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Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist

L’editore Fazi ripropone il romanzo “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist, considerato uno dei capolavori della letteratura tedesca e molto ammirato da scrittori come Franz Kafka, Hermann Hesse e Thomas Mann. La vicenda si svolge nella Germania del sedicesimo secolo, ai tempi di Martin Lutero, che compare nel romanzo come importante riferimento etico del protagonista e il cui intervento risulta decisivo nell’evoluzione dei fatti.

Il mercante di cavalli Michael Kohlhaas è un uomo estremamente pio, onesto e laborioso. Sarebbe rimasto nella memoria degli uomini come un modello di virtù se non fosse incappato nell’ingiustizia e nell’arroganza dei potenti, contro la quale il suo ostinato senso di giustizia si trasforma in una feroce e spietata azione di vendetta. L’episodio dal quale nasce tutto è la richiesta ingiustificata di un lasciapassare che un feudatario sassone, il barone Wenzel von Tronka, avanza sul protagonista per permettergli di passare attraverso le proprie terre, mentre lui, proveniente dal Brandeburgo, è diretto con la propria mandria alla fiera di Lipsia in Sassonia. Dopo le iniziali proteste Kohlhaas, che non possiede il lasciapassare perché non gli è mai servito nei suoi precedenti passaggi attraverso quelle terre, è costretto ad andare a Dresda, capitale della Sassonia, per procurarselo, lasciando in pegno al barone due pregiati morelli, sorvegliati da uno dei propri servi. Tornato da Dresda con una dichiarazione scritta della Cancelleria sull’infondatezza della richiesta del lasciapassare scopre che i suoi cavalli si sono ridotti a dei ronzini scheletrici perché malnutriti e sfruttati nei campi. Chiede allora al barone che vengano rimessi nelle condizioni in cui lui li aveva lasciati, ma il nobile gli risponde con arroganza che se li rivuole deve riprenderseli così come sono. Michael non accetta e, ritornato nella sua città, vuole accertarsi su come sono andate le cose (“Il suo senso di giustizia, simile ad un bilancino da orefice, oscillava ancora”) interrogando il servo che era rimasto coi cavalli dal barone e che poi era stato da questi cacciato perché giudicato sfrontato e ribelle. Una volta accertata la verità, e cioè che il servo era stato malmenato e cacciato con brutalità perché aveva cercato di opporsi ai maltrattamenti subiti dai morelli, formalizza le sue proteste alle Cancellerie di Stato della Sassonia, dove si sono svolti i fatti, e del Brandeburgo, di cui è cittadino. Le sue proteste vengono però dirottate e insabbiate perché il barone è imparentato con alti personaggi di corte di entrambi gli Stati. Quando, in un generoso tentativo di aiutarlo, la moglie viene ferita a morte da una guardia del principe del Brandeburgo, lui decide di farsi giustizia da sé. “Che Dio possa non perdonarmi mai se mai perdonerò il barone!” dice a sé stesso nonostante la preghiera muta della moglie morente, che “guardandolo con tutta la sua anima” gli indica il versetto biblico “Perdona i tuoi nemici e fai del bene a coloro che ti odiano”. Da quel momento la sua sete di giustizia si trasforma in brama di vendetta. Si mette al comando di un manipolo di uomini armati e si dirige dapprima verso il castello di Tronkenburg (dimora del barone von Tronka), mettendolo a ferro e fuoco, e poi, essendogli sfuggito il barone, verso le città della Sassonia dove suppone che l’uomo si sia rifugiato. Le sue incursioni sono accompagnate da saccheggi e violenze da parte dei suoi seguaci, le cui fila si ingrossano grazie ai generosi compensi che lui promette alle nuove reclute e alla popolarità che l’“Angelo del Giudizio” (così viene chiamato) comincia ad avere. Da tempo infatti la gente è stanca delle prepotenze del barone, alle quali attribuisce la responsabilità di tutte quelle violenze, e mal tollera di doverlo ora proteggere, tenendolo nascosto (“il popolo gli gridava sanguisuga, infame, aguzzino e gli urlava che era il flagello del paese, la maledizione di Wittenberg e la rovina della Sassonia”). Il piccolo esercito di Kohlhaas, passando di vittoria in vittoria, riesce perfino a distruggere due reggimenti dell’esercito sassone e lui, dopo essersi insediato nel castello di Lützen ed avervi istituito la sede provvisoria di un fantomatico “governo universale”, si autodefinisce “luogotenente dell’arcangelo Michele, venuto a mettere a ferro e a fuoco la malizia in cui è caduto il mondo intero”. È a questo punto che, con un pubblico manifesto affisso in tutte le città del principato, Martin Lutero lo condanna per le sue empietà e gli predice l’eterna dannazione. Le dure parole del grande riformatore inducono Kohlhaas a deporre le armi e ad affidarsi alla sua clemenza ed alla sua intercessione perché la propria causa venga valutata equamente dalla giustizia dello Stato ed i propri reati vengano cancellati. Da questo momento la narrazione procede a ritmi sempre più serrati, con una serie di colpi di scena che sorprendono e avvincono il lettore fino ad un finale, che risulterà esemplare.

Non sorprende che il libro abbia annoverato tra i suoi sostenitori Kafka, il quale ha dedicato una delle sue due apparizioni pubbliche proprio al “Michael Kohlhaas”. L’oggettività meticolosa della descrizione dei fatti, che vengono presentati con il rigore e la logica di un verbale giudiziario, si scontra con la natura paradossale e quasi surreale – direi appunto “kafkiana” – della vicenda, nella quale il sequestro ed il maltrattamento di due cavalli da parte di un signorotto si trasforma in un affare di Stato, che finirà addirittura per coinvolgere l’Imperatore del Sacro Romano Impero. Kafkiano è anche il labirinto in cui si viene a trovare il protagonista in virtù della propria ostinazione ad ottenere giustizia ed alla prepotente ottusità di chi gliela vuole negare. La prima impressione è quella di un puntiglio dalle drammatiche conseguenze, ma a ben vedere c’è molto di più. C’è un anelito genuino e appassionato, dettato da una necessità ideale, a veder realizzata in terra una giustizia, che pare dovuta agli uomini come riflesso di quella divina, contrapposto alla corruzione del mondo che soffoca questo anelito, sacrificandolo ad una logica di mero interesse personale o di una ragion di Stato che, lungi dal rispecchiare il bene collettivo, è anch’essa nient’altro che una questione, seppur camuffata, di interesse privato, quello del potente di turno. In quest’ottica il paradosso si ribalta ed è la piccolezza della (in)giustizia umana ad apparire sproporzionata rispetto alla grandezza dell’ideale di giustizia dell’individuo, che si manifesta anche nelle piccole cose, come, per esempio, nelle premure per due cavalli e nel rispetto per il loro proprietario. Il protagonista, pervaso da questo ideale, al punto da inchinarsi devotamente e con profonda sincerità all’autorità di Martin Lutero nel momento in cui questi gli fa notare l’empietà delle sue rappresaglie, è però prigioniero di un’intransigenza, che risulta sterile nella sua assolutezza, perché lo rende incapace di accettare le contraddizioni e le debolezze della condizione umana. Per questo, non appena si accorge dell’impossibilità di ottenere giustizia dagli uomini, si fa giustizia da sé con un fanatismo isterico, feroce e sommario che altro non è se non la faccia opposta del suo rigore morale.

C’è anche un aspetto sociale nella parabola di Michael Kohlhaas. Quando Martin Lutero gli rinfaccia i suoi crimini lui si giustifica dicendo che, non avendo ottenuto giustizia dallo Stato, è come se fosse stato estromesso dal consorzio sociale e quindi esonerato dalle sue regole. “Cerco rifugio nella comunità,” dice. “Chi me lo nega mi respinge fra i selvaggi del deserto e … mi porge anche la clava che mi protegge”. A sua volta il riformatore, nella sua lettera di intercessione indirizzata al principe di Sassonia, scriverà a proposito di Kohlhaas: “Bisogna considerarlo come una forza straniera piombata nello Stato e quindi più come uno straniero che come un ribelle sollevatosi contro il trono.”

Il fascino del libro, che si pone all’incrocio di una parabola, di una cronaca del sedicesimo secolo, di un romanzo epico (ne è stato anche tratto un film) e perfino di un racconto magico (comparirà nella parte finale una zingara che farà un’importante profezia), consiste anche nella molteplicità delle sue chiavi di lettura (etica, religiosa, sociale, giuridica, psicologica) oltre che nella felicità della narrazione, capace di incantare e trascinare il lettore ad un ritmo sempre più veloce fino a risucchiarlo in un vortice che lo lascerà stordito.