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PAUSA COME POESIA – Felice Casucci

3.

Piove.

Dunque vi è un cielo.


4.

Mi sentivo uno zero profumato.

Schrader nel suo piccolo castello.

Le tue cosce d’architetto.

L’angelo del Plök


10.

Le mie mani le tue mani

fanfare nel gorgo della balena

sicari negli occhi dell’orizzonte.


14.

Fra le strette maglie del plotone di esecuzione

un topolino un raggio di sole

fino a toccarti per un istante le labbra.


16.

Piove.

Se dovessi dire cosa

direi “pattini di cristallo”.

Se dovessi dire quanto

“da correrti incontro”.


17.

sempre

madre

invecchi

nel

partorirmi


35.

Gli anni gonfiano di stagioni prosperano

e si distruggono.

Le conversazioni degli astri

profetizzano quest’arte.

O mosso a pietà

Zeus

volle cicale.


36.

Le donne che spiamo.

Germi di notti cieche.

Luoghi passati di pena.

Le porte che richiudiamo.


58.

Solo quando il mio mondo si decompone

intero

ecco ricomposta la mia felicità.

[da D’AMORE (ED ALTRE ERESIE), 1988 ESI Napoli/Roma – collana Il Minotauro]

La poesia di Felice Casucci è una prova generale dello stare al mondo. Con infinita purezza di cuore e accenti limpidi, i suoi versi (altrettante intermittenze del sentire e del “vedere” come fanno i giocatori di carte dopo l’ultimo rilancio) assolvono a un compito doppio: da un lato registrano e dall’altro esaminano, provando a sostituire a un’inclinazione normativa, che è del ‘voler sapere’, una savia vocazione a custodire e conservare intatti i sentimenti di quell’emotivo conoscere, ribelle in radice ad ogni rigore giudiziale, pur senza rifiutarsi, tenendosi in rischioso equilibrio per bilico poetico, di esplorare a fondo il suo scomodo oggetto: la verità annidata al fondo e resa inafferrabile da veli e illusioni. Un percorso tortuoso, se si pensa che quei veli e quegl’inganni sono talora invocati come irrinunciabili piaceri – per quanto semplici, pure desiderati. Davvero il lavorio di una vita, tutto questo ricomporre dalla decomposizione, riconoscere dallo smontaggio, azioni in conflitto tra loro raccordate dall’azione costante e lieve, sensuale e talvolta mistica, accurata e dimentica, del giurista del poeta dell’organizzatore culturale dell’uomo. Tante funzioni nella stessa persona ma senza alcuna separazione. Viceversa – come qualcuno faceva notare presentando un testo di svolta nel percorso di Felice Casucci di cui dopo dirò – grande coerenza e unitarietà di intenti, ben sintetizzati nel motto epicureo eletto a memento dal nostro, “lathe biosas” (vivi nascosto), e concretamente distillati in un esperimento culturale, un corso di Diritto e Letteratura affiancato da Felice Casucci al suo corso ordinario di Diritto Comunitario presso l’UniSannio a Benevento.

29.

Le mani sfioravano il pelo dell’acqua

nella versione biblica del nostro addio.

La tribù della notte divorava l’imbarcazione.

Diafani i corpi

prediletti.


37.

Non ho rotto la barriera di Unmon

Non ho sollevato col passo una brezza leggera

Non ho appeso stelle in cielo

Non vi è fumo sopra il battello

Non so

Non so

Non temo l’inferno

Non suono l’umile flauto di Shorin

Non è verde il muschio

Non è

in forma casuale di universo compiuto


49.

Non penso ascolto la pioggia

e la pioggia ascolta i tuoni

e i tuoni ascoltano i miei pensieri.

Me lo afferri questo cuore

come un cervo.

Che sei lontana.


65.

Non vi è niente di più semplice da raccontare

di un tradimento.

Di un amico di un fratello di una donna.

Menzogne.


71.

Non c’è niente che mi appartenga

né appartenga a te.

Siamo gente.


104.

Qualcosa in me

non è assorbito

da questo stupido impegno

di esistere.

È la parte con la quale

ti guardo.


108.

Nessun cane deve abbaiare.

Nessun gallo deve cantare.

Nessun maiale deve grugnire.

Dormite.

Uscita è per il mondo.


[ancora da: D’AMORE (ED ALTRE ERESIE), 1988 ESI Napoli/Roma – collana Il Minotauro]

Il lungo cammino personale e poetico di Felice Casucci include molte cose.

Per esempio il Circolo Minimo, associazione i cui lavori sono stati poi raccolti in un libro omonimo (1999 ESI, Napoli – collana Il Minotauro).  Così lo riassume Felice Casucci:

“Il libro del divenire. Essere che diviene dinanzi alle necessità offerta da una vita quasi impersonale. Una specie di romanzo a puntate. Storia nella storia. Lingua aporetica avviluppata al mausoleo dei sogni più segreti. Gli automatismi linguistici edificano la storia, senza raccontarla. Per grandi temi, lungo le mollichine di un salotto letterario settimanale, consumato nella vecchia stradina di un quartiere che cambia. Nella città di Napoli. Un’esperienza casuale, all’interno della quale ricadono i fatti nuovi e quelli vecchi. La nascita di una bambina, la morte di un uomo anziano, l’amore che fiorisce, la disillusione. Compaiono e scompaiono di continuo figure reali, rese talmente sottili da apparire sintomatiche di un modo di scrivere e di vivere”.

Una dichiarazione a suo modo di poetica del vivere e del poetare, per Felice Casucci, che contemporaneamente ha messo in piedi la Fondazione Gerardino Romano a Telese Terme intitolata a suo nonno, in assoluto il faro inconsapevole e involontario, costante e affidabile di tutta la giovinezza: un esempio amatissimo e imitato, per così dire, con definitivo affetto.

La Fondazione fa un lavoro instancabile di raccordo culturale e sociale con cadenza regolare: è una casa dove la letteratura la scrittura la lettura la vita familiare ruotano includendo amici e artisti con un abbraccio largo e lieve.

[da NEL VERSO NULLA RITORNA, RP Libri 2019]

III.

Insegna sempre

la vita da scegliere.


XXVIII.

Violino senza corde

suona per me

la voce di Gerardino

che si addormentò in poltrona

davanti al televisore

mentre smettevano le campane del cuore.


Questo componimento comunica con  il frammento

64. [in D’AMORE (ED ALTRE ERESIE)]

                                              Al nonno

Nella lana della canizie

stella alpina

vecchio Gerardo.

Sul percorso del raggiante Pan

da mille anni.

Delitto più nefando

mai commise il tempo.

Il lavoro è instancabile, e il suo motore efficiente, o meglio sarebbe dire la benzina sempre incendiaria, è una ricerca che coniuga il pedinamento attento di molti temi e opere scritte attorno ad essi e allo stesso tempo la saggezza del distacco e una ipocondriaca leggerezza che mentre conduce il ‘nostro’ nelle mani sicure della poesia gli fa dubitare che essa possa coprire per intero lo scopo dell’esistere, o forse solo del comprendere l’esistere.

Si aprono due strade. Una è segnata in modo marcato da NON DIMENTICARLO [2012, Napoli ESI], prosimetro che ha rappresentato nel percorso compositivo di Felice Casucci una vera svolta. L’altra è costituita da NEL VERSO NULLA RITORNA [2019, RP Libri], che a mio parere è la dimostrazione su carta di quanto tento di dimostrare con questo articolo: e cioè che, come dicevo più sopra, la poesia è una pausa, una sosta di meditazione,è la registrazione intermittente di una più continuativa riflessione sull’esistere, non in astratto ma come estrazione di un qualche senso del vivere. La dimostrazione che invoco come prova a sostegno sta proprio nella rarefazione dei versi: in NEL VERSO NULLA RITORNA [Trentanove meno una] si conferma l’andamento aforistico della formulazione, la causticità dell’enunciato, a volte lapidario – per cui il lavoro è a ridurre.

A riprova dell’intento asciugatorio, essenzializzante del dettato, che spesso descrive il limpido procedimento speculativo inscritto in questa scrittura e nella sua modalità di versificazione, il componimento VI. non c’è, la pagina, salvo quella titolazione ordinale, è vuota, bianca. È una rinuncia? Non credo, o non solo. Non è, penso, una resa. È una scrittura muta. Un atto di rivolta. E come sappiamo, Rivoltarsi è giusto. E la sensazione di chi legge è anche che tutto il resto del libro danzi attorno a quel silenzio, al volontario ammutolimento:

XIV.

L’arte mia, se arte può dirsi,

è non cercare nessuna arte.


XVI.

Le parole

si impiccano

con le mani sottili dei poeti


XVII.

Basta la vita alla tua infelicità!

Non far nulla per essa

non imbracciare le sue armi

non addestrarti

non far giustizia

non saziarti

non lasciare impronte sulle sue vesti.

[da NEL VERSO NULLA RITORNA, RP Libri 2019]

A chi si rivolge, qui, il poeta? Potrebbe qui aver ripreso quel dialogo, mai veramente interrotto, con Carlo, suo figlio, al quale parla a cuore aperto nel prosimetro cui accennavo più sopra, del 2012, NON DIMENTICARLO. Ma come è stato notato con sottigliezza da Felice Simeone, questo libro che è opera della svolta è forse anche un franco colloquio dell’autore con se stesso, ed è uno spartiacque. Un libro delicato in cui l’intimità si fa ancor più pubblica e in cui tra le parti in prosa si sviluppano gruppi di versi che spesso, come è tipico del dettato di Felice Casucci, hanno andamento aforistico, e anche criterio di senso spesso ellittico, da cui emerge una tecnica del rovesciamento, una pratica del capovolgimento che sconfessa ogni scontata formulazione comune e persegue un senso. Ciò che costituisce elemento di grande contenuto è l’assoluta onestà intellettuale esercitata nell’opera, questo presentarsi al figlio come “vanesio concentrato di quiete repulsiva e di ansia distruttiva” che prende “l’amore solo in chi lo ama”, e “assume su di sé la solenne stanchezza da portare nel mondo, cercando di tenere (Carlo) indenne, di tutelarlo, di non fargli trovare solo la propria assenza”. Nel libro Casucci lavora sulla MEMORIA in due sensi: ricorda la materia della propria formazione, e dichiara lo spostamento della percezione che ha del mondo da quando si è imposta la presenza del figlio, fruttuosa pietra d’inciampo (come la madeleine per Proust, che si trasforma e nel TEMPO RITROVATO riappare come sampietrino su cui M. traballa, perde l’equilibrio – e allora la funzione di ignitore della memoria assume altro significato, di monito: vi accennava anche Renzo Paris nel mémoir MISS ROSSELLI). Vi lascio dunque con un catalogo in cui dopotutto Felice Casucci torna a enunciare per negazioni, un lungo elenco centrato sul padre, che dialoga col figlio così come (dixit) vorrebbe dialogare con se stesso, non prima d’aver messo avanti le mani così:

Non farmi la predica, figlio mio, / sono solo tuo padre

–un’ammissione di vulnerabilità che nessuna invenzione letteraria può smentire (dunque, non è più tempo di menzogne), cui può seguire solo ciò che qui per congedo segue:

Non so farlo da solo senza il tuo aiuto.

Non so raddrizzare la schiena.

Non so mantenermi scomodo nei risvolti.

Non so commettere errori e ravvedermene.

Non so dare una faccia all’allegria.

Non so colmare le lacune della mia educazione.

Non so da che parte guardare mentre il mondo crolla.

Non so partire o tornare.

Non so aspettarmi una cura per il male.

Non so prendere la colazione del mattino.

Non so apprezzare gli sforzi della maschera d’allegria.

                                             [da NON DIMENTICARLO]

XXIX.

Gli uomini giusti

indossano tetre orchidee

senza messaggi d’amore.


XXXVII.

Occorre tanta pigrizia

per far fronte ai propri doveri

almeno pari

allo slancio che occorre

per sentirsene liberi.


XXXIX

Su vieni

a tirare la soma dell’amore

nel verso in cui

nulla ritorna.

[da NEL VERSO NULLA RITORNA, RP Libri 2019]