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È ora che impari qualcosa

La casa era in una zona della città in cui non era mai stato. Con molto spazio verde attorno. Una di quelle zone dove ti sembra di essere altrove, in un’altra città, tanto sei lontano dalle luci e dal frastuono. Invece era proprio in centro. Un posto residenziale, con una via privata e chiusa cui si accedeva solo attraverso un cancello di ferro che il custode, dalla guardiola a vetri posta all’entrata, apriva all’occorrenza.

Da chi dovete andare? Il tempo di avvisare il destinatario della visita e le ante si spalancarono, come fosse stato un ‘apriti sesamo’. Il viale, con pini alti e grosse chiome, che costeggiavano uno dei due lati, non era molto lungo e l’appartamento della donna da cui stavano andando era in fondo. In uno degli ultimi palazzi.

Era una delle sue prime volte. Non erano state tante infatti quelle in cui il suo capo – un uomo sulla sessantina, con i capelli appena argentati e folti – aveva deciso di portarlo con sé.

“E’ ora che cominci ad imparare qualcosa”, aveva detto scherzando mentre salivano sul taxi.

In effetti finora il lavoro che aveva svolto, tre mesi erano passati, riguardava per lo più l’inserimento di schede e foto sul sito della galleria d’arte e in alcuni portali di vendita on line.

Per questo era agitato. Anzi no, emozionato. Perché, rispetto alle altre volte, si trattava ora di un vero e proprio appuntamento. Non la visita da qualche amico gallerista a vedere un paio di cose al volo, come gli era già capitato di fare, oppure quella dalla signora a qualche metro di distanza dalla galleria, che al massimo poteva avere un paio di quadri poco importanti o qualche piccola scultura.

Stavolta si trattava di una casa intera. La donna stava vendendo l’appartamento e doveva sgomberare al più presto. Queste, a quanto sapeva, erano state le sue parole per telefono.

“La signora non sta bene”, gli disse il capo mentre percorrevano il viale, poco prima di arrivare al portone e citofonare. “Qualche anno fa ha avuto un incidente e non cammina”.

Il ragazzo si limitò a fare di sì con la testa, come a dire che aveva capito, che sarebbe stato il più possibile discreto. E poi le sedie a rotelle non erano certo un problema.

Quando arrivarono al piano, il quinto, la porta era già aperta e venne loro incontro una donna asiatica, probabilmente filippina, bassa, con indosso una specie di grembiule a fiori scuri smanicato, di quelli che si chiudono da un lato sovrapponendo sul davanti i lembi di stoffa.

La cosa che più lo stupì fu l’atteggiamento della donna: si limitò a dire a mezza bocca ‘buongiorno’, senza mai alzare lo sguardo, e mantenendo per tutto il tempo un’espressione quasi corrugata.

Il capo non gli diede peso. Dava l’impressione di essere abituato a cose ben peggiori. Contraccambiò il saluto poco cortese con un sonoro – il suo sì – ‘buongiorno’, e un sorriso a trentadue denti, e poi si fece praticamente strada da solo fiondandosi lungo il corridoio.

“Venite, venite”, li invitò una voce dal fondo. “Venite. Sono qui”.

Il ragazzo si guardò attorno. Aveva immaginato una casa ben diversa rispetto a quella che ora si trovava a visitare.

Nel piccolo disimpegno all’entrata notò che erano ammucchiate ad un angolo grosse buste di plastica piene di vestiti e sul lato opposto erano impilati libri e scatole di varia misura. C’era persino un vecchio aspirapolvere, col filo attorcigliato alla base. E poi c’era un odore strano. Di cibo speziato misto a puzza di fumo.

Sulle pareti del breve corridoio invece erano appese alcune stampe ricoperte di gore di umidità e in alcuni punti c’era il segno rettangolare di qualche quadro che adesso non c’era più.

“Venite. Sono qua!”, continuava ad esortare la padrona di casa. Mentre la filippina, sempre a testa bassa, e come parlottando, era sparita senza congedarsi dietro una porta a vetri, proprio di fronte all’entrata.

Non appena girarono l’angolo e la videro, in quello che poteva considerarsi il salotto o la sala da pranzo, il ragazzo cercò di contenere lo stupore, nonostante il suo titolare lo avesse in parte avvisato, e lottò contro l’istinto di soffermarsi a guardare più del dovuto.

La signora non era affatto anziana come se l’era, chissà perché, immaginata. E non era neppure su una sedia a rotelle.

Avrà avuto più o meno trentacinque, quarant’anni, anche se era difficile stabilirne, a quel modo, l’età.

Era sdraiata su un divano letto aperto, coperta da lenzuola bianche, con il busto leggermente rialzato e la testa appoggiata sui cuscini e fasciata da un asciugamano come fosse un turbante, perché, disse, i capelli erano ancora bagnati.

Aveva una faccia rotonda e grassa, e il corpo, di cui si vedeva quasi tutta la parte superiore e parte delle gambe, nude, era enorme e come spalmato sul materasso. Sì proprio questo il ragazzo pensò: che fosse spalmata su quel letto come una specie di crema burrosa, una sorta di budino gigantesco.

Perché era molle. Chili e chili di carne rosa e flaccida poggiata lì, in quel corpo deforme in cui, l’unica cosa che riusciva ancora a muovere bene erano le braccia.

E accanto, proprio attaccato al letto, all’altezza della testa semi distesa, c’era un piccolo tavolino circolare pieno di libri e riviste, con un posacenere stracolmo di cicche di sigarette. Da lì veniva quell’odore di fumo che li aveva accolti. Una ciminiera. E lei ne spegneva e accendeva una dietro l’altra.

“Accomodatevi”, disse, facendo uscire con noncuranza un’ampia boccata di fumo dalla bocca. “Accomodatevi”.

Si guardarono attorno, lui e il suo capo, e si sedettero entrambi su due sedie che sfilarono da sotto il tavolo. Un grosso tavolo di legno pieno zeppo di oggetti e polvere, sistemato proprio di fronte ad un ampio balcone da cui si vedevano gli alti pini e da cui filtrava, attraverso le tende, una luce bianca che illuminava tutta la stanza.

“Invio questo messaggio e sono da voi”, disse lei, come se con quel ‘sono da voi’, potesse dare l’idea di alzarsi da un momento all’altro e sedersi pure lei accanto a loro, su una di quelle vecchie sedie.

Se infatti con una mano teneva sempre la sigaretta accesa, con l’altra trafficava su un grosso tablet che prima il ragazzo non aveva notato. La sua finestra sul mondo, pensò.

Anche il capo era rimasto di primo acchito piuttosto sorpreso dalla scena. Sapeva, perché glielo aveva accennato lei stessa per telefono, che non camminava, ma pure lui non aveva idea dello stato reale in cui la signora si trovava.

L’iniziale smarrimento, che il ragazzo notò anche sul suo volto, lasciò presto spazio però ad un’espressione diversa. Si guardava intorno preoccupato, anzi no, quasi scocciato, dando ad intendere chiaramente che ciò che vedeva non gli piaceva affatto. Gli si avvicinò infatti all’orecchio, approfittando della concentrazione della signora rivolta altrove, sussurrandogli che forse era stata solo una perdita di tempo essere andati lì.

Quando lei alzò finalmente gli occhi dal piccolo schermo e poggiò il tablet sul letto, accanto al corpo, il capo sfoggiò tuttavia uno dei suoi sorrisi migliori.

“Dunque, mi spieghi pure”, disse, e incrociò le dita delle mani di fronte a sé, sul ginocchio della gamba accavallata.

“Devo vendere tutto. A breve l’appartamento non sarà più mio e devo vendere tutto”.

“Tutto?”. Ripeté il capo gettando un’occhiata generale.

Tutto. Mobili. Oggetti. Lampadari. La donna prese a dire di avere cose molto belle. E indicò delle vecchie ceramiche sopra una mensola attaccata sul muro alle loro spalle.

“Vasi da farmacia del Settecento e antichi versatoi”, disse.

Il ragazzo si voltò. Non se ne intendeva ancora, certo, ma a vederli così, alcuni senza manico, altri sbeccati, altri addirittura rotti, con delle ampie mancanze lungo il bordo superiore, non pensò potessero avere chissà che valore, e lo sguardo del capo glielo confermò.

“Oppure quel comò laggiù, guardate”, aggiunse lei, indicando un grosso mobile di legno chiaro alla loro destra, in fondo alla stanza.

Fece effetto, al ragazzo, quel ‘guardate’. Era come capire che lei lo vedeva. Per la prima volta gli sembrò di non essere più solo una presenza invisibile, se non addirittura inutile, come di solito accadeva. Ma di occupare, pur non avendo nei fatti alcuna voce in capitolo, un ruolo, un compito concreto. E cercò di darsi un tono, accavallando anche lui le gambe e incrociando le mani sul ginocchio.

“Sì”, disse il capo alzandosi. “Il cassettone sarebbe anche bello”. E gli si avvicinò. “Ma è molto, molto rovinato”.

“E poi ci sono tante stampe”, continuava lei, come se i commenti non li sentisse neppure. Alcune erano appese. Altre raccolte in cartelle. “Le apra, le apra”, disse al ragazzo.

Lui sgranò gli occhi alzandosi di scatto, poi diresse lo sguardo un po’ interrogativo ma eccitato verso il proprio titolare che con la testa gli fece segno di sì.

Erano ammucchiate dietro al tavolo, su un grosso porta tele di legno. Ne sfilò una, sciolse il nodo di un lurido nastro beige e iniziò a sfogliarle. L’odore era forte, di muffa stantia, e le stampe, non male nel disegno a dir la verità, troppo sciupate. Queste, lo sapeva da sé senza bisogno di conferme, valevano davvero poco e niente. Tant’è che il suo capo non le degnò di uno sguardo.

Aveva preso anzi a girare per l’ampio salone e toccava tutto. Statuine di porcellana mezze rotte, piccole sculture di vetro, candelabri d’ottone sporchi e dai piattelli reggicero sbilenchi.

Anche i mobili dovevano essere piuttosto ordinari. Perché ci passava accanto gettando su di essi uno sguardo superficiale e indifferente.

Pure il ragazzo, per quanto acerbo, non notò nulla di particolare. Non un intarsio raffinato, di quelli visti tante volte sui libri, né un mobile dall’aspetto simile a quelli che avevano in galleria. Cassettoni e vetrine dalle linee semplici per lo più. Forse tardo ottocenteschi.

“E poi ci sono i quadri”, disse lei rivolgendosi come a nessuno in particolare.

“Ce ne sono anche nelle altre stanze. Potete andare a vedere. Qui però ci sono i dipinti migliori”.

Mentre parlava il ragazzo si accorse che aveva iniziato a sudare. Immaginò che dovesse essere faticoso tutto questo, per una nel suo stato. La vide infatti scostarsi un po’ di dosso il lenzuolo, scoprendo ancora di più le gambe, quella pelle chiara, come di bambino, senza peluria, e dalla consistenza così gelatinosa. Si tolse anche l’asciugamano dalla testa: i capelli erano abbastanza lunghi, rossi e ricci. Li ravvivò con un veloce sfregamento della mano alla radice.

Per evitare di indugiare su di lei, il ragazzo, in piedi vicino alla cartella di vecchie stampe, dove era rimasto, diresse lo sguardo altrove.

Oltre ad un’infinità di ammenicoli c’erano, sparse qua e là, anche delle fotografie. Gente mai vista sorrideva in qualche foto di gruppo al mare, su una barca, o a qualche festa di compleanno. Nella maggior parte delle immagini c’era una ragazza roscia, con i capelli mossi che, sorpreso, il ragazzo comprese subito essere lei.

Con la scusa di dare anche lui un’occhiata in giro, imitando il capo, iniziò a camminare lento per la stanza e si avvicinò alle fotografie. Sfiorò i volumi della ricca libreria fingendo di leggerne i titoli e intanto osservava da vicino le foto. In una, a mezzo busto, la donna, magra all’epoca, indossava un’aderente canottiera nera e sorrideva sollevando un calice di spumante. Quanti anni avrà avuto qui? Una ventina. Forse qualcosa di più. Forse gli anni che ho io adesso, si disse.

Era carina. Molto. Eppure non fece fatica a ritrovare nella grossa faccia sudata che ora stava alle sue spalle, quella di allora. Gli occhi, verde scuro e dalla forma così sensualmente allungata, erano gli stessi. E anche il naso, un po’ a patata, e le labbra. Non carnose come adesso, certo, ma la forma, con le punte centrali del labbro superiore pronunciate, era identica.

“Sono io”, disse la donna, che nel frattempo si era accesa l’ennesima sigaretta.

Il ragazzo colto di sorpresa scattò, rizzando di colpo la schiena, ma provò a fare finta di niente. Si girò e le fece un mezzo sorriso, riprendendo con falsa disinvoltura a camminare con le mani incrociate dietro la schiena.

“Prima dell’incidente”, continuò lei. “Una decina d’anni fa mi sono buttata da questo balcone. L’incidente è che non sono morta”.

A quel punto lui era immobile e la fissava quasi senza respirare.

La donna guardava di fronte a sé, seria, impassibile, verso quella porta finestra, ora chiusa, che un giorno aveva forse creduto di non rivedere mai più.

“Guardi quell’icona”, gli disse poi senza voltarsi, agitando la sigaretta in aria per indicargliela. “Potrebbe essere antica, ma forse è solo vecchia”.

Con fare meccanico, il ragazzo alzò gli occhi verso il ripiano superiore: l’oggetto era poggiato sul dorso dei libri in fila uno dietro l’altro. Deglutì. Poi senza dire niente lo prese con le mani che un po’ gli tremavano e iniziò ad osservarlo, toccandolo con delicatezza. Sentiva ancora il cuore battere così violentemente che nel silenzio di quel momento temette che anche lei potesse avvertirlo.

Una Madonna col Bambino dipinta su legno. La Vergine aveva un bellissimo manto rosso, appena opacizzato dal tempo, e sul fondo oro comparivano delle scritte, forse in cirillico. Sembrava un oggetto prezioso. Gli ricordò infatti un’altra importante icona battuta in asta a New York qualche tempo prima, uno di quei record eccezionali che compaiono a più riprese sulle riviste specializzate, che spesso comprava o sfogliava in galleria.

Nel frattempo il titolare era tornato nel salone. Doveva aver visto tutte le altre stanze, senza aver trovato nulla di interessante a giudicare dalla faccia che aveva. Pareva stanco e piuttosto contrariato. Si avvicinò a loro con passo svelto.

“Bene, signora. Credo proprio non siamo noi il tramite migliore per…”. Ma poi si fermò.

Guardò l’icona che il ragazzo aveva in mano. Lui allungò le braccia e gliela porse.

Gli sembrò che gli occhi del suo capo si illuminassero. Lo vide rigirare la tavoletta diverse volte tra le mani, senza dire niente tuttavia, senza fare commenti, e poggiarla poi quasi distrattamente sul tavolo.

“Non siamo noi, dicevo, il tramite migliore per mettere in vendita tutto ciò che l’appartamento contiene. Ma posso indicargli il nome di un paio di case d’asta cui rivolgersi”.

Prese un pezzo di carta e con la sua penna stilografica scrisse dei nomi e dei numeri di telefono.

“Non c’è bisogno di dirgli che glieli ho dati io”. E porse il foglietto alla signora.

“Nel frattempo però, visto che con le aste i tempi sono davvero molto lunghi, e – continuò abbassando un po’ la voce come in tono confidenziale – mi pare di aver capito che lei abbia una certa premura, posso, per venirle incontro, acquistare io qualcosa”.

“Subito”, aggiunse dopo pochi secondi.

La donna era rimasta con gli occhi fissi su quel pezzetto di carta. Non trapelava nulla di quelli che erano i suoi pensieri. Era stato così fin dall’inizio del loro incontro. Aveva mantenuto la stessa faccia e lo stesso tono di voce sia quando aveva parlato di quadri e mobili che di morte.

Lo guardò, fece con la mano un gesto lento, un po’ teatrale, per invitare l’uomo a procedere e si accese un’altra sigaretta.

Lui ricominciò a guardarsi attorno, a muoversi in mezzo a tutte quelle cose come chi si trastulla in un mercato delle pulci senza avere però in mente niente di preciso. Poi indicò le stampe. Il ragazzo impallidì.

“Le prendo tutte”, disse. Quindi si riavvicinò al tavolo, spostò qualche oggetto, come per fare una specie di selezione, e creò un piccolo mucchio distinto di pezzi: una cornice d’argento liberty, un vecchio calamaio, due coppie di candelabri di bronzo e l’icona.

“E questi” aggiunse. “Potrei avere qualche cliente ancora interessato a queste cose”.

La donna nel frattempo aveva ripreso in mano il suo tablet e col dito scorreva veloce verso l’alto le pagine di qualche sito o, più probabilmente pensò il ragazzo, di qualche social. Sembrava ci sapesse fare. Ma non era distratta. Non appena il capo apriva bocca lei staccava veloce gli occhi dallo schermo e osservava che cosa aveva indicato.

Senza perdere altro tempo lui le propose subito una cifra che il ragazzo non si sarebbe mai aspettato. La trovò anzi incredibilmente generosa, troppo, del tutto inadeguata avrebbe azzardato, al punto che non riuscì a celare sul proprio volto un’espressione interrogativa, preoccupata, di chi non capisce cosa sta accadendo e non sa se dire o fare qualcosa. Il capo però, serio e quasi accigliato, diventato impenetrabile quanto la signora, smorzò sul nascere quell’intenzione, come ad intimargli di non fiatare. Questo era chiaro.

Non devo aprire bocca. Non devo fiatare. Si disse il ragazzo. E intanto osservava le cartelle con le stampe che il capo aveva scelto. Non devo aprire bocca, non devo fiatare. Guardava i pezzi ammucchiati sul tavolo. Li passò in rassegna uno per uno. Non devi aprire bocca, non devi fiatare. Sì, questo gli aveva detto con lo sguardo. E allora capì. In mezzo a tutta quella paccottiglia da pochi soldi, in mezzo a quegli oggetti d’antiquariato di poco valore, che solo fino a pochi minuti prima il suo titolare aveva schifato, c’era qualcosa che doveva valere una fortuna. Di certo molto, molto di più di ciò che il suo capo aveva appena offerto. C’era l’icona.

L’uomo staccò l’assegno e lasciò che la signora lo tenesse fra le dita per un po’ prima di congedarsi.

“Grazie. Sono cose molto belle. Peccato per il resto. Ma grazie”. E infilò l’assegno nella custodia del tablet come una ragazzina che vuole nascondere agli altri un giocattolo importante. Il più bello.

“Grazie”.

Al ragazzo tremavano le gambe. Gli rivenne in mente la frase ironica del suo capo di poche ore prima ‘E’ ora che impari qualcosa’. Ok. Fa parte del gioco, si disse. Ok.

Si accorse di avere le mani bagnate di sudore e la vescica d’improvviso gonfia, anche se da che era lì non aveva bevuto un goccio d’acqua. Fece finta di niente, non vedeva l’ora di uscire da quella casa. Anzi si sbrigò a cercare delle buste e a metterci dentro alcuni oggetti, quando il capo gli disse di prenderli. I candelabri e le cartelle, più pesanti, sarebbero passati a ritirarli in un secondo momento.

Arrivederci e grazie. La fattura l’avrebbero inviata via email. Era tutto. Arrivederci e grazie.

Non avrebbe voluto farlo ma, mentre a testa bassa si allontanava da quella stanza, che gli sembrava essere diventata piccolissima, non resistette alla tentazione di girare la testa, alzare gli occhi e guardare la donna in volto un’ultima volta prima di andare via. E lei gli sorrise. Non lo aveva mai fatto fino a quel momento. Mai. Né all’inizio, appena arrivati, né durante la loro breve permanenza in quella casa. Ed ecco che adesso, proprio adesso, mentre alcuni raggi di sole deboli, passando attraverso il vetro del balcone e la tenda bianca, illuminavano quella grossa faccia, ecco materializzarsi sulle labbra di carne il sorriso che il ragazzo aveva visto poco prima in fotografia. Lo stesso identico sorriso. Tanto che per un attimo gli sembrò di vedere sdraiata su quel divano letto proprio la giovane e raggiante ragazza della foto. Che sorrideva non per gratitudine. Non era un altro modo, l’ennesimo, per dire ancora una volta grazie. Era fiducia quella. Un sorriso di fiducia stampato su quella bocca che loro – sì, loro, insieme – andando via a quel modo, stavano spegnendo. Un’altra volta.

Percorsero il corridoio a passo svelto e giunti davanti alla porta, che trovarono già aperta dalla filippina, spuntata dal nulla come in una sorta di apparizione sinistra, il ragazzo si bloccò.

“Scusi”, disse con la gola asciutta rivolgendosi al proprio titolare che era già a metà delle scale. “Ma proprio non posso aspettare”. Poggiò le buste a terra, nel piccolo disimpegno. “Lei vada pure avanti”.

Con la scusa di andare in bagno, riuscì a tornare indietro e passare di nuovo nel salone.

“Mi perdoni”, disse alla signora, che nel frattempo era di nuovo ripiombata nella sua realtà virtuale. “Ho dimenticato di darle una cosa”.

Sdraiata sul divano letto, con le lenzuola adesso abbassate fino ai piedi, la signora dai capelli rossi teneva fra le mani un secondo foglietto. Non era quello con i numeri di telefono trascritti con la stilografica. Quello l’aveva poggiato sul tavolino rotondo. Su questo c’erano i nomi di alcuni siti web che avevano a che fare con risultati di vendite all’asta di opere d’arte. Di record. Uno in particolare, più volte sottolineato dal ragazzo, si riferiva ad una vendita fatta a New York poco tempo prima.

Il tablet nel frattempo si era oscurato. La donna spinse il pulsante sul lato per sbloccarlo e lo schermo si illuminò.