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Il Dono

Nostalgia canaglia cantavano nel 1987 Al Bano e Romina Power, in gara al festival di Sanremo.

E con l’accattivante motivetto arrivarono anche terzi immagino per l’estensione di un tale sentimento tanto conosciuto da identificarvici subito tutti: infatti chi di noi non ha avvertito, vedendoli duettare su quel palco, un sottile rimpianto, una strisciante tristezza per qualcosa o qualcuno se non, magari, per entrambi?

Per me, però, non è andata così. O, almeno, l’ho sempre creduto. Nel corso della mia vita, che ha preso subito una gran brutta piega, mi ha costantemente accompagnato una penosa sensazione di vuoto, di non stare bene, di sentirmi fuori posto, di osservarmi dal di fuori come se il Carlo reale – e non la colossale pippa sprovvista di qualsivoglia capacità nonché carente del benché minimo briciolo di fiducia in se stesso quale apparivo al mondo esterno – non ce la facesse proprio a mostrarsi, non riuscisse a uscire allo scoperto. Controbilanciata dall’assoluta certezza che alla lunga sarei venuto fuori e allora se ne sarebbero accorti tutti di chi ero veramente. Cazzo se se ne sarebbero accorti tutti!

Però, nel mentre, per tirare avanti dovevo continuamente ripetermi un mio personalissimo mantra confidando nel quale ALLA FINE sarei uscito dall’inferno, IN FUTURO sarebbe cambiato tutto, DOVEVO SOLO PAZIENTARE ANCORA UN PO’ e far passare l’ennesima buriana tanto di sicuro PRIMA O POI SAREBBE ARRIVATO IL MIO TURNO, era solo una questione di tempo, e così via…

In verità il tempo continuava a scorrere e la vita a passarmi accanto, sfiorandomi appena. O così speravo. Ma la vita non la puoi fermare, non la puoi congelare. La vita compie sempre e comunque il suo percorso, a prescindere. Allora non potevo certo saperlo inconsapevole com’ero di tutto in quella mia solipsistica sofferenza capace solo di scappare, scappare e ancora scappare, sempre alla ricerca di un imprecisato altrove dove potermi riscattare. Ciononostante non riuscii a dissipare la mia vitalità. Mio malgrado.

Infatti anche se all’epoca mi sentivo ed ero profondamente infelice e incompreso, in pratica l’essere più sfortunato del pianeta, nondimeno nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza devo ammettere di aver comunque vissuto alcuni momenti che non posso non ricordare con affetto e gratitudine.

Su tutti, la trepidazione con cui aspettavo l’ultima campanella di scuola per correre a casa dove trovavo ad attendermi mia madre. Che, magari nel mio caso non sempre ma nei giorni di buona anche si, mi chiedeva subito com’era andata cosa mi era capitato e io aspettavo solo questo per poter vuotare il sacco! Magari accentuando gli aspetti negativi, le piccole scaramucce o le banali contrarietà per allarmarla quel tanto che bastava per spingerla a chiedermi un supplemento di storia. Che, poi, se invece non stavo bene era tanto meglio perché così non dovevo andare a scuola e rimanevo tutto il giorno a letto a poltrire, accudito di tutto punto, servito e riverito: “come stai, come ti senti, fammi sentire la febbre” e così dicendo mi appoggiava delicatamente la sua mano sottile sulla fronte in uno dei nostri sporadici contatti fisici: “la pancia ti fa male, hai fatto la cacca, sei stanco, guarda che se l’aspirina ti ha fatto sudare ti porto il pigiama pulito così ti cambi, vado di là a prepararti qualcosa preferisci la minestrina o la pasta al sugo (ma che domande!) di secondo se vuoi ti cucino la fettina panata che ti piace tanto…” “si mamma fammi la fettina e anche la purea di patate e, poi, per favore quando esci se passi dal giornalaio e mi comperi l’ultimo numero di topolino e qualche pacchetto di figurine, di quelle dei calciatori Panini…”

Se stavo bene, e quindi era un giorno qualsiasi, lei era lì ad aspettarmi anche alla sera aprendomi la porta di casa non appena sentiva l’ascensore fermarsi al piano falsamente incavolata (magari lei non lo era poi tanto per finta ma io voglio comunque credere di sì) perché si era tanto raccomandata: “guarda oggi vedi proprio di tornare puntuale per le sette” e invece si erano fatte le sette e mezza e io mi ero pure inzaccherato giocando a pallone nel campetto sotto casa e poi delle volte mi doveva anche disinfettare le ginocchia che mi ero sbucciato, fatto sta che era una vera goduria immergermi nel bagno caldo che lei stessa mi aveva preparato stracolmo di schiuma e bollicine (non so voi altri ma io da piccolo ho sempre fatto il bagno nella vasca, mai fatta una doccia).

La sua latente vocazione materna veniva poi esaltata dal sopraggiungere dell’ora legale: “mamma che vuol dire che dobbiamo mettere l’orologio un’ora avanti? In pratica che succede, che andiamo avanti col tempo? Ma allora l’ora la perdiamo o la guadagniamo, insomma io domani mi devo svegliare prima o posso dormire un’ora in più?” perché da quel momento in poi la sera lei poteva attuare la sua brevettata strategia: dopo che avevamo cenato, cioè intorno alle otto e mezza, faceva il giro della casa abbassando tutte le tapparelle anzi chiudendo ermeticamente quella di camera nostra di modo che anche se fuori era ancora pieno giorno dentro casa lei creava un perfetto effetto notte, necessario per poi esortarci: “allora bambini dai che è già tardi appena finito carosello lavatevi i denti e poi dritti a letto!”.

Quella notte artificiale con noi due fratellini seduti vicini sulle nostre seggioline a guardare in religioso silenzio le ultime avventure di Calimero è uno dei miei flash back preferiti.

Ma in tutta onestà devo confessare che del periodo delle elementari conservo anche qualche altro bel ricordo: le prime struggenti amicizie contraddistinte dalla mia fortissima possessività che sfociava in aperta gelosia non appena un altro bambino cercava di intromettersi tra me e l’amichetto di turno attentando al nostro affiatamento, le ricreazioni nel grande cortile alberato con lo scambio di merendine e quando la stagione lo permetteva il gioco della campana o dell’elastico un po’ da femmine è vero ma chi se ne fregava era così spassoso che ci passavo le ore, i primi pomeriggi in casa d’altri a fare i compiti e, poi, come non menzionare l’attesa di mia nonna nei giorni in cui veniva lei a riprendermi a scuola: arrivava sempre con un leggero ritardo accentuando il mio apparente disagio che in realtà celava un sottile compiacimento per quei suoi ridicoli modi da antica signora piemontese e i suoi eccentrici cappellini, dopo di che partivamo insieme in autobus alla volta di casa loro. Ma che po’ po’ di autobus, la circolare! Che forza quella circolare! Rimanevo incantato a fissare lo snodo centrale, mobile, che univa tra loro le due carrozze, fatto in maniera tale che si inclinava facendoci pencolare un po’ tutti ora a destra ora a sinistra ogni qual volta il mezzo cambiava direzione. Rimanevo poi a bocca aperta quando la nostra circolare ne incrociava un’altra all’altezza di Valle Giulia, in un punto in cui i due mezzi dapprima si affiancavano per poi scambiarsi di binario mandandomi letteralmente in sollucchero!

Ai nonni – generalmente pesantissimi – mi accomunano anche altri ricordi ma io sono principalmente legato a quelli estivi quando andavo in vacanza da loro nel Monferrato, nella loro antica villa familiare, con annesse cascina e stalla, costruita ancora nel settecento, la quale li rappresentava a meraviglia: originariamente nobile magione già ai tempi in cui ero piccolo io purtroppo irreversibilmente decaduta. Quando fuori era ancora buio al di là del muro di cinta che delimitava il nostro giardino all’italiana sentivo le voci di quei contadini pieni zeppi di rughe mischiare l’italiano col francese mentre si mettevano in moto tra bestemmie e urla che, poi, se io avevo fatto la lagna, mi portavano con loro facendomi inerpicare su di un minuscolo seggiolino collocato proprio sopra la grande ruota posteriore del trattore rosso, che all’epoca mi sembrava gigantesca, e poi le mucche, i vitellini e il loro fiato caldo nella stalla, il pane secco da conservare per le galline, le carote e la lattuga che portavamo ai coniglietti e poi, poco prima che io dovessi tornare a Roma per riprendere la scuola, la chiassosa festa della vendemmia con tutti a cantare e pestare duro sul mosto!

Se poi non mi avevano spedito al nord ed ero invece rimasto a Roma, allora al sabato e alla domenica mio padre puntualmente ci portava, me e mio fratello, al Foro Italico. Che roba! Tutte quelle statue di marmo bianco di plastici atleti, quell’architettura solenne, roboante, squadrata che accendeva la mia fantasia facendomi immaginare eclatanti gesta sportive, e, soprattutto, le due piscine olimpioniche! Quella per i tuffi, con i suoi due trampolini da tre e cinque metri e le due piattaforme, da cinque e da dieci! (da allora mi son sempre chiesto: “ma come fanno a tuffarsi di testa da lassù e entrare in acqua perfettamente diritti?”). E l’altra, quella del nuoto, dove passavamo l’intera giornata tra rumorosi tuffi a bomba, gare di capriole lanciandoci dalle spalle di papà e poi le sleppe di pizza e i gelati di tutti i tipi ma, soprattutto, tanto tanto nuoto: è stato mio padre ad insegnarmi a nuotare trasferendomi tutto il suo amore per tutto ciò che è acquatico. Comunque, il momento indimenticabile – se chiudo gli occhi mi ritorna la pelle d’oca – era quando dall’altoparlante lo speaker intimava di uscire, perché la piscina doveva chiudere. Intorno a noi intanto era calata la sera e la temperatura si era sensibilmente abbassata: mio padre dopo la doccia, per timore che prendessimo freddo, dapprima ci asciugava massaggiandoci delicatamente tutto il corpo poi ci frizionava vigorosamente la testa.

Sempre il grandioso Foto Italico – sarà un caso ma io sono finito ad abitarci vicino – è stato teatro di un altro significativo avvenimento che ha modificato la mia vita: stadio Olimpico, quello vecchio prima dei mondiali del novanta, curva Sud, campionato di calcio 1968-69, la Roma gioca in casa contro il Bologna: fu il più classico dei colpi di fulmine. Io e la Roma. Io e l’Olimpico. Io e i tifosi. Da allora è trascorso più di mezzo secolo di un puro amore per quei colori, ereditato da mio padre e che, a mia volta, ho tramandato a mio figlio in un ideale catena che confido non si spezzi mai.

Insomma, di cose belle malgrado e nonostante tutto me ne sono capitate. Malgrado non mi sentissi visto e amato anche se col senno di poi è stato giocoforza dato che mia madre faceva dentro e fuori dalle cliniche per esaurimento nervoso e mio padre reagiva alla grandissima veleggiando inarrestabile tra la più raffinata ricerca universitaria e un lodevolissimo impegno civile a tacere del suo lavoro che lo teneva lontano da casa tutto il giorno e nonostante mi rinchiudessi sempre più in me stesso tra l’altro barricandomi per delle ore al buio nel bagnetto di casa dove tra i singhiozzi serravo i pugni giurando eterna vendetta o, poco dopo, iniziasse una mia personale guerra contro il cibo che mi ha portato a estenuanti battaglie per le quali spero, comunque, di aver firmato l’armistizio finale.

E andata così, così doveva andare. Sono tuttavia riuscito a non dissipare tutto. Tanto che se a vent’anni non sapevo dove sbattere la testa desiderando solo di farla finita adesso sulla soglia dei sessanta sono pronto a vivermi profondamente tutto ciò che mi aspetta, respiro dopo respiro, con assoluto rispetto e umiltà, grato e riconoscente di tutto ciò che ho avuto. Soprattutto del mio dolore senza il quale, probabilmente, ora non sarei in grado di donare nulla.