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MARIANGELA GUALTIERI

Respira i loro nomi –
le facce. Tienili nel respiro.
Quei derelitti.


Cani con guaiti di solitudine e morsi di gelo e alcuni
Di noi rannicchiati la notte in un posto freddo. Oh!
le giunture! il vostro molle! il punto vicino, il punto
del punto! Che pasto oggi per qualcheduno!


Guarda la natura
di questa umana bestia. Nuova
specie appena da poco manifesta
forse tumore o febbre passeggera
di questo verde globo – parassita folle
che rema contro sé, prepara ai figli
un veleno tutto spruzzato storto
tutto che gonfia e ammala. Corpi grossi
ha la specie ora. E teste indebolite.
Si torna indietro. Ancora si prova
la scena primitiva del più forte
la scena di uno che bastona
uno comanda e un popolo
cieco lo sostiene contro se stesso.
Dove andiamo? Non riesco a dirlo –
guarda come arretriamo.

[da QUANDO NON MORIVO, versi e prose nella sezione
SPECIE CON ORCHI E ANIMALI ESTATICI – Einaudi 2019[


QUANDO NON MORIVO è l’ultima raccolta in ordine di tempo pubblicata da Mariangela Gualtieri, come ormai da anni, nella collana bianca Einaudi: ecco i versi riportati in copertina (nella sezione ECCE COR MEUM):

Subito si cuce questo niente da dire
ad una voce che batte. Vuole
palpitare ancora, forte, forte forte
dire sono – sono qui – e sentire che c’è
fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
un unico danzare approfondito,
e dialogo
di particelle mai assopite, mai morte
mai finite.
Siamo questo traslare
cambiare posto e nome.
Siamo un essere qui, perenne navigare
di sostanze da nome a nome. Siamo.

Un “vetrino” significativo della fase poetica recente di Gualtieri: della dolcezza ferma, del dettato chiaro e mosso, dell’idea fraterna di comunità dei viventi che lega tra loro tutti gli umani inclusi nella comunità più vasta che tiene insieme, con tutti noi, e in costante colloquio gli uni con gli altri, gli animali le piante gli alberi la terra il cielo – il mondo vivo, vivace e non, anche minerale o immoto: un’idea di fondo qui definitivamente maturata che retroattivamente si spalma sulla sua decennale produzione, fatta non solo di raccolte poetiche ma anche di recitativi per la scena. Quale idea? Di amore come dialogo e abbraccio, di legame trovato e condiviso che lascia liberi di andare per mare, cioè di poter percorrere ciascuno la propria strada portandosi tutti dietro, tenendoli stretti a sé, custoditi nel cuore e nella mente anche se da fuori non si direbbe. I segni impercettibili non sfuggono solo a sguardi finissimi: gli stessi segni che, nell’indomita attenzione della Gualtieri, destano e richiamano in un battibaleno i legami invisibili con tutto il cerchio della vita.

IL QUOTIDIANO INNAMORAMENTO

L’amore mio ha tanti di quei nomi.
Batte le foglie a volte come cielo
che scende in gocce. Tira via le foglie
secche e le trasporta in volo.
A volte l’amore mio sorge e risplende
a volte per un momento breve
mi guarda sul sentiero con occhi
spaventati di capriolo. Ha molte facce
l’amore mio. Umane facce
e musi. Ha tutte le parole.
Ha note, sinfonie, voci cantate.
Ha un vuoto così grande
che mi accoglie mi chiama e mi
atterrisce. L’amore mio.
Mi consola e mi duole.
E non muore – non muore.
Da forma a forma fiorisce.

Leggendo questo testo, che associa l’amore alla figura timida e sfuggente del capriolo, credo venga spontaneo il riferimento al Cantico dei Cantici: si illumina fuggevolmente un aspetto della poesia di Gualtieri che invoca l’attenzione al sacro e allo spirituale, e colloca il senso dell’avventura umana, su cui Gualtieri ragiona in versi e compie esplorazioni, profonde come a volo rado, dentro l’avventura della vita tutta e in una dimensione che è anche culturale, ed è soprattutto creaturale.

Cani guaiscono lontano.
Dicono a me “Attenta! Attenta!”
allora mollo la stretta del pensiero
a sento la mia anima grande fino ai cani
che non guaiscono più.

Una minuscola notazione di passaggio qui (a cui mi pare possano dare sostegno anche i versi che seguiranno): questa immersione panica nella natura non sortisce esiti estetizzanti, o un corredo sonoro e onomatopeico, nessun indugio sinestetico, e in più questi di Gaultieri non hanno nulla dei dannunziani cani del nulla. Non ne faccio una questione di distinzione per gerarchia di importanza, ovviamente, troppe sono le differenze che bisognerebbe allineare, ma è proprio diverso l’approccio per così dire tematico: mi pare che il Vate sottomettesse i dati della poetica all’affinamento e al gusto del mezzo espressivo – Gualtieri ha a cuore troppo di più i temi della propria poetica, che mi paiono argomenti fondanti d’esistenza, per distrarsi su questioni estetiche, forgia invece un dettato che è tutt’uno con l’intensità del tema / dei temi, e mi pare trovi ogni volta la voce, distinta e duttile, in cui incarnarli. La personificazione poi, specie in raccolte precedenti, è l’unica intermediazione, calzante infatti, che Gualtieri trovi e metta in atto.

Siamo qui. Siamo
dentro un mattino assolato
e possiamo io e te
da due strade lontane
tu felina – io umana
tremolare d’amore
stare dentro un’intesa


la medesima pace
sentiamo e adoriamo qualcosa
che ci tiene legate
fa di me bestia estatica e strana
e te musa o dea, creatura
ben nata – anzi no, apparsa
sulla soglia di casa.
Sei tu – o non sei
l’angelo di Tobia?


Alto si perde il tuo grido
tu che voli elegante. Perché
gridi? Voli e gridi: lasciati
invidiare. Sono due verbi
in te pieni di gioia.


LA STRADA PER TORNARE

Mi avvicino al centro
di un fetore.
Nel campo grande una morte
spande il suo putrido canto
muto tra l’erba.
Mi proteggo il respiro.
Avanzo con spavento.

Chi giace? Chi è morto?
Portento d’aria guasta
potenza che tace e ad un tempo
grida così forte s’impone
su tutto il panorama.
Ecco il dopo della battaglia
quando qualche donna pietosa
cammina nel fango a rigirare i corpi
in cerca di una faccia di un soffio
o esile lamento. Questo fetore
sarà di ognuno. Ce lo portiamo
dentro. Non lo dimenticare, mi dico.

Ecco la disadorna morte. Il gran
rimpasto delle creature. Non lo dimenticare
questo disfarsi del corpo. La strada per tornare.

Giace a brandelli, solo – ciò che era
leggiadro, elegante. Fra l’erba alta giace
dentro un lezzo. Il giovane capriolo.

[da QUANDO NON MORIVO, nella sezione
ANIMALI DI SILENZIO – Einaudi 2019[

Bell’affare, viene qui da dire: il sacro capriolo, simbolo di grazia, metafora d’amore nella poesia di Gualtieri come nel Cantico dei Cantici, ora, nelle mani di umani progrediti e disumanati, diventa preda di caccia, bersaglio di un gioco senza più scopo vitale. Un cambiamento radicale nel giro di poche pagine. Certo, la blakiana crudeltà naturale è un’espressione della vita propria della Natura:

Cuce trappole
il ragno. Cattura
corpi vivi e se ne nutre.
Qualcuno cade
nella sua rete.
Non so se un terrore
di malasorte pervada
le piccole ali che paion
festose. Se quella che sembra
una festa nasconda
timore tremore
un panico d’esca.
L’offerta ad un Dio
che ha otto zampe e
cucendo e filando
succhia intere vite.

[da QUANDO NON MORIVO, nella sezione
ANIMALI DI SILENZIO – Einaudi 2019[

Torneremo su questa raccolta recente in coda a questo tumultuoso percorso. Però, prima di fare a ritroso un cammino che risalga il corso impetuoso della poesia di Mariangela Gualtieri, vorrei solo fare una notazione sul titolo, QUANDO NON MORIVO, faulkneriano nel suono (come nel romanzo WHILE I WAS DYING – MENTRE MORIVO), all’opposto nel senso. Che qui coincide non con l’agonia della voce narrante che ascolta guarda e racconta ma con l’intervallo tra l’oscurità da cui nasciamo e l’oscurità cui torniamo che definiamo vita.

All’hashtag di questa rubrica settimanale, #perilversogiusto, dedicata a ritratti di poeti, ho aggiunto l’hashtag #vestestiva: il mio intento è alleggerire un po’ la rubrica nel breve scorcio estivo, diciamo grosso modo tra fine luglio e equinozio d’autunno, risolvendo ogni ritratto d’ora in poi in una messe di versi per ogni poeta, e annullando, o molto ridimensionando, le notazioni critiche.
Mi pare evidente che in questo articolo di svolta non ci sono riuscita…
Bene, ora mi prodigo in una nutrita trascrizione di versi e scompaio. A voi la compilation.

Da qualche parte duole
il tempo spina, la goccia avvelenata
che m’inquina, l’antico virus
sempre alle calcagna. Ospite a me
voce che si lagna vergognosa.
E questo piccolo vaso con viole
canta sul tavolino un sì di perfezione –
il suo essere qui, la sua canzone esperta
di rondini. Altissima visione.
Ingrata me. non è abbastanza oggi
in mia disperazione
il patrocinio altissimo dei fiori.


I caprioli femmina
le femmine cinghiale e tasso
istrice e porcospino e
lepre e topo di campagna e altre –
tutte queste pance
sono piene di vite nuove
che nasceranno. La macchia verde
le tiene, queste mamme future
che fanno mucchi di terra, buche
guancialini di foglie, tutte concentrate
tese affaccendate
nella protezione di qualcosa
che non sanno.

O forse sanno
dentro un tacere …


LA POESIA

Tanto d’amore viene
e sostiene. Niente che resti
non amato.


Getta ora nella pietraia
la parola più dura. Fanne pastura
per la specie. Embrione, macrospora
infezione, miccia di accensione.
Opera del sangue.

[da LE GIOVANI PAROLE, Einaudi 2015]

Sii dolce con me. sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.


La terra
non è l’ecologico campo d’applicazione
e giustizia e misura. La terra è
corpo di nostra Dea che si sgola
divinità popolata, slargata Dea
in corsa lanciata per il cielo.


Andiamo mie ossa.
Sul fondo ancora sentiamo
un poco di brace.

A volte una gioia diffusa
ci chiama e pare intessuta della fibra
di tutte le cose.

La trama misteriosa
che per certa sappiamo
nel nostro stare all’erta.

[da BESTIA DI GIOIA, Einaudi 2010]

Guardo da basso le navi
uno spargimento di luce
slarga la visione all’occhio.
Sorgono altre navi lontano
cariche di doni. Siamo affacciati
sul palpito di scogli sulle pendici
estreme della terra. Di là raccolgono
coralli e perle, invocano divinità
femmina e spargono fiori.
dentro imperi di nettare sapienza
cadiamo a picco.
Soave ancora, soave e piano
tutto il cielo va al chiaro.


Appresso a voi che del cielo siete un popolo e il nero
si staglia. Tutte come un movimento per le direzioni
chiare della sera. Adesso le voci più rade delle rondini
fanno largo alla luna. Il sole è andato. Nessun desiderio.
Vedo le cupole a smalti colorati e le campane. Le donne
parlano forte nelle gole dei vicoli.


                                         A Giovanna Sicari

Ora il gettito sborda da fondo cuore
e chiama forte che il fondo trema
e allora si posa la mano sul foglio
e dentro si forma un inchino
che la testa tagliata nel suo brulichio
ride quel riso
del demente bambino e ode
un tutto incompreso che calma
si accuccia nel calmo e guarisce
guarisce d’u alto guarire
scompare nello scomparire
e resta in quel pane
accolta, raccolta – lì resta.


FOGLIA CHE PARLA

“Un eterno
mi ha condotta
in un sogno appannato
portava un verde una linfa
a darmi da bere. C’è un respiro
immobile, un battito così rado
da nascondere il ritmo
c’è sempre un ritorno quando cado
e scompaio. C’è un odore. Un darsi
fuori e poi giù. Io sono
l’estremo la parte più esposta
la voce sono la danza.

Dove si chiede un’ala
per uscire dal fisso del tronco
io nasco”.


Sinuoso è il respiro del mare
retto il volo dell’uccello marino
spianate le armate di scogli
e tutta una geometria di grani
fa spiaggia fa muraglia
fa orma d’uomo e di cane.
Galleggiamo qui come spadaccini
al rallentatore entriamo
in tutti i bar della riviera
ma è sete decennale che ci arde
è il rombo di tutte le acque.


Mare, sono io la tua madre oggi, e tu – figlio mio largo
e solcato – capriccioso bambino di sale – quanto ti amo – io.


Natura è fatta di voci incatenate dentro.
Venite, cari ospiti del mattino che fate di ogni
giorno una festa.


Parti, vai verso l’Ararat
sali sull’Everest
vai nella trinità del mondo
senti le voci, fiamméggiati
il respiro, apri le feritoie,
sorprendi i bracconieri alle spalle
fai puntamento, fai piazza pulita
sciogli le redini dei trottatori
passa i palmizi, traversa i chiostri
e le pagode, salta le sponde
ancora un tuffo
poi di’ la formula
“cancelletto chiuditi”
e sei a casa.


Agosto è il mese più violento.
Schiaffeggia, tira
calci d’arsura, stritola il canto
con un silenzio disteso e soffoca
la tessitura dell’umido
ha colpi di spada di fuoco – ha cento
martelli e cicale diaboliche
che fingono un canto di ferro
che fingono un ballo d’ali
e non hanno mai sete mai sete.
Agosto con trappole accende i suoi fuochi
imperiali. Potente secco signore.

[da SENZA POLVERE SENZA PESO, Einaudi 2006]

Finiamo degnamente chiudendo il cerchio con un ultimo (doppio) estratto da
QUANDO NON MORIVO [Einaudi 2019]

BOSCO AMANTE BUIO

Entra nel bosco.
Ogni tanto lascia
e poi entra nel bosco.
Entra sola nel bosco. Entra
piano.

Il primo grido d’uccello
è il tuo nome.

Se incontri acqua, entra nell’acqua.
Se incontri fango, entra. Pianta
i tuoi piedi le mani dove la terra cede
e il tuo passo innesca
l’allerta grande il respiro appeso
della foresta.
Poi scendi ancora dove c’è solo
ombra. Senti le creature senza luce.
Resta immobile. Taci.

E quando il cuore
più forte batte, fermati – ascolta –
dai nome alla paura.
Studia bene il suo trono.
Come cambia il respiro
come ti tiene. Allora scendi
nel più fitto del bosco. Trema più forte.
Guarda come tremi. Studia – come s’accende
la potente paura. Impara le sue esche
nel sacro impasto dove la morte
esce dal guscio.

È questo il luogo dove tutto il cielo
cade e viene. La terra lascia fare
e tutto lega tutto s’impasta e cresce.
Tutto va come deve, ricuce
e scuce, affonda sale e si spande
morendo nutre se stesso mentre nasce.

Il secondo uccello che sbattendo
le ali ti atterrisce, comanda questo:
lascia che il bosco entri. La paura
è scesa dal suo trono.

Adesso prega. Perfettamente.
La preghiera è ascolto e tu sei ora
nel più perfetto tempio della terra.
Allora quando appare più in là
il capriolo, o incredibile il cervo
girando la sua testa di fenomeno
guarda te dal suo tacere grande
d’animale, sentiti benedetto dalla terra
e dal cielo,
tramite te la specie nostra va a bere.

Poi torna a casa.
Torna – studia – fai le tue cose
per bene. Stai vicino
stai dentro la traballante specie. Nostra.

Ma poi vai al bosco. Per tutti vai,
prega per tutti tu. Assumi anche per noi
le potenze del bosco. Tieni viva
la inquieta storta specie con orchi.
L’arrogante nostra. Tienila tu tra le mani.


Adesso buona notte, se ancora c’è una notte. Dormite
bene, se ancora c’è il dormire, cosa che spero per voi
perché è bella e dolce. Capirete la parola bella? La parola
dolce? Certo, molto più di noi, generazioni della vostra
inquieta preistoria.

La foto di Mariangela Gualtieri in questa pagina è di Dino Ignani http://www.dinoignani.net/

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