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Patrizia Pieri: “Volevo comunicare la mia verità”

Patrizia Pieri è una fotografa romana che per anni ha seguito una sua personale storia da narrare, diventata adesso un romanzo, Mi chiamo Yuri, pubblicato da Ensemble. Andrea Carraro, che l’ha seguito con me, ne scrive – tra l’altro – così: “Un singolare, intrigante ritratto in absentia di Juri, costruito a poco a poco, per successive approssimazioni attraverso ricordi, ipotesi, posteriori riscontri, suggestioni: i suoi rischiosi rapporti con la malavita, soprattutto, la sua dipendenza dalla coca e da altre droghe, il suo spirito vagamente anarchico e autodistruttivo; ma anche coraggioso e altruista con gli amici; le sue magiche credenze, cui si affida anche la protagonista nella sua indagine, quasi a cercare – fra quei segni trascendentali, quasi animistici, un segreto codice per comunicare ancora con lui. Un’indagine retrospettiva, quella di Valentina e dell’autrice, che diventa nel corso del racconto anche scavo individuale, sul proprio passato, sui propri fantasmi, sui propri desideri”. Valeva la pena sentire cosa ne pensava l’autrice e così è nata questa intervista.

Nella trama ben controllata della tua scrittura trapela la tua passione d’autrice, che emozioni hai provato scrivendo questa storia?

La storia che ho raccontato era già nella mia testa da molto tempo. Da anni. Infatti il libro si apre con una brevissima premessa: fatti realmente accaduti hanno ispirato questa storia. Romanzata e arricchita con personaggi di fantasia, ogni riferimento è casuale. Scrivere è stato come riempire un vuoto. Attraverso la scrittura l’esperienza del vuoto si fa parola. Raccontare questa storia mi ha permesso di continuare a far esistere chi non c’è più. E poi per me scrivere è anche una forma di comunicazione col mondo. Poter comunicare la mia verità.

I protagonisti del romanzo sono alla ricerca di un segreto che li riguarda e riguarda la morte di un ragazzo di nome Yuri, che significato ha la memoria per te?

Le persone che ci hanno conosciuto continuano a farci vivere nelle loro storie, nella memoria. Anche io, raccontando storie continuo a far vivere chi ho conosciuto. Quante volte un episodio passato, tornato improvvisamente alla mente ci ha scosso per farci recuperare consapevolezza del presente e farci finalmente vivere un tempo non più “provvisorio” ma pregno di “attimi, di parole, di gesti”

E poi ci sono i ricordi, quei ricordi che riaffiorano prepotenti e che ci aiutano a ritrovare noi stessi… “Devo riuscire a recuperare la parte più autentica di me, pensava. Ho bisogno di ritrovare la persona che ero un tempo, quando c’era Yuri”. Quante volte, al pari di Valentina, siamo dovuti tornare indietro nel tempo per riconciliarci con quell’io che eravamo in origine, prima di venire narcotizzati da lunghi anni di automatismi. Il ricordo di me come in un incantesimo dice Battiato, avere la memoria di noi è importante per capire chi siamo.

Ti sei immedesimata in Valentina, la protagonista del romanzo che va alla ricerca di Yuri. Lei è molto diversa da te, o no?

Valentina è una ragazza che cercando la verità nella morte del suo amico cerca una parte di sé che per troppo tempo ha soffocato per i “doveri” verso gli altri, per “accontentare” le aspettative altrui. Penso che molte giovani donne siano come Valentina, io lo sono stata in parte, quando ero molto giovane, forse qualche caratteristica di lei mi appartiene, ma il personaggio è ispirato a ragazze che ho conosciuto e conosco ancora.

Valentina va alla ricerca del ricordo del suo primo amore, secondo te conta molto quell’innamoramento iniziale che ci fa scoprire l’amore?

Dicono che il primo amore per una bambina sia il papà, penso sia di fondamentale importanza l’imprinting che riceviamo da bambini, ma io do più valore alla prima esperienza emotiva forte che si prova verso qualcuno. È un’emozione non catalogabile come “amore” (nel significato standard) ma determinante. Non ha importanza se per il sesso opposto o no, quello che è importante è il sentimento puro, leale. L’emozione è vera e quindi resta forte nella memoria, con la voglia di ripeterla in un mondo che invece è ipocrita, basato su interessi e tornaconti, “un cumulo di spazzatura umana”. Nel ricercare quella primordiale emozione Valentina cerca relazioni vere opera scelte di vita.

Chi è Yuri?

Yuri è stato un bambino dai capelli scuri e gli occhi color miele, è stato il grande amico di Valentina, di Andrea, di Loris. Yuri è stato il figlio amorevole di Patricia. È stato, sì. Oggi Yuri è una nuvola a forma di drago con la coda a freccia, è una frase in un libro, è un pensiero improvviso e distratto. È tutti quei “segni” che dissemina nella vita di chi, dopo anni, continua ad amarlo incondizionatamente.

Hai scelto di ricostruire la sua figura attraverso il ricordo degli altri, è possibile conoscere davvero qualcuno attraverso lo schermo dei ricordi di chi lo ha conosciuto?

“Yuri era quello che tu conoscevi… Oggi non possiamo dire com’ era. Possiamo solo ricordarlo come lo abbiamo vissuto” dice Patricia a Valentina. Quindi la descrizione, il racconto di chi ha conosciuto qualcuno che non c’è più, sono interpretazioni personali, ma è il sentimento di affetto o amore che ci viene trasmesso nel raccontarlo, che ci fa innamorare della persona. Ho cercato di trasmettere questo.

Che Roma viene fuori, secondo te, dalla tua storia?

Per quanto riguarda la Roma “fisica – geografica” alcuni lettori mi hanno detto che hanno avuto voglia di andare a vedere i luoghi menzionati. Amo la mia città e volevo trasmettere qualcosa di positivo, i tramonti di Roma sono indimenticabili. Per quanto riguarda l’aspetto “malavitoso”, viene fuori uno spaccato di realtà che tutti sanno, conoscono per sentito dire, ma nessuno osa parlarne.

Hai scritto questo romanzo perché c’era qualcosa che volevi comunicare al mondo, oppure questa è un’idea ingenua per te?

Cosa è stato per me scrivere questo romanzo. Innanzi tutto volevo rendere Yuri immortale. Lasciare un segno nel lettore. Dargli un’emozione e spingerlo a una riflessione umana ed empatica dei personaggi. Spero di esserci riuscita perché se è vero che la storia siamo noi, allora vuol dire che le nostre storie tutte insieme formano la storia di questa grande metropoli che si chiama Roma. Non mi reputo una scrittrice. Penso invece di essere una persona che ama raccontare la realtà romanzandola. Per tutte le cose che ho scritto, racconti brevi, diari e romanzi, sono sempre partita dall’intenzione di far conoscere una verità. Una realtà che altrimenti sarebbe invisibile, come in fotografia, fotografare la realtà, anche quando è banale per farla conoscere.

Sei una fotografa, pensi che l’arte della fotografia abbia influenzato il modo in cui hai raccontato questa storia?

Aristotele diceva: l’anima non pensa mai senza un’immagine. E non passa giorno che io non abbia guardato delle immagini, soprattutto belle immagini capaci di nutrirmi. E se i lettori mi hanno detto: “mi sembrava di essere lì, ho proprio visto, leggendo, la scena” vuol dire che è vero, la fotografia è parte integrante del mio modo di scrivere.

C’è una speranza alla fine di questa storia disperata?

La storia non penso sia poi così tanto “disperata”. C’è un (diciamo così) lieto fine, che placa la tensione iniziale poiché il “cerchio si chiude” e la verità, anche se amara, riesce sempre a donare una sensazione di pace. La fine del dolore è nella conoscenza di sé. E questo avviene sia per Valentina sia per la madre di Yuri. Si pensi ai genitori di Giulio Regeni, che dal 2016 cercano la verità sulla sua morte. Ci sono persone che hanno cercato la verità tutta la vita, come la madre di Ilaria Alpi, per esempio. Credo che sia necessario conoscere la verità per placare la burrasca che si agita nel cuore di chi ha perso una persona cara…