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La bambinaia di Kipling

All’alba s’incammina su una delle interminabili arterie polverose, che da casa porta al cuore della città, con la sua ayah, la bambinaia che spinge la carrozzella con la sorella più piccola, e che è solita pregare nella chiesa cattolica, all’incrocio con una via laterale. Rudyard le s’inginocchia accanto.  Nonostante abbia solo sette anni, ha già avuto i primi contatti con altre religioni. Meeta, la domestica di casa, lo porta nei templi Hindu. Mentre scruta nella penombra le statue degli dei benevoli, le può dare la mano, la sua giovane età glielo consente, ancora è troppo piccolo per le limitazioni di casta. 

Proseguono fino al mercato di Bombay. La frutta esposta, profumatissima, sgargiante nel giallo dorato, arancione e porpora, è uno spettacolo per i sensi. La mercanzia straborda dai banchi, passando, talvolta il piccolo Rudyard la urta con le spalle. Al ritorno impilano le cassette di frutta sulla copertura ad arco della carrozzella.

Nelle passeggiate serali costeggiano il mare, all’ombra dei palmeti che Rudyard chiama legni di Mahim, nome che nell’antica origine sanscrita significa miracolo. Quando il vento soffia forte e fa cascare le noci di cocco, fuggono con la carrozzella al sicuro, sotto il cielo aperto. 

Fin da piccolo avverte l’oscura, misteriosa minaccia nascosta nei fenomeni tropicali, così come da sempre la notte ama ascoltare le voci dei venti che frusciano tra le palme e il fogliame dei banani, e i canti delle rane arboree.

I Parsi nei vistosi abiti pregano al tramonto sulle barche leggendarie degli Arabi, le dhow, che guadano al largo sulle acque perlacee. Vicino alla sua casa sul lungomare di Bombay, sorgono le Torri del Silenzio dedicate dai Parsi alla celebrazione dei riti funebri. In alto, sul bordo, espongono i morti aspettando che gli avvoltoi, adocchiati i cadaveri, si avventino in mischia ad ali spiegate per divorarli. Un giorno Rudyard sente dire dalla madre angosciata che ha trovato la mano di un bambino in giardino, alle sue domande gli risponde di non chiedere nulla. È la sua bambinaia a fornirgli le risposte.

Nelle calure, quando è d’abitudine il riposo pomeridiano, per conciliargli il sonno la madre e Meeta raccontano brevi storie e leggende e recitano ninna nanne indiane. Al risveglio, dopo essersi vestito, si ritrova nella sala da pranzo, non senza aver ascoltato prima l’esortazione a parlare solo in inglese a mamma e a papà. Così parla a scatti, traducendo ciò che pensa e sogna nella parlata locale. La madre suona al pianoforte e canta vecchie canzoni. Poi è il momento della grande cena.

Quando è l’ora di coricarsi, la sua bambinaia gli ricorda che una testa di leopardo è incavata nel muro della nursery e vigila per accertarsi che dorma. Meeta, invece, parla solo di una testa di animale senza specificarne il genere e inconsciamente lo salva dal terrore notturno.

Il compimento della sua prima educazione e le percezioni della vita, nell’età in cui il temperamento si forma, propiziano e sollecitano l’inesauribile fantasia del grande narratore della giungla.