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La casa rossa di Hermann Hesse

Seduto sul seggiolino pieghevole, accostato al muro torto e rugoso di pietre montate a secco, con destrezza muove il pennello. Sulle ginocchia ha appoggiato la tavoletta su cui è fissato il dipinto, da un’estremità della tavolozza pende il barattolino dell’acqua per diluire i colori. Indossa un panama a larghe tese ombreggianti, dagli occhiali scuri esplora il paesaggio. Affacciato sul lago da un erboso pendio, Hermann Hesse segue “la via dei sensi” che attraversa “il mistero dell’essere”, per conciliare natura e spirito nel prodigio della luce. Immerso nella campagna verde e rigogliosa di Montagnola, borghetto ridente sui colli presso Lugano dove sceglie di vivere dal 1919, cerca equilibrio e quiete nel contatto con la natura.

Ricoverata la prima moglie in una clinica psichiatrica per disturbi psichici e affidati i figli alle cure amorevoli di amici generosi, è spinto dall’urgenza di dar libero corso alle proprie passioni, scrittura e pittura, che sente frustrate dalla condizione familiare. “Solitario e uomo difficile” che oscilla tra correnti diverse in eterno dissidio, naufrago alla deriva per il “disfacimento della famiglia”, è deciso a “ricominciare daccapo tra vigneti e foreste di castagni”.

Dopo aver alloggiato nell’ala destra di Villa Camuzzi “bizzarra e immaginifica”, in un appartamento che gode di una meravigliosa vista sul lago dal famoso poggiolo ma che è privo di riscaldamento, si trasferisce in una grande casa dalle pareti esterne dipinte di rosso. Circondata da un ampio giardino, è dotata di una biblioteca, di uno studio al primo piano riservato alla pittura, di stanze per ospitare figli e amici tra i quali Thomas Mann e Romain Rolland, che iniziano regolarmente a fargli visita a Montagnola, nell’atmosfera idilliaca del suo eremo sulla “collina d’oro”. L’amico e mecenate Hans Bodmer costruisce la Casa Rossa assecondando nel progetto le esigenze di Hermann Hesse e della nuova moglie, Ninon Ausländer, studiosa di archeologia classica, e gliela offre in comodato d’uso. Qui vivono felici “come due bambini del loro nuovo nido”.

Mentre trascorre le “ore nell’orto” e si dedica al giardinaggio, stacciando terra e cenere con il crivello, tra i girasoli giganti, i tralci di vite e gli alberi di fico, medita abbandonato al ritmo ondulatorio del lavoro. Nella mente riecheggia una musica e istintivamente ne canticchia il motivo, finché la riconosce: è il quartetto in fa maggiore per archi e oboe di Mozart, che gli ispira la sua opera maggiore, il Gioco delle perle di Vetro: ingegnosi maestri fondono la voce del mondo e dello spirito nell’armonia unica della vita, contro ogni violenza e barbarie, ideando un gioco con perle di vetro allineate sui fili di un telaio, come le note sul pentagramma.

Con gli anni si chiude nel suo isolamento, fa affiggere un cartello sul cancello della Casa Rossa: “Quando uno è diventato vecchio e ha fatto la sua parte, gli si addice di familiarizzarsi tacitamente con la morte… alla porta della sua dimora conviene passar oltre, come se fosse l’abitazione di nessuno”.