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Il funerale del banchiere Maller

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Erano già le dieci e non aveva fumato neanche una sigaretta. Di solito a quell’ora ne aveva fumate almeno quattro. Il giorno prima, però, aveva saputo del povero Maller e, dopo che il dottor Paoli, amico di famiglia, aveva dichiarato con gran convinzione che il decesso del banchiere era dovuto al suo vizio del fumo, si era ritirato nel proprio studio, si era messo allo scrittoio e con solennità aveva annotato sul suo diario “u.s.”, ultima sigaretta. Poi, sprofondato nella sua poltrona, se l’era fumata in santa pace.

In galleria del Tergesteo, dov’era seduto in quel momento al tavolino di un caffè, c’era la consueta animazione: uomini d’affari in abito gilet e bombetta, dame dai larghi cappelli ornati di piume e fiori e dalle lunghe gonne alte in vita e strette alle caviglie ed anche modesti impiegati della adiacente Banca Union dove lui aveva lavorato fino a dodici anni prima. Quella mattina, prima di andare al funerale del Maller, aveva alcuni incontri d’affari per conto della ditta Veneziani, la fabbrica di vernici sottomarine del suocero. Tra un incontro e l’altro, tornava col pensiero al Maller, che era stato direttore della Banca Union ai tempi in cui vi lavorava lui. Che personaggio! Grande fumatore, sì, ma anche grande mangiatore e bevitore. Senza parlare della sua passione per le donne! D’altra parte, era ricco e scapolo. Invecchiando poi si era calmato ed era diventato perfino sentimentale. Si mormorava che si fosse innamorato di una donna molto più giovane di lui, alla quale avrebbe lasciato in testamento buona parte della sua eredità. Gli pareva che si trattasse di una domestica o di una governante, o forse di una ballerina. Non ricordava.

A fine mattinata, dopo aver trattato i suoi affari, uscì dal Tergesteo e si incamminò verso la biblioteca civica. Appena uscito fu raggiunto da un cameriere che gli portò il suo bastone da passeggio: — Lo ha dimenticato al tavolo, signor Schmitz.

— Che distratto! — rispose lui,  — grazie. Diede al ragazzo una generosa mancia e riprese il cammino. Si ricordò con rimorso di quella volta a Villaco che aveva addirittura dimenticato sua figlia davanti ad una vetrina!

Quando fu in prossimità della biblioteca tirò fuori dal taschino l’orologio e vide che erano già le dodici e un quarto. Il funerale era previsto per le dodici! Cominciò a correre, fermandosi solo per acquistare un mazzo di fiori. Quando fu all’altezza dei Volti di Chiozza vide in lontananza il convoglio funebre. Saltò su una vettura di piazza e diede ordine al cocchiere di seguire il funerale. Era già pronto a scendere sul piazzale del cimitero di Sant’Anna, ma la vettura proseguì per fermarsi davanti al cimitero greco-ortodosso. Fu sorpreso: non gli era mai passato per la mente che il Maller, con quel cognome, potesse essere di origine greca. Fu ancora più sorpreso nel vedere che tra le persone davanti all’ingresso c’era Angiolina, il suo vecchio amore.

— Ciao, Ettore, — disse la donna, andandogli incontro con un gran sorriso.

Lui aveva il cuore in tumulto. Riaffiorava il vecchio rancore per come lei lo aveva trattato e per come lo aveva lasciato: d’improvviso, da un giorno all’altro, senza una giustificazione. Quella volta lui aveva pensato ad un altro uomo, ad un commerciante di Fiume, ma poi aveva scoperto che nella vita di lei gli uomini erano stati tanti. Belli o brutti non importava, purché avessero i soldi.

— Anche tu qui? — chiese serio.

— Come potevo mancare? Tu piuttosto?

— Beh, … anche se non lo vedevo da molti anni non potevo mancare neanch’io.

Lei lo guardò stupita e lui pensò con stizza: “Non si ricorda neppure che era il mio principale? Chissà con chi mi confonde!”. Quella volta lui lavorava in banca e le aveva parlato più volte del Maller. Non capiva piuttosto perché gli aveva detto “Come potevo mancare?”. Che fosse stata una sua amante?

— Poveretto! Che brutta fine! — disse lei.

— In questi casi non si può sapere, — rispose lui. — Forse non se n’è neanche accorto… — e riferì quello che gli aveva spiegato il dottor Paoli: che un ictus, se non ti lascia paralizzato o mezzo scemo, è in fondo un buon modo per morire. Vai in coma e non ti accorgi di niente.

Lei obbiettò, suscitando in lui un grande stupore, che non era andata così, che si era trattato di suicidio. Aveva ingoiato del Veronal. Da tempo era depresso e non usciva mai di casa. Era ossessionato dai soldi, dalla paura di non averne mai abbastanza o di poterli perdere da un momento all’altro. Non spendeva niente ed aveva sempre gli stessi abiti logori addosso. Nessuno si occupava di lui, né amici né parenti, eccetto lei, che era la sua governante.

La sua governante? Allora era lei la donna di cui si parlava, quella di cui lui si sarebbe invaghito e che sarebbe diventata sua erede! Incredibile! Suicidio, dunque, niente apoplessia. Chi lo poteva sapere meglio di lei? Gli balenò un pensiero che lo sollevò: non c’entrava allora niente il fumo! Fu preso da una voglia irresistibile di accendersi una sigaretta. Ad un funerale però non era educato. Salutò Angiolina con un pretesto e con aria indifferente, seminascosto dalle carrozze, si diresse verso via Costalunga. Si meravigliò che tra le persone radunate lì non ci fosse neanche un suo conoscente della Banca Union. Meglio così: poteva svignarsela più facilmente. Quando fu abbastanza lontano buttò via i fiori che aveva in mano e si accese una sigaretta. Non sarebbe tornato al funerale. Aveva bisogno di riflettere. Le “rane” che gli gracidavano in testa – così chiamava i pensieri che lo tormentavano continuamente – avevano da dire la loro su quello che aveva appena scoperto. Gli dicevano che non era possibile che un buontempone estroverso e godereccio come Maller si fosse suicidato; che non era credibile che fosse rimasto solo, dal momento che aveva una sorella e dei nipoti molto affezionati (si ricordava di quando loro venivano in banca a trovarlo); che era impensabile che non avesse motivazioni per vivere se era vero che si era invaghito della sua governante, e cioè di Angiolina, al punto da designarla sua erede. Gli dicevano anche, le rane, che se c’era qualcuno che aveva tutta la convenienza che quell’uomo morisse era proprio Angiolina. Si ricordava di quanto le piacessero i bei vestiti, i gioielli e la bella vita e gli venne in mente un’osservazione che una volta lei aveva fatto a proposito di un’amica che si era messa con un vecchio.  — Cosa aspetta a farsi sposare? — aveva detto — Che lui muoia? — Lo aveva detto ridendo e poi aveva aggiunto: — Potrà sempre dargli una spinta dopo! Con tutte le medicine che prende… Quella volta lui si era indignato e lei, prendendolo sottobraccio, aveva aggiunto: — Ma scherzo, dai! Bacchettone! Ora, però, quelle parole gli sembrarono illuminanti ed ebbe la certezza che lei, così spregiudicata e venale, avesse avvelenato il povero Maller. Eccitato da quella conclusione accelerò il passo. Voleva tornare presto a casa per parlarne con Livia. Trovò una vettura e, quando fu seduto, si accese smaniosamente un’altra sigaretta.

— Suicidio? Avvelenamento? — chiese la moglie stupita. — Ma non si trattava di apoplessia?

— Così ha detto il dottor Paoli, — rispose lui. — Evidentemente si è sbagliato.

— Non mi risulta poi che lui avesse una governante. Non abitava con la sorella?

— Ne sei sicura? Ma io oggi…  Fu colto da un dubbio. Si lisciò i baffi con le dita e disse: — Sapevi che il Maller era ortodosso?

— Ortodosso? Niente affatto. Era cattolico. L’ho visto diverse volte in chiesa con la sorella.

— Davvero?  Si fermò a riflettere e poi, battendo la mano sulla fronte, esclamò: — Oddio, non è possibile!

— Cosa? — chiese lei, — cosa non è possibile?

— Non ci crederai, ma… temo di essere andato al funerale sbagliato.

— Oh, Ettore! — esclamò lei, allargando le braccia, — sei davvero un caso disperato!

Si guardarono e scoppiarono entrambi a ridere.