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Come trasformo Chester Bennington in gelato

Ci sono gelati che non dovrebbero finire mai. Gelati delicati che conosciamo a memoria per quante volte li abbiamo mangiati, gelati ottimi che ci ricordano il passato, gelati che senza volerlo ci vorrebbero dire di più di quanto non faccia il gusto che esplode nelle nostre bocche. Ma noi non ascoltiamo oltre il gusto, non vediamo quella coppa di cioccolato nero troppo nero, andrebbe alleggerito un po’ ma non poniamo attenzione per via della sua bontà, il peso del nero fondente può inabissare tutto ma chi siamo noi per notarlo?

Eppure continuiamo a consumarlo a ripeterci che è meraviglioso, ottimo, perfetto. E lecchiamo, ne parliamo, lo elogiamo, lo consumiamo.

Nessuno immagina che la sua condanna abbia radici più profonde del suo valore mentre giace sotto riflettori che illuminano ciò che deve essere illuminato e lo consumano più veloce di quanto dovrebbe.

Al nero non si sfugge.

Poi il gelato finisce. Chester Bennington si toglie la vita, il nero vince. L’amore per la figlia, l’amore per la moglie, l’amore per la musica, sciolti scivolano via dove non arriva la luce.

Io e pochi altri avevamo notato il difetto ben prima della tragedia. Quel velo sottile e impalpabile di una tristezza che non se ne va con il gusto o con la vita, che resta lì appiccicata al cuore fino a consumartelo del tutto e che se l’hai conosciuta, la riconosci all’istante negli occhi di chiunque.