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Il paradosso Guidacci

TANDEM #2 Emily e Margherita

Where every Bird is bold to go
And Bees abashless play
The Foreigner before he knocks
Must thrust the Tears away –

[ED – J1758 / F1179 (1870)]

Dove ogni uccello osa andare

e api giocano senza timore,

ogni straniero, prima di varcare la soglia,

deve da sé allontanare le lacrime.

[Traduzione di Margherita Guidacci:

ED – Poesie e Lettere, Ed Sansoni 1961]

Per anni sul comodino mia madre ha tenuto un certo libro, Inno alla Gioia – raccolta poetica di Margherita Guidacci uscita nel 1983. Un mio regalo. Ricordo bene il mio ragionamento: da un lato volevo a tutti i costi regalare a mia madre un libro appena uscito della mia docente di Letteratura Inglese del mio IV e ultimo anno di corso, dall’altro volevo assicurarmelo io stessa e metterlo in mani sicure, senza rischiare di smarrirlo, per leggermelo quando fossi a casa (a Cassino) e non a Roma, dove ero per studio e non avevo una mia casa. Margherita Guidacci era poeta molto importante già da tempo, tanto che mentre seguivo anche tutti i corsi possibili di Letteratura Italiana, di Giorgio Petrocchi e di Giorgio Di Maio, e di critica della letteratura di Alberto Frattini, avevo Margherita Guidacci davanti a me, anziana e vivace con la sua voce flautata, a tratti garrula a tratti imperiosa, e intanto leggevo di lei in una serie di testi critici in cui il criterio era la ripartizione regionale, e dove Margherita Guidacci era stata collocata (neutralizzata?) tra gli ermetici toscani,

O MIA GIOIA RISCHIOSA

In insecurity to lie

                                       is joy’s ensuring quality

Emily Dickinson

O mia gioia rischiosa, sempre insidiata!

Se tu non fossi insidiata,

non saresti la gioia.

È necessario l’abisso

perché tu possa spiegar le ali.

È necessaria la notte

perché si accenda il tuo raggio.

Ogni attimo in cui mi possiedi

è vita che m’inonda, traboccante.

Ma in quello stesso attimo, so che in me si ripete

ogni scommessa mortale.

Così leggiamo in Inno alla Gioia per l’appunto che fu scritto da marzo a dicembre del 1982 con un empito di rinnovata vitalità che aveva assalito la ‘nostra’ dopo la parentesi personale di morte e resurrezione tutta risolta in poesia e documentata in NEUROSUITE (1970). Poco prima leggiamo:

SCELTA D’ICARO

Disse Icaro: Voglio una più intima

conoscenza del sole, e se mi brucio

non importa, poiché sotto c’è il mare

dove potrò rinfrescarmi in eterno.

E invece poco dopo troviamo:

IL MIO LEGNO RISPONDE AL MARE

Il mio legno

risponde al mare, la mia vela al vento.

Al soffio più lieve, alla minima onda

li sento palpitare

come il mio cuore che tende verso l’alto,

dimentico del porto, senza chiedersi

se la rotta sarà di pace o di tempesta

e senza chiedersi neppure

se vi sarà ritorno.

E dire che questa raccolta tutta germogliata in pochi mesi, meno di un anno, nell’82, si apre con un PRELUDIO, riportato qui solo in parte, che risale al 1945,

Quando il tuo sguardo (ansioso pellegrino)

varcò la soglia della mia anima

ed il mio, per l’opposto cammino

venne in te al suo riposo,

ogni mortale opacità disparve

dai nostri sensi fatti puri e divini,

e dispersa in un soffio la nebbia di solitudine

ci conoscemmo come nell’eterno.

Sì, noi sapemmo allora – troppo intensa per l’esilio –

quale grazia unisce in cielo i beati. […]

Eccolo il tratto costante di tutta la poesia di Margherita Guidacci, dalla prima raccolta, del 1946, La sabbia e l’angelo, fino a Il buio e lo splendore (1989) ultima raccolta pubblicata in vita, e infine Anelli del tempo, raccolta postuma (1993) e anche in tutte quelle poesie sparse che col resto sono ora custodite in un libro, Margherita Guidacci – LE POESIE (Ed. Le Lettere, 1999, a cura di Maura Del Serra, docente a Firenze) che vi raccomando di consultare anzi spero brigherete per assicurarvelo come ho fatto subito io, certo anche spinta da gratitudine e devozione e insomma da affetto.

Questo tratto costante è l’incontro, un istituto, per così dire, che non solo si incrocia magicamente con… l’incrocio, altro elemento ricorrente in Guidacci, ma starebbe lì a indicare che è apparente il caso che permette di andare gli uni verso gli altri poiché esso permette in realtà di incontrarsi, non lasciando morire la preziosa circostanza ma facendone soglia, magica porta di una sodalità continuativa e più profonda, anzi assume il valore e la consistenza di convivenza e comunione a dispetto di tutto, di radicale connessone.

D’altra parte, come ci dice chiaramente quel PRELUDIO che è stato la sorgente di tutta la poesia a venire composta nei decenni da Margherita Guidacci, fu proprio un caro incontro a dare la stura a tutto. Margherita Guidacci era giovanissima nella Firenze appena liberata e affollata di soldati americani, e uno di loro lega con lei e lei con lui: il ragazzo ha in tasca un involto di fogli, su quei fogli le poesie di Emily Dickinson – per Margherita una folgorazione, galeotta la cotta. Margherita prende a tradurle. Sono poche. Ma poi le tirerà a sé una dopo l’altra come ciliegie e scoprirà le lettere e tradurrà negli anni pure quelle – così nasce la prima traduzione italiana di tutta Dickinson, editore nel 1961 Sansoni a Firenze. Del resto non solo la Dickinson per interposta persona fu incrocio fortuito e incontro fondante per Margherita Guidacci, i suoi grandi incontri sono stati John Donne e la poesia metafisica inglese, Dante e T S Eliot, Montale e Ungaretti, Jorge Guillén e Boris Vian, e poi i greci e i latini, e in età matura Leopardi molto più che in giovinezza. E poi poeti slavi e cinesi. Ma rispetto a tutti loro, Margherita Guidacci si è molto differenziata come voce originale del proprio tempo – ad esempio rispetto alla Dickinson, che lei tradusse per prima e la influenzò all’inizio, sono evidenti le differenze: là dove la Dickinson col trattino stacca ed evidenzia ricorrendo anche all’uso delle maiuscole, la Guidacci cuce annoda avvolge; là dove la Dickinson è ellittica e sibillina, la Guidacci enuncia in modo solido e dota i versi di senso robusto, curiosamente obbedendo a una formula proprio dickinsoniana, Sense is more sensible. Gli echi, dunque, non sono certo imitazione.

Soprattutto Margherita Guidacci era dolce e allo stesso tempo poco malleabile, come ha lei stessa dichiarato: Il mio paradosso fu proprio questo: mentre avevo la miglior intenzione del mondo di assimilare quella poetica, in me qualcosa d’indipendente dalla volontà e di più profondo della volontà rifiutava di assoggettarvisi; […] fermamente risoluta ad applicare gl’insegnamenti, finivo sempre, con mia somma costernazione, per uscire di pista. Senza la minima intenzione polemica, ero organicamente irriducibile e ingovernabile.

Anche io conservo di lei l’immagine di una donna, anziana dimessa e dolce, in cui ferveva ancora, impertinente e allegra, l’indomita ragazza, che infatti fu pronta a tirarmi uno scherzo proprio al nostro primo incontro. Si era in attesa della prima lezione del IV Anno di Letteratura Inglese, e sapevamo che il corso monografico si sarebbe svolto su T. S. Eliot. Nello stanzino d’angolo le signorine al piano erano lì come angeli, come sempre, ad accudirci per ogni minimo cambiamento o necessità. Mi misi a fare commenti con una studentessa che era anche lei in attesa di entrare in aula mentre finiva la lezione di Letteratura Francese in francese di Gian Giacomo Ferrara, il quale per un breve periodo era stato anche illustre supplente di Letteratura Inglese in inglese. Scambiavamo chiacchiere, io e la collega, molto informali, dandoci del tu mentre mettevamo in comune passioni letterarie e preoccupazioni studentesche. Finita la lezione di Francese, il piccolo oceano di studenti inonda dai tre ingressi l’Aula V, la più grande, per accaparrarsi i posti. Le dico, Vabbè, entriamo. Lei, molto compassata, mi dice: Sì, entro anch’io. Allora ti tengo il posto, le faccio, e riesco a piazzarci in prima fila. Anche lei entra: è preceduta da una delle signorine e sale in cattedra, quindi viene come era giusto presentata: Ecco la professoressa Margherita Guidacci, docente di Letteratura Inglese per il III e IV anno. Il dramma mi apparve in tutta la sua spaventosa dimensione. Però lei, che era una donna superiore, mi fece l’occhiolino: io intanto mi coprivo la faccia per cercare di non far vedere che ero diventata di mille colori – bè, ero paonazza anche perché mi stavo schiattando dalle risate.

Vi lascio con la sua poesia più famosa:

L’ALBERO OCCIDENTALE

Poiché ero l’albero più occidentale del giardino
per ultimo mi scuotevo di dosso la fredda rugiada
nebbia e noia via dai miei rami lentamente strisciavano
e nessuno al mio risveglio applaudiva
ché i miei compagni erano da tempo gloriosi nella luce.
Ma la sera su me emigravano gli uccelli
che l’ombra sgomentava da ogni altro verde asilo
lungo e dolce da me s’alzava il canto
avidi gli occhi degli uomini mi fissavano, mentre
ero avvolto dal sole nell’amoroso addio
e brillavo come una torcia sul mondo spento.

[Margherita Guidacci, in Paglia e polvere (1961) – per inciso il 1961 è il mio anno di nascita.]

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