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L’amico degli amici è poeta di poeti e non solo…

[ritratto con indovinello]

QUADRI CITTADINI

Torna la folla, ad assalire, a tenere

le mura strette della città fra le porte.

In mezzo ai gridi, alle risa, ai richiami,

anche minacce, anche parole d’intesa:

sgombro il futuro di ogni resa o castigo.

In cielo appare la luna del primo quarto,

il sole scende dietro terrazze e antenne.

Di tanti ognuno comprende nel buio cuore

l’urgenza estrema di questo andare insieme,

l’uno a fianco dell’altro, portando la norma

che viene prima del pane, prima del sonno,

e qui spinge e consuma nel giorno veloce. […]

[da Simmetrie, Mondadori Milano 2007]

Cominciamo da qui per parlare di un poeta che dagli anni Sessanta attraversa la scena letteraria italiana con eleganza e ironia, e con intenso coinvolgimento personale (“solo perché contava e conta per me l’affetto”, scrive lui stesso in uno dei ritratti nel suo Libro degli Amici, Neri Pozza 2017). Mi riferisco a Elio Pecora, che forse, come me, chioserebbe che l’affetto con cui sempre si è legato “a tutti i miei amici ormai sistemati sugli altari” non può essere rimpiazzato dalla definizione modaiola di empatia, ormai di largo uso. Elio Pecora si picca di non aver mai chiesto autografi ai suoi amici, poeti e prosatori come lui, ma di conservare di ognuno un oggetto che per metonimia e sineddoche ad un  tempo racchiude i rapporti stretti con loro. Quel libro è, tra i molti pubblicati da Elio Pecora, testo emblematico anche in termini di inclinazione compositiva. È indubbiamente un mémoir in cui facciamo una strepitosa cavalcata non solo tra i grandi della nostra letteratura ma anche sulla scena culturale che come un serpente con caratteristiche camaleontiche si è mossa impetuosamente e si è molto trasformata con un morphing spietato. Dunque perlopiù prosa di sensibile raccontatore. Ma la vera sorpresa del libro è la poesia, i versi che irrompono, che sgorgano come corsi affettuosi lasciati serpeggiare per discrezione e anche per una punta di devozione. E quegli amici sono: Sandro Penna, Rodolfo Wilcock, Amelia Rosselli, Elsa Morante, Dario Bellezza, Elsa De’ Giorgi, Aldo Palazzeschi (sì, proprio l’autore di Perelà e Le sorelle Materassi), Paola Masino, Francesca Sanvitale, Alberto Moravia. Altrettanti soggetti di ritratti separati densi di cronaca culturale e condivisioni personali da cui emerge la fitta frequentazione scaturita da incontri molto più memorabili del calibro stesso degli amici in questione. Ecco un saggio di quei versi:

Dama tra le maggiori,

dello spirito s’intende,

nell’attico riattato

bazzicava la grazia, s’appisolava i terrazzo

conteggiando l’Eterno.

Promosso tra i suoi intimi

Appresi le sue favole,

insieme camminammo la città

sostammo in bar ariosi

lei giudicando il mondo

io bevendo pompelmo.

Accadde che, partito per un golfo,

subito mi proscrisse … […]

Sicuramente tu lettore, e naturalmente tu lettrice, tutti avrete riconosciuto chi è LEI. Altri indizi:

Sorelle, senza volto,

la verità, la grazia, la bellezza,

onori come regine defunte

che tu sola hai viste e bazzicate. […]

E indizi ulteriori in questi versi pregevoli e pieni d’amore, consuntivi.

Tornata

per chi sa quale buco o scalea

dal buio dei cancellati,

uguale

la frangia mogano

gli occhi d’agata,

un’arma l’ombrello

contro il mondo che lede,

tornata

alla cassa del supermercato

paga cibarie

da portare allo sprofondo

del desiderio senza porte.

Scommetto che ora tutti avete indovinato. Sì, è lei. È Elsa Morante, che anche a Elio Pecora, in uno dei loro pranzi quotidiani per le trattorie del centro storico romano, suggerì di guardarsi da Dario Bellezza e Amelia Rosselli – naturalmente divenuti amici strettissimi del poeta, per quella naturale ribellione di Elio Pecora a ogni prescrizione e ad ogni norma ottusa che forzi il suo libero giudizio. Ma non perdiamo il filo. Il libro del quale vi parlo, questo Libro degli Amici, proprio perché combina prosa e poesia, elabora una cronaca memoriale che rivela tutto un mondo, da cui come pietre emerse in un fiume affiorano i ritratti in versi degli amici del titolo, e rivela un’attitudine eclettica dell’autore affacciatasi già agli esordi del suo percorso, in La chiave di vetro, un prosimetro (ripubblicato con uno scritto di Roberto Deidier nel 2016 da Empiria di Marisa Di Iorio – un antro delle meraviglie, libreria e casa editrice in via Baccina, Rione Monti). Una sorta di doppio binario che poi nel tempo si è articolato in molte forme e ha incluso oltre alle proverbiali cronache culturali anche saggi e recensioni, testi per il teatro e molti scritti elaborati per gallerie e mostre su opere e artisti di primo piano incrociati ma più spesso curiosamente orientati nei propri passi dal caso o dal destino proprio nella direzione e all’ indirizzo di Elio Pecora, graziosamente puntuale sempre a farsi trovare e a farseli affezionare.

[…]

E tutto sarebbe perduto se dal cuore chiuso

non affiorasse  inattesa una nube violetta,

l’odore di un cibo, una voce al telefono,

il libro lasciato sul tavolo ancora da leggere.

Così il mondo intero si popola di storie concluse,

di passaggi, di soste, e un dio munifico

disegna nel cielo vasto e chiaro un arcobaleno.

[…]

Se penso alla bellezza – dice – v’incorporo

il mondo intero. La penso pensando alla morte

e tutto allora mi si presenta insostituibile,

anche i giorni della tristezza: quando l’attesa

non smette di origliare e la rabbia

accende fuochi ovunque per scaldarsi.

Chi negherà bellezza all’abbraccio

Che può esserci tolto. […]

[…]

Non si pronuncia la felicità, sta ferma nell’istante,

colma, fuor di misura, di se stessa e di tutto innamorata;

dopo la pensi come una raggiera splendente, come

un dono inatteso, e di toni soavissimi accordata.

I passaggi qui sopra provengono da Rifrazioni (Mondadori 2018), un libro che in forma di poesia intrattiene un rapporto di fitta corrispondenza amorosa proprio col Libro degli Amici da cui siamo partiti. Ma a riprova che la composizione in Elio Pecora è ordinata e rigorosa però onnivora tiriamo fuori adesso un altro pozzo fondo della sua riflessione scritta sulla vita sul mondo e sull’umano: le FAVOLE DEL GIARDINO di nuovo targate Empiria in cui tra l’altro l’autore in una breve nota iniziale chiarisce due cose: “subito mi si presentarono animali, che si mostrarono e agirono al di là di ogni mia attesa” (venite, parvulos – una conferma, no?); e, “quegli animali non somigliavano agli uomini, piuttosto erano gli uomini a somigliargli”. Ve ne offro qualche gustoso assaggio:

Il verme, che abitava

da vari mesi in un vocabolario

e che, di tanto in tanto,

scendeva a prender aria sul tappeto,

spesso non disdegnava

di fermarsi a parlare

con certe tarme, uscite a passeggiare. […]

una minuscola osservazione: se fosse inglese suonerebbe alternanza di trimetri e pentametri, bello!

INTERNO

C’era un gatto visionario

ed un ragno mezzo cieco,

proprio sotto il lampadario

riprendeva fiato un geco,

ad un tratto la pantera

assopita nella stampa

fece un salto da gran fiera

ma, feritasi la zampa

fra la porta ed il comò,

tornò in dietro nel deserto,

tra le palme s’accucciò.

Fuori il cielo era coperto.

Breve notazione: rime alternate che, come in certi componimenti di W. B. Yeats, spingono a interpretare ciascun paio di versi come coppie di emistichi, accorti e consonanti, di una stessa … frase poetica.

AL CREPUSCOLO

Il sole sbadigliò nella pineta

la Luna si vestì tutta di seta

e si posò sulla montagna viola:

le piaceva restarsene da sola

prima che si affollassero le stelle.

Fu allora che una rana disse: “Quelle

sempre con quel segare, sempre quelle!”.

Certo si riferiva alle cicale.

Un tordo che sostava nel canale

chiese alla rana: “Ma quel tuo grà grà

credi che alle cicale piacerà?”.

Tre indicazioni: una metrica, sono distici che nel cuore centrale si allungano in una ardita terzina a rime baciate (distico … caudato?, piuttosto un librare il componimento in due ali di farfalla, in una specie di chiave chiastica); l’onomatopea strizza l’occhio a tutta una voga sinestetica novecentesca; è una favola in cui con joyciana epifania gli animali rivelano al lettore umano la nostra gaia idiozia.

Questo libro di Elio Pecora, come tutti gli altri, è legato a un tempo e a un luogo.

Il tempo è l’estate, le vacanze da luglio a settembre. Il luogo è Sant’Arsenio, l’antico borgo natìo di area salernitana prossimo alla Lucania, dove ogni estate il poeta si mette in salvo dalle asprezze e dalle arsure della città, e, in una cornice bucolico-georgica di cui il poeta tutto sa e nulla ignora fin nei dettagli minimi, riesce a dare materia letteraria al proprio mondo che del contesto ambientale si sostanzia. C’è sempre dunque un fondo di complementarità che affiora, come subito era emerso in La chiave di vetro, il prosimetro che ha segnato l’inizio dell’avventura: sorta di romanzo del sé in cui la narrazione in prosa che provvede al bilancio di una giovinezza si anima poi in versi evocativi – non certo per una incertezza circa la strada da prendere tra prosa e poesia, ma perché la complementarità tra le due permette una completezza d’esperienza e lascia proliferare da subito le due anime di Elio Pecora autore: evocazione e racconto appunto, animazione e cronaca di un mondo, storia e cronaca della letteratura del proprio tempo sottratta ad esso nell’eternazione della poesia. Tutto unificato in lui, nella sua persona, voce della poesia contemporanea, e suo propagatore come organizzatore di letture e attento riunitore di poeti, quasi come “impresario di poesia”:

I POETI

Non meravigliatevi. I poeti sono tutti
un solo invisibile, indistruttibile popolo.
Parlano e sono muti. Trascorrono ère
e cantano ancora in un’antica lingua morta.

Nascono e spariscono civiltà,
ma sempre vanno lungo la strada del cuore.
Parlano di partenze, di ritorni.
Sono uguali per quel che non dicono.

Tacciono come rugiada, semenza, desiderio,
come acque scorrenti sull’argilla,
poi con il canto sottile dell’usignolo
nel bosco divengono agile sorgente sonora.

“Io compio l’avventura di restare” è stato uno dei primissimi versi composti da Elio Pecora: è l’inizio del libro Motivetto (sua seconda raccolta di versi), e si ricongiunge perfettamente con le considerazioni finali del suo mémoir in cui scrive, A Roma da cinquant’anni. […] Il tempo! È stato, s’è consumato se mi porto dentro volti, gesti, parole di tanti ai quali so ancora dare un nome. Dovrei conoscerla bene questa città. Pure, tornando di notte, […] dall’autobus, per un lungo minuto, mi vince l’ansia di aver sbagliato automezzo. Non riconosco le strade, gli incroci, le insegne […] questa città inabitabile ridotta a una immensa mangiatoia-garage. […] Vale il passato se il presente lo chiama per sostenersi. E il presente è il prossimo istante e domani. Il giorno ha ceduto alla notte, s’è compiuta la sua incompiutezza. Un passaggio in cui la prosa è sostenuta da un passo e da un criterio selettivo che è decisamente della poesia: prosa poetica, ça va sans dire. Cioè l’intreccio compositivo, saldo e lieve, agile e puntuto da cui siamo partiti, e che mi pare proprio sia il tratto dominante nel lavoro di Elio Pecora sulla propria letteratura.

Chiudo con il ritratto in versi di Alberto Moravia (sempre dal Libro degli Amici) col quale Elio Pecora per anni è andato al cinema di pomeriggio, anche per scriverne, ma principalmente per condivisione:

Proprio per te che insegui

la belva che t’insegue

e che compri altre tazze

e sedie e nuove porte

per la casa sul fiume

dove torni di rado,

proprio da te

io pretendevo il padre.

La tua grazia sta altrove:

sei simile al gabbiano

che sul fiore dell’onda

scivola e poi si drizza

verso il cielo intoccabile.