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L’albatros di Robert Louis Stevenson

È notte, la tosse non si placa, la bambinaia, Allison Cunningham, gli è accanto, lo rincuora durante gli spasmi, si prende cura di lui teneramente. Talvolta lo fa scendere dal letto, lo avvolge nelle coperte e lo accompagna alla finestra. Malinconico e febbricitante, il piccolo Robert Louis Stevenson sgrana gli occhi, perlustra il mondo attraverso il blu della notte, illuminata dai lampioni, cerca finestre di camere di ammalati come lui e il chiarore delle lampade a gas che traspare dai vetri. Non solleva gli occhi verso la luna e i corpi celesti, il suo sguardo è attratto dalla strada nell’oscurità che l’avvolge; da quella prospettiva, la vista dei minimi segnali di vita lo conforta. La tristezza e il peso della notte si dissolvono quando il buio gradualmente cede al mattino e la strada riprende ad animarsi, con le lunghe file di carri dalla campagna, i nitriti dei cavalli, gli schiocchi di frusta, le grida dei conducenti, ed altri infiniti rumori, attesi con impazienza, rollii, cigolii, che colpiscono la finestra e gli paiono allegri. Robert Louis Stevenson si trova a Colinton, vicino a Edimburgo nella canonica dei nonni.

In altre occasioni, soffre dei peggiori incubi, tanto da svegliarsi di soprassalto, urlando in preda al panico; nessuno riesce a calmare l’attacco di terrore se non il padre che lo raggiunge in camera e gli siede accanto, sul letto. Alleggerisce i pensieri con favolette e chiacchiere infantili, e racconta per filo e per segno le conversazioni tenute il giorno stesso con il conducente di un carro o un domestico, fino a che Robert Louis dimentica completamente la causa della sua angoscia.

Ricorda il presbiterio dei nonni in campagna come uno dei luoghi più felici della sua infanzia: il contatto con la natura, il lavoro dei campi, la percezione dei raggi del sole, le impressioni delle foglie cadute dagli alberi, il canto degli uccelli, non gli pare siano mai stati così vivi come a Colinton, in netto contrasto con la città, dove trascorre l’altra parte del suo tempo.

Simulando una caccia, si nasconde dentro un fitto alloro e imbraccia il fucile giocattolo e così, immedesimato nel gioco, immagina un gruppo di antilopi attraversare il prato, come se calpestassero l’erba della savana.

In una calda sera d’estate lo zio gli mostra l’osso d’ala di un Albatros, gli descrive le sue grandi dimensioni, e di come stenda le ali sull’oceano. Cita dalla Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge: “Con il mio arco ho abbattuto un Albatros”.

Da quel giorno, l’albatros assume parvenze leggendarie di figura mitica, a suggellare il fascino del favoloso che circonda l’avventura.