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L’anello di Sibilla Aleramo

Chiede al vetturino di sferzare il cavallo, attraversano il ponte, costeggiano il Tevere e oltrepassano il Borgo animato dal vociare di gente a capannelli. Sibilla Aleramo non alza neppure gli occhi verso Castel sant’Angelo per l’ossessione d’arrivare presto alla meta: vuol godersi un giro attorno all’obelisco tra le due fontane, in Piazza San Pietro. È sola in vettura, in una notte di luna, del settembre 1919.  Con un senso di meraviglia, come se la vedesse per la prima volta, coglie le suggestioni della piazza. Il colonnato s’incurva dolcemente, proietta alla base delle colonne il chiarore diafano d’alabastro, mentre il granito delle fontane e i getti d’acqua acquistano una tenue sfumatura rosata, nella notte lunare. Le ombre si rincorrono fra le colonne e paiono trascinate dal vento. La piazza è deserta, immersa nel silenzio, intravede qualcuno disteso sulle gradinate. Forse sogna. Mentre la vettura disegna un cerchio attorno all’obelisco, fra le spume d’acqua delle fontane, Sibilla prega, quello spazio architettonico le appare un’emanazione del Divino, che ringrazia con un vivo sentimento religioso.

La vettura s’avvia verso il centro che rigurgita di vita. Al di là del Tevere, in Rione di Ponte, “focolaio di mala vita”, le case sono addobbate con festoni a lampioncini per la festa dell’Immacolata. La gente sosta all’imbocco dei vicoli, all’ingresso delle osterie e il cicaleccio s’ingrossa.

Sibilla ricorda una notte dell’inverno passato. Passeggiando stretta all’uomo a lei più caro nel dedalo del rione, a un tratto s’accorse che erano rimasti soli nella via. Una donna s’affacciò da una rampa sotto una bassa ringhiera, li guardò “uniti e fortunati” e con la voce rauca “imitando il tono di chi parla ai forestieri curiosi” li invitò a entrare nel locale da cui provenivano “strimpellate e sghignazzate”: “Signori, qui vedranno il Giardino Zoologico”. Anche ora in vettura tra i lampioncini dei festoni e i riverberi delle bettole scorge le stesse facce stanche e segnate di allora. Eppure anche nello squallore “tra quella gramigna inconsapevole”, “il mondo tenace resiste, e la vita sempre pullula”. 

I pensieri s’intrecciano ai ricordi. In un giorno lontano d’estate, galoppando su una spiaggia di dune fra le tamerici e le ginestre, le volute delle spire di fumo che dai capanni si levavano al cielo, l’avevano spinta a pregare. L’immagine della spiaggia accomunata alla piazza di quella notte “diceva la stessa parola di vita”. “Nella chiara sera estiva esse stanno l’una rimpetto all’altra, come fantasticamente congiunte in un anello”. Così come un anello è il suggello di un amore.