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L’editing di papà

Prima di scrivere il nostro romanzo o racconto, dobbiamo porci un problema mica da poco: e cioè, come raccontiamo la nostra storia: in prima persona o in terza persona (o magari in seconda, caso raro)? Quale sarà il nostro punto di vista, la focalizzazione?

Ricordo che nella narrazione in terza persona la vicenda è narrata da una persona diversa dal protagonista della storia. Invece l’io narrante è una tecnica in cui la vicenda è narrata e descritta da un personaggio che è (quasi sempre) protagonista. La prima permette un’identificazione profonda col protagonista, e crea un legame più forte col lettore, la storia che leggiamo sembra più vicina a noi, perché la scrittura stessa si fa più empatica. Ci sono i pro e i contro nell’una e nell’altra opzione. Non c’è una risposta univoca. Bisogna scegliere di volta in volta a seconda dei casi (in qualche caso anche alternandole fra loro nel corso del racconto). E può succedere di sbagliare nella scelta e di dover ripartire da capo a un certo punto, o perfino alla fine del romanzo. E cambiare tutto non è uno scherzo, ve lo assicuro.

A me è successo varie volte, la più clamorosa proprio con Il branco. L’avevo scritto in prima, quasi tutto al presente, baldanzosamente, con un’identificazione integrale fra me e il personaggio del protagonista, Raniero, un borgataro-paesano che vuole diventare carabiniere. Mio padre fu il primo a leggerlo, mi disse: “mi piace, mi piace molto, ma lo devi riscrivere tutto in terza. Sennò è fasullo.”

“Perché?”

“Perché… Beh, ci sono molti perché” rispose mio padre. “Perché tu non sei Raniero, questo è il principale, non sei il giovanotto diciottenne burino che vuole fare il carabiniere e vive a Marcellina e appartiene a una famiglia plebea e ignorante ecc. e si esprime in quel modo dialettale dicendo cazzo ogni tre parole e tutto il resto… Ti costringi a un linguaggio povero e quando lo abbandoni nelle parti descrittive e liriche non ci si crede più che sia Raniero che racconta. Insomma c’è un problema più che di verosimiglianza, di coerenza stilistica… anche perché devi stare sempre su Raniero, non puoi raccontare nulla senza che lui sia presente, e questo ti condiziona…”

“Ma il romanzo è sempre finzione, – gli obiettai, – artificio, comunque, è una convenzione, è chiaro che Raniero non può scrivere un romanzo, non ha gli strumenti, e dietro di lui c’è qualcun altro più istruito, lo scrittore appunto, che racconta”.

“Beh, pensaci…”

Feci un tentativo svogliato e vidi che in terza tutto funzionava meglio, non c’era più incoerenza, eccessivo attrito fra dialetto e parti in lingua, ero più libero di raccontare elevando lo stile quando era necessario senza che ciò apparisse artificioso. Il punto di vista era sempre quello di Raniero anche in terza, i tempi del racconto erano gli stessi, ma non ero più costretto sul suo sguardo, per così dire, potevo raccontare degli altri personaggi del branco senza la sua presenza. Un vantaggio che poi non sfruttai neppure molto, perché ormai l’intreccio era imbastito. Insomma, il mio vecchio ci aveva azzeccato. Mi aveva dato un consiglio di editing prezioso.