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Il diario di Simone Weil

Ottenuto un congedo dall’istituto superiore a Le Puy in cui insegna filosofia, Simone Weil si fa assumere come fresatrice alla Renault sotto falso nome. Si è già schierata con gli operai in sciopero e ha preso contatti con gruppi dell’estrema sinistra, il cui organo è la rivista sindacale Révolution Prolétarienne, senza però iscriversi ad alcun partito politico. Ha aderito a modo suo al partito degli oppressi, degli emarginati dei deboli, dei poveri. Condivide con gli operai le stesse condizioni in cui la maggior parte di loro è costretta a vivere, ingenerando all’inizio il sospetto di far parte di quegli intellettuali che soggiacciono al fascino del radicalmente diverso, che simpatizzano con il proletariato solo per guadagnare consensi o sulla base di un equivoco: una generalizzata sensazione di insicurezza e di estraneità al mondo. Gli operai non gradiscono dunque che un filosofo s’impicci delle loro faccende, in un primo momento cercano di isolarla, le sue brillanti doti intellettuali, il suo totale impegno per il miglioramento delle loro condizioni e le sue vaste conoscenze delle teorie socialiste, li inquieta.

Simone Weil si trova in una situazione non facile, è molto giovane e attraente, ma poco cortese fino ad essere scorbutica; è intransigente ed è capace di abnegazione assoluta per la causa, si pone caparbia sul “terreno della sventura” quasi disinteressata ai bisogni materiali.  Aliena da conformismi, crede a una soluzione dei problemi a passo a passo, in un impegno fattivo, non in un programma ideale o in una utopia. Con la forza e la sincerità del suo pensiero, riesce a conquistare la stima e rispetto degli operai, nonostante la ruvidezza che dimostra nei rapporti interpersonali. Madame Thevenot, moglie di un dirigente sindacale, la ricorda così: “Era semplice di modi. Lei stessa, seduta in fondo a un lettuccio di ferro, in una misera camera che non aveva altri mobili fuor di quello, ci declamava talvolta dei versi greci, dei quali non capivamo nulla ma che ci rallegravano egualmente per il piacere ch’essa vi provava. E poi, un sorriso, un’occhiata, ci facevano complici in certe buffe situazioni. Questo aspetto del suo carattere, che appariva di rado per la serietà con la quale, di solito, essa prendeva ogni cosa, era indimenticabile.

L’influsso che esercita sugli operai è ben rappresentato dalla battuta di uno di loro alla sua morte. “Non poteva campare, era troppo istruita e non mangiava”.

Il suo turno di lavoro va dalle 14.30 alle 22.00. Tiene un diario di fabbrica nel quale annota in modo autentico e scrupoloso quanto le accade ogni giorno. Scrive un giovedì del 1935: “mi avvio alla fabbrica con un sentimento di estrema sofferenza, ogni passo mi costa. Sono in quello stato di semidesolazione che mi fa la vittima designata per qualsiasi disgrazia. Dalle 2,30 alle 3,35, 400 pezzi. Fermata riprendo. Mi freso la punta del pollice. Infermeria. Finisco i 500 pezzi alle 6,15, soffrendo molto. Ho guadagnato fr 16,45. Me ne vado stanca”. 

La forma più evidente di miseria umana è colta da Simone Weil nella sfera sociale e politica, nel taylorismo volto al conseguimento della produzione massima in fabbrica, con standard di produzione imposti che subordinano al profitto la questione della condizione operaia e della difesa dei diritti umani. Muovendo dall’osservazione della realtà, denuncia l’asservimento a un aumento di produzione che non significa progresso, ma al contrario una regressione verso la forma più atroce di schiavitù: l’impossibilità per l’uomo di disporre di sé stesso. La spinta al massimo rendimento porta all’isolamento, alla concorrenza che manda in frantumi la solidarietà fra gli operai e al decadimento morale, in un’assuefazione alla monotonia del lavoro senza pari. Non riesce a portare a termine il suo esperimento. Estenuata dalla denutrizione e colpita dalla pleurite, è costretta ad abbandonare il lavoro.