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Rainer Maria Rilke alle armi

Marie von Thurn und Taxis siede sul sofà del salotto rosso, accostato alla parete ricoperta di stampe inglesi raffiguranti scene di caccia, Rainer Maria Rilke sulla poltrona volge le spalle al giovane poeta Max Mell, l’ospite atteso, che muove incontro alla principessa per porgere i saluti. Rilke si alza di scatto con slancio adolescenziale, nonostante i tratti accentuati del viso dimostrino una certa maturità: ha da poco compiuto quarant’anni. Con i grandi occhi celesti e le labbra carnose sopra un mento corto, esprime cordialità al cospetto del visitatore che non nasconde l’entusiasmo per l’incontro con il grande poeta. Rilke si trova a Vienna da qualche giorno preoccupato per le circostanze. Si sente vittima di un’incomprensione: a Monaco lo hanno trovato idoneo all’arruolamento, per tutti i servizi di guerra con destinazione Turnau. Non avrebbe mai pensato di essere richiamato alle armi. A suo dire, è stato sottoposto a una visita militare troppo superficiale e sbrigativa, non gli è stata riconosciuta la delicata costituzione fisica. Interviene con foga la principessa, a perorarne la causa: bisogna trovare il modo di ovviare, favorendolo. Confessa di aver chiamato proprio Max Mell per sentire il suo parere, contando sulle relazioni strette che vanta con l’istituto governativo per l’educazione dei ciechi, la cui direzione è affidata al padre e che accoglie soldati feriti di guerra o riformati, assegnando loro mansioni di ripiego. Mell è costretto suo malgrado a far cadere le speranze. Spiega che le decisioni spettano alle autorità esterne all’istituzione, a più livelli sottopongono a rigido vaglio le assegnazioni, e non ha alcuna possibilità d’intervenire. Max Mell confessa quanto gli internati siano suscettibili, e con quale frequenza manifestino furiose tendenze maniacali o al suicidio, tanto che la principessa si ricrede. Meglio tener lontano il suo amico da quell’orrore. “Come potrebbe resistere, Serafico?” Usa il nomignolo con cui è solita chiamare Rilke, che non sembra più ascoltare, immerso nei pensieri.

La principessa propone di giocare a “planchette”. Fa portare dal domestico un foglio di carta che appoggia su un tavolinetto. Rilke vi scrive in ordine sparso le lettere dell’alfabeto, lasciando bianco il centro del foglio dove la principessa poggia il bicchiere capovolto. Rilke invita Mell a posare le dita opposte alle sue contro il cristallo. La principessa rivolge domande a un essere invisibile come fosse in ascolto. Il bicchiere inizia a spostarsi lentamente verso le lettere, una alla volta, creando delle frasi, all’apparenza senza senso, che la principessa riporta su un taccuino. Non è la prima volta che accade, finito l’esperimento Rilke legge assorto alcuni versi da un quaderno rilegato in pergamena, rivela che sono stati composti alla stessa maniera, anni prima. In alcuni, più violenti, è predetta la guerra. È tempo ormai di congedarsi, Mell augura a Rilke che lo accompagna fino in fondo alle scale di risolvere felicemente la questione.

Grazie all’intervento della principessa, Rilke viene assunto dall’archivio di guerra a Vienna, dove gli scrittori di fama redigono i comunicati dai bollettini che giungono dal fronte.