazza in una Mercedes blu, che dice di chiamarsi Billie Jean, portando alla luce segreti e desideri di un mondo asfittico, in cui le gravidanze delle adolescenti vengono portate a termine con la complicità delle loro madri, che fingono di essere incinte imbottite di gommapiuma, e dove la merce di scambio più preziosa sono le sacche di sangue dei ragazzi, vendute nel mondo di fuori in cambio di beni di consumo e sostentamento, può essere il piccolo perno destinato a modificare gli equilibri fragili della Comunità.

Nel 1985 (tempo della Comunità) Billie Jean ormai è una donna adulta, è sposata con Piombo, e ha una figlia di nome Pony Darlene, ma non è mai riuscita a farsi accettare completamente. Il suo bisogno di nuotare, in un mondo in cui gli abitanti hanno paura dell’acqua, la sua bellezza sfacciata, il suo essere fuori posto, la rendono esplosiva, inadatta al ruolo remissivo di moglie e madre che le altre ragazze e donne hanno accettato, compreso una serie di vestiti studiati per nascondere la femminilità, consistenti in tute di vari colori.

Esistono tute adatte al lavoro in casa e tute adatte alle visite a casa di amici, in modo che ogni istante del tempo di una donna sia reso visibile e processato agli occhi del mondo, giusto per far capire che non ci sono cose proibite quando ci si veste di azzurro tenue o di giallo paglierino.

L’unica libertà possibile è data dalla musica, che gli adolescenti ascoltano su vecchi giradischi, inconsapevoli del cambio di secolo, o il possesso di taniche di benzina, che permettono di riempire vecchi furgoni traballanti e uscire fuori dai confini tracciati dal potere, peraltro un potere così radicato nei gesti e nei comportamenti degli abitanti che rende inutile ogni ribellione. Perchè se tutti sono convinti che quello è il solo modo di vivere e tu vuoi essere protetto dentro la comunità, non puoi mettere in discussione la giustezza dei suoi precetti.

Ogni equilibrio sembra destinato a infrangersi, come piatti sbreccati dei servizi buoni di porcellana, quando Billie Jean scompare in una sera d’ ottobre, con il freddo polare che incombe, e dopo un incidente in cui ha fracassato il furgone del marito.

Pony Darlene si mette alla ricerca della madre, raccontando a se stessa e a noi la storia di una famiglia in cui il padre e la madre non si raccontano i segreti che hanno, avendo fatto un patto quando si sono conosciuti, nel corso del momento più drammatico della vita del giovane Piombo, quando aveva perso tutta la famiglia in un incendio e i suoi polsi ricuciti con filo blu, rendevano più evidente che mai il suo essere danneggiato.

Le cicatrici sul corpo di Piombo rendono i suoi occhi verdi se possibile più luminosi in un viso devastato, e la loro espressione fa capire a Billie Jean la lealtà assoluta che stava cercando. L’ irrequietezza di lei però non si arresta e la sua fuga successiva, dopo anni di apparente accettazione di regole di famiglia e divieti, rappresenta per tutti il momento in le cose iniziano a cambiare in maniera irreversibile.

Il romanzo è articolato in tre voci narranti: Pony Darlene, il cane di Billie Jean, Gena Rowlands (nome insolito per un cane intelligentissimo) e infine la voce di Supernatural, un ragazzo figlio di Tagliola, il migliore amico di Piombo, e che ci condurrà in maniera inaspettata alla risoluzione, se possibile, di tutte le confusioni di una comunità dove la felicità non è mai luminosa e semplice come sembra.

Quello che i protagonisti più coraggiosi troveranno saranno verità difficili da accettare, ma troveranno anche il tempo vero, e non quello arreso di colpo al delirio di un uomo.  Una volta abbattute le sicurezze che ci hanno imposto o che ci siamo fatti imporre possiamo morire, ma anche, per fortuna, vivere.

Dicevi che intorno era tutto sfocato quando rovinasti giù dalla berlina Mercedes, in quel tragitto convulso tra la statale e la tavola calda. Le braccia che ti tenevano erano le braccia sbagliate. L’odore di quell’uomo era sbagliato. La sua pelle contro la tua ti faceva rizzare i peli. Il corpo non mente mai. E poi sulla soglia della Casa dello spuntino al Manzo, uno scampanellio ed eccolo in piedi dietro il bancone. Piombo. Si voltò a guardarti. Tu neanche la vedesti la faccia sfigurata. Quello che vedesti fu il suo corpo da guerriero. La sua solidità. E poi gli occhi. Verdi, senza fondo.

Guardai Piombo adagiarti nella vasca da bagno, ti insaponò dalla testa ai piedi. Quegli occhi smarriti quando li riapristi. Prima di mettere a fuoco la stanza, mettere a fuoco lui e tendere le braccia. L’amore. Per la prima volta tu provasti amore. L’amore era un fastidio. E tu che ne sapevi?

Ho chiuso con i ragazzini, Gena Rowlands. Fammi giurare.

Scordatelo, ti dissi.

Mia madre mi aveva insegnato che, un po’ come noi, gli uomini sono fatti per lo più di istinto.