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La Mischia di Valentina Maini (Bollati Boringhieri)

Essere figli di due terroristi baschi dell’ETA è la condanna e il destino dei due gemelli Gorane e Jokin, che, in una Bilbao che prova a far rimarginare le ferite e ad offrirsi come città cosmopolita, consumano la loro infanzia e la prima giovinezza, assorbiti dalla solitudine ottundente, che li separa da ogni legame, eccetto il loro, psichico, fortissimo. Inizia così, questa storia dei nostri tempi di un’Europa appena trascorsa, quando viaggiare era ancora possibile, prima di ogni barriera sanitaria.

Gorane è una ragazza bizzarra, tutta chiusa nel suo universo emotivo abitato da ossessioni per il cibo che rifiuta e per uno spasmodico amore verso il fratello, alle prese con la sua propria ambiguità sentimentale e sessuale, che la porta a isolarsi persino dal suo psichiatra, che pure tenta di farla emergere dalla sua solipsistica e delirante modalità di vivere. Jokin è il gemello di Gorane, il suo alter ego bellissimo e strafottente, immerso nella droga e nella musica, che, alla ricerca di nuove possibilità, lascia Bilbao e si trasferisce a Parigi, senza lasciare speranza di ritorni indulgenti quanto impossibili.

Ascoltiamo anche le voci dei genitori dei ragazzi, a loro volta presi dal loro patriottismo senza tregua, il loro bisogno di ridare respiro e autonomia a Euskadi, la terra basca che nelle loro intenzioni assume i contorni netti di un paradiso da cui sono stati cacciati, piuttosto che del luogo in cui vivono.

Sostanzialmente i figli vengono accuditi dalla nonna, perché i loro genitori hanno troppo da fare a rendere il mondo più simile all’idea che hanno in testa, attraverso attentati e complotti, innocenti e colpevoli insieme, come bambini illusi che non si rendono conto dei sacrifici imposti a Gorane e Jokin, che per sopravvivere a un amore divelto e negato devono sviluppare forme di dipendenza che segneranno il loro futuro.

La fuga di Jokin a Parigi e l’incontro con Germana saranno il punto di svolta per entrambi i fratelli, quando Gorane, dopo una breve attesa nella loro casa natia, senza indirizzo e senza notizie, decide di cercare il gemello a Parigi.

Jokin non sa che Gorane è venuta a cercarlo, e non sa che non è la sola a volerlo ritrovare, perché un esercito di spioni è deciso a stanarlo e ad ottenere da lui risposte sull’attività eversiva dei genitori e su altre vicende legate a Euskadi.

I bisogni di Jokin risuonano nell’anima di Gorane, che si aggira tra spacciatori e attese su panchine al crepuscolo, con la caparbia insistenza dei guerrieri consumati dal loro stesso bisogno, ingegnandosi a trovare lavoro come domestica per mantenersi, senza smettere di voler ritrovare l’altra metà della sua anima.

Jokin vive e respira accanto ad altre storie, corpi di donne desideranti che lui accoglie o rifiuta con capricciosa intensità, ma non ama, visto che il suo amore è tutto per la musica e le droghe pesanti, che gli tolgono lucidità e minano la sua fuga dagli spioni.

La storia alterna flusso di coscienza a narrazione più nitida, in cui si snoda un pezzo recente e spaventoso della nostra storia europea, culminando in un amore che segue le strade tortuose di incontri inaspettati, quale quello di Gorane con la ragazza del fratello, Germana, l’unica che può testimoniare sulla vita di Jokin a Parigi.

Eppure Jokin ha troppi segreti e una pluralità di facce multicolori, come un cubo di Rubik, e forse neanche Germana sa altro che un pezzo di verità sul ragazzo che ama.

Disseminato di rimandi al linguaggio basco, alle verità nascoste dietro una parola, che diventa una cosa e poi un’altra, come un uovo che si schiude, assistiamo al dipanarsi di storie di persone vere che cercano il loro posto nel mondo. Anche se forse quello che troveranno sarà solo un pezzo di remo in un oceano, buono per trovare conforto un attimo dal caos che hanno dentro.

L’abitudine si era scavata un sentiero agevole nella mia vita, lo percorrevo ogni giorno a passo lento e sicuro. A volte Germana mi veniva a trovare all’ingresso con la scusa di fumare e mi portava un regalo, una mela, una moneta trovata per terra, un guanto dimenticato da un visitatore. Non mi faceva domande e io ero felice di non rispondere. Non parlavamo mai di cose importanti. Potrei dire che, obliquamente, sfioravamo i dialoghi senza toccarli, rapidi viandanti nella conversazione.

Mi piaceva parlare con Germana, mi piaceva non ricordare nulla dei nostri discorsi se non quella impressione di intensità e baratto che ogni sua parola mi lasciava addosso.

Ci scambiavamo cose vive, microorganismi ignoti alla comunità, capaci di rimanere invisibili addosso per parecchio tempo. Lei rispondeva energica al mio battere colpi di tamburo, il suo strumento era il violino, simile a un lamento o a una melodia gitana. Era il nostro concerto storto e segreto.