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Non omnis morior

Vivere in un palazzo su un’antica via consolare può riservare alcune sorprese. Non solo per la facilità con cui i vecchi e malandati impianti idraulici vanno in tilt, ma anche per qualche scoperta inimmaginabile. Nelle fondamenta della palazzina dove abito sulla via Appia, durante alcuni lavori di scavo, è stato rinvenuto un sarcofago di marmo dove giaceva intatto lo scheletro di un bambino. Il sarcofago venne consegnato alla Sovrintendenza per i beni archeologici che lo datò intorno al I secolo d. C. Era appartenuto a una famiglia patrizia della gens Claudia che aveva perduto il figlio in circostanze misteriose. Su un bordo del sarcofago era scolpita questa frase: non omnis morior, non sarò morto del tutto.
Quella volta che feci una brutta esperienza con il malfunzionamento dei tubi idraulici era piovuto tutta la notte. Una pioggia torrenziale aveva riempito le strade di acqua sporca. I tombini della via Appia, dove sorgono i colombari e le catacombe romane, si erano riempiti all’inverosimile. Polle d’acqua ne scaturivano come fontane ai bordi del marciapiede sotto casa. Erano le undici di sera e prima di andare a dormire aprii la finestra della camera da letto. Era pieno inverno e nell’aria c’era una strana elettricità. Mi infilai sotto le lenzuola, tirandomi la coperta sulla testa. L’indomani mi alzai presto. Era una domenica nuvolosa, ma almeno aveva smesso di piovere. Sulla strada si erano formate pozze d’acqua che riflettevano i timidi raggi del sole. Mi sarei goduto la giornata andando a zonzo per strade e musei. Il clima uggioso invitava ad esplorare il volto antico e nascosto della Capitale.
Mi feci un caffè e lo trangugiai senza sentirne il sapore. Avevo ansia d’uscire, ma non riuscivo a spiegarmi la ragione di tanta premura. Mi trascinai in bagno ancora pieno di sonno e rimasi impietrito alla vista del pavimento inondato d’acqua sporca. Un liquido nero dall’odore nauseante aveva riempito ogni angolo del bagno. Era un liquame viscido nel quale galleggiavano grumi di materiale organico. Il tanfo acido di quella poltiglia mi entrò nelle narici, togliendomi la voglia di fare colazione. Mi sentivo disorientato, quasi sopraffatto dallo sconforto e incapace di prendere una decisione. Con circospezione mi avvicinai alla tazza del water. Era piena fino all’orlo di quella sostanza densa e grumosa che aveva invaso il pavimento. L’eruzione liquida doveva essere avvenuta nella notte dallo scarico condominiale. Avevo dormito sodo per non essermene accorto. Non mi restava che armarmi di straccio e secchio per ripulire quello schifo. La difficoltà dell’impresa mi spronò a superare l’inerzia del risveglio.
Presi dal ripostiglio la mazza per lavare a terra e, ancora in pigiama, cominciai a raccogliere la densa massa che si era accumulata sul pavimento. Usavo lo straccio per assorbire il lercio che poi strizzavo nel secchio, mentre con le mani opportunamente inguantate raccoglievo gli escrementi e gli altri residui organici. In un pugno di muco rappreso percepii tra le dita un oggetto duro che aveva la forma di una moneta. La sciacquai sotto l’acqua del lavandino per osservarla meglio e non credetti ai miei occhi. Avevo tra le mani un’antica moneta d’argento. Sul dritto c’era scritto Nero con la testa laureata dell’imperatore che aveva dato fuoco a Roma. Chissà se era autentica, ma lo avrei accertato dopo. Me la infilai nella tasca del pigiama e ripresi a lavare per terra. Ultimate le pulizie decisi di oziare ancora un po’ nel letto. L’imprevisto mi aveva lasciato addosso un senso di spossatezza. Il sonno mi raggiunse quasi subito, ma fui risvegliato da uno strano gemito. Pensai subito al verso di un gatto. Mi resi conto, però, che quel suono non veniva dall’esterno, ma da una stanza della casa. Sembrava il lamento di un animale intrappolato.
Mi alzai per ispezionare l’appartamento, stanza per stanza. Si trattava di lallazioni che riecheggiavano dal tubo di scarico del water. Scrutai nella tazza di ceramica e ascoltai con attenzione: i suoni provenivano da lì ed erano molto simili alla voce di un bambino. Notai che l’emissione vocale aveva uno strano ritmo. In certi momenti esplodeva allegra per poi ripiombare nelle acque dello scarico, confondendosi con i rigurgiti del tubo condominiale. Provai a interpellare quella voce misteriosa, a rivolgermi a lei. Ad ogni mia domanda mi ritornava su dal water una breve raffica di suoni inarticolati. Comprendevo l’assurdità della situazione e sebbene non rinunciassi a trovare una spiegazione logica, mi abbandonavo all’insensatezza di quella comunicazione. Presto i balbettii si tramutarono nel linguaggio elementare di un bambino di cinque o sei anni. Adesso la cosa in fondo allo sciacquone articolava parole di senso compiuto, così mi disse di guardare nello specchio.
Mi voltai lentamente e vidi delle macchie rosse allargarsi nella specchiera sul lavabo. Gocce di sangue ne fuoriuscivano, rigando lo specchio in tutta la sua lunghezza. La voce infantile si compiaceva del suo “gioco di magia”, così lo chiamava, ed esplose in una risata che mi raggelò. D’istinto mi portai le mani davanti agli occhi. Speravo che si trattasse di un’allucinazione, ma quando allontanai le mani dalla faccia rividi il sangue che continuava a uscire a fiotti dallo specchio. A un certo punto il lavabo ne fu ricolmo, il denso liquido tracimò e cominciò a colare sul pavimento che avevo appena finito di lavare.
La voce nel water mi disse di non preoccuparmi, che avrebbe ripulito tutto e fece seguire le sue parole a una lunga risata. Nel frattempo, il rotolo della carta igienica appeso al muro cominciò a sussultare sul supporto di metallo e a ruotare su se stesso. Una lunga striscia di carta si srotolò per terra assorbendo parte del sangue che rifluiva dal piedistallo del lavabo. La porta scorrevole della cabina doccia scivolò sulla sua guida con uno scatto. La manopola dell’acqua calda si azionò da sola e il sifone della doccia esplose in un getto d’acqua. Una mano invisibile aveva staccato il sifone dal gancio e fui investito dall’acqua bollente. Chiusi le palpebre per evitare che mi si ustionassero gli occhi, mentre il sifone si dirigeva verso lo specchio per detergere il sangue.
Mi precipitai fuori dal bagno terrorizzato e mi chiusi la porta alle spalle. Rimasi immobile nel corridoio, senza sapere cosa fare. Congiunsi le mani e invocai un intervento angelico, perché ormai mi era chiaro che nel bagno si stava scatenando una forza demoniaca. In quel momento mi ricordai della moneta d’argento nella tasca del pigiama. La estrassi e osservandola, non so perché, ritrovai la calma. L’esame di numismatica all’università mi aveva insegnato molte cose sulle monete antiche. Sul palmo della mia mano giaceva un denario risalente al I secolo d.C.
Poi mi sovvenne un ricordo che ai tempi dell’università mi aveva molto impressionato. Il culto dei morti nel mondo pagano prevedeva che nella bocca del defunto, soprattutto se di nobili origini, venisse posta una moneta. Doveva servire a pagare il viaggio nell’aldilà a Caronte, il traghettatore di anime. La mia mente a quel punto cominciò a collegare i fatti: il bagno allagato, la moneta d’argento, la voce del bambino in fondo al water. Si andava formando un’ipotesi logica e coerente, per quanto incredibile. La moneta, sistemata nella bocca di un bambino morto duemila anni prima, era risalita nel mio bagno attraverso la tubatura di scarico condominiale. Doveva trattarsi del bambino ritrovato nell’antico sarcofago durante i lavori di scavo.
Mentre ricomponevo il puzzle nella mia testa, sentii di nuovo quella voce infantile. Non sembrava più così lontana, come emessa da una profondità sotterranea, ma era un suono familiare. Dischiusi con trepidazione la porta del bagno e vidi che improvvisamente tutto era tornato al suo posto. Sullo specchio e per terra non c’era più nemmeno una goccia di sangue. Tutto sembrava tornato alla normalità e la voce che prima mi aveva spaventato, adesso non sembrava più minacciosa del miagolio di un gatto. Mi appoggiai con entrambe le mani al lavabo di ceramica e, guardandomi allo specchio, fui persuaso che lo shock del bagno allagato doveva avere giocato un brutto scherzo alla mia mente.
Improvvisamente avvertii due manine afferrarmi per il collo e stringere con forza inaudita. Non che potessi vedere quelle mani, ma potevo sentire le piccole dita affusolate lasciare segni rossi sulla gola. La stretta sulla giugulare poco a poco mi soffocava, mentre sentivo in un orecchio il respiro concitato e folle dell’aggressore. Era come una carezza di morte, un foulard delicato che si avvolgeva intorno al collo per uccidermi. E’ strano a dirsi, ma in quegli istanti più che terrore, provai la sensazione d’impotenza che accompagna il condannato a morte. Sentivo l’inesorabilità della fine per mano di un nemico invisibile. Non potevo farci nulla, solo attendere l’esito fatale. Con la coda dell’occhio riuscii a intravedere nello specchio che i segni sul collo stavano diventando violacei. Il mio respiro era diventato un soffio strozzato, mentre il suo era sempre più sadico e incontrollato. Sentivo la furia di quell’essere malefico, una volontà bestiale, votata unicamente al suo scopo omicida.
Nella mano stringevo ancora la moneta d’argento, ma involontariamente la lasciai cadere per terra. Il tintinnio del denario sulle mattonelle mi salvò, perché evidentemente la moneta era tutto ciò che il bambino desiderava. Le sue mani lasciarono la mia gola e io ripresi a respirare. Una luce rossastra si accese alle mie spalle. Nello specchio balenò la sagoma del bambino morto. Stava ritto in piedi sul bordo del water e si mostrò in tutto il suo orrore di ossa scoperte e brandelli di pelle mummificata. Nel piccolo cranio dalle orbite vuote i denti si muovevano con un impercettibile movimento come se stessero masticando qualcosa. La moneta d’argento era tornata al suo posto, nella cavità orale del defunto. Con un urlo il bambino sparì risucchiato dal tubo di scarico del water. Mi avvicinai alla tazza di ceramica e abbassai il coperchio. Il suono secco che produsse mi fece pensare alla chiusura di una bara.
Nei giorni seguenti provai a dimenticare l’accaduto, ma per lungo tempo non potei usare il water per i miei bisogni. Avevo sempre davanti agli occhi l’ospite che vi giaceva nel fondo. Chissà per quanto tempo quel bambino infernale avrebbe riposato nelle fondamenta della palazzina dove era stato rinvenuto il sarcofago con quella frase scolpita: non omnis morior.