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GIOCO DI PRESTIGIO

Ascolta “”Gioco di prestigio” di Manuela D’Aguanno” su Spreaker.

L’ampio spiazzo era al buio. E la luce illuminava solo la scena: un tavolino ricoperto da un drappo rosso con una grossa scatola nera, e una sedia. Nient’altro. Poi di colpo la musica partì.

Quando la vide i suoi occhi si allargarono di stupore e non riuscì a soffocare una piccola risata di scherno. O non volle. Il mago e la sua valletta. Sarebbe già bastato lui a far rimpiangere lo spettacolo di danza contemporanea che questo, di prestigio invece, così recitava la locandina di carta appesa fuori al cancello, aveva sostituito all’ultimo minuto.

Un uomo sulla settantina  con una corta barba bianca, pochi capelli brizzolati e un frac dozzinale e sgualcito.

Ma era lei la vera attrazione. Indossava un vestito con le bretelle completamente ricoperto di paillettes argentate. Stretto e corto. E un paio di decoltè rosso lucido, di una tonalità analoga a quella del rossetto. Sorrideva al pubblico, senza mostrare i denti, con un sorriso fisso e immutabile, di quelli che usi nelle situazioni di circostanza o in fotografia. E non sembrava per nulla imbarazzata. Perché ciò che stonava di più, in quell’insieme già poco credibile, erano i suoi anni. Sessantacinque, sessantotto. O forse più.

Lisa non era certo la sola ad aver notato questo particolare. Mentre i bambini, affascinati da quei giochi di magia da quattro soldi, se ne stavano imbambolati sotto al palco, lei assieme al marito e ad un’altra coppia di amici, senza figli, commentavano la serata davanti ad un bicchiere di birra.

Come ci si può ridurre così? Diceva l’amica sorseggiando dal suo boccale. Se dovessi perdere del tutto, a quell’età, il senso del decoro, ammazzami, intimò al marito ridendo.

Dì la verità. E’ solo invidia, rispose lui. E tutti e quattro risero.

In effetti la donna era esile. Non molto alta e magra. Con un seno piccolo e gambe in apparenza asciutte, dalle caviglie ancora abbastanza fini. Se non fosse stata lì, in bella mostra sul palco, vestita come una ventenne, avresti di certo pensato che portava molto bene la sua età.

E’ così ridicola. Possibile che non se ne renda conto?

Lisa aveva pronunciato ‘ridicola’ a rallentatore, conferendo in questo modo alla parola un senso più grave, un peso specifico.

Magari è la moglie. Saranno invecchiati facendo questo spettacolo. Magari è costretta a farlo, disse il marito.

Certo. Ma ad un certo punto uno dovrebbe pure accettare i propri limiti, rispose lei. Puoi continuare a fare la stessa cosa, se devi, anche indossando un abito diverso. O no?

Ha ragione Lisa, intervenne l’amica. A settant’anni vestita a quel modo fai solo ridere.

L’aria era pungente. Si percepiva già, in quelle puntatine di fresco sulla pelle che ti fanno abbassare la manica della maglietta o il lembo di stoffa rialzata dietro la schiena, la fine dell’estate.

Da circa cinque anni ormai trascorrevano qui tutte le vacanze, in questo campeggio del litorale toscano che proprio i loro amici gli avevano fatto scoprire.

Lisa si era sempre un po’ stupita che anche loro, senza bambini, avessero prediletto negli ultimi anni un tipo di vacanza come questa, più adatta alle famiglie, secondo lei, che ad una coppia sola. Ma la loro presenza le rendeva di sicuro più piacevoli.

Vi dico io che quella donna potrebbe insegnarvi qualcosa, disse il marito dell’amica ammiccando al suo.

Si certo, come no? Gli rispose la moglie. Vero Lisa?

Lisa si limitò a sorridere e a bere un altro sorso di birra.

Eppure secondo me quei due devono divertirsi parecchio, continuò lui ridendo. Anni e anni di esperienza. Sai quanti trucchetti di magia? Alzò in alto il boccale in segno di brindisi e guardò l’amico facendogli l’occhiolino.

Piantala! Non ci posso neppure pensare. E poi tu – disse la moglie fissandolo – non hai di che lamentarti, mi pare.

Lisa provava a seguire lo scambio di battute tra i due amici, ma non riusciva proprio a staccare gli occhi di dosso dal palco, da quella valletta improvvisata.

La signora fino a quel momento non aveva fatto altro che ballare. Se ballo poteva considerarsi quel suo muovere le gambe in una specie di morbida e lenta marcia sul posto con le braccia piegate che si aprivano e si chiudevano alternativamente, accompagnate da una leggera e continua torsione del busto. I lunghi guanti neri, fin sopra il gomito, che avrebbero dovuto rendere la mise adatta al contesto, non facevano altro che far apparire ancora più inverosimile la presenza scenica di quell’anziana signora. Di quella vecchia signora, si disse.

Lisa provava uno strano piacere nell’osservarla. Come una forma di vago sadismo nell’esprimere, benché ormai solo a se stessa, il profondo senso del grottesco che quella donna le suscitava.

Notò, poiché la distanza ravvicinata glielo permetteva, che aveva un leggero luccichio negli occhi, come se avesse appena bevuto. Quello sguardo liquido e assente di chi ha alzato il gomito per non pensare. Si convinse che era proprio così. Che quell’apparente distacco, quella forma di indifferenza con cui guardava dall’alto ognuno di loro, e che le permetteva di mantenere inalterato quel sorriso, era artificiale. Una forma di distacco indotto.

Se la immaginò poco prima dell’inizio dello spettacolo seduta al bar, sola, col suo vestito di paillettes comprato in qualche negozio di cinesi, a sorseggiare bicchierini di gin o di vodka ghiacciata. No, meglio il gin. Più caldo, si disse. Più dolce. E a quel pensiero provò una strana sensazione. Una specie di nausea che le fece allontanare il boccale dalle labbra.

Di tanto in tanto le arrivavano all’orecchio frasi più o meno spezzate, di cui comprendeva il contenuto solo in parte, e sonore risate, provenienti dalla voce della sua amica per lo più.

Un altro giro! Propose suo marito col boccale vuoto alzato in aria.

Lisa lo guardò un po’ sorpresa, non era un grande amante dell’alcol e della birra in particolare, ma gli sorrise. La serata aveva assunto toni divertiti e distesi. Questo pensò. Rifiutò tuttavia il secondo bicchiere, mostrando il suo boccale ancora pieno per metà, mentre l’amica sollevò dal tavolo, divertita, il suo. Vuoto. Lo portò alle labbra facendo scorrere in gola il rimasuglio di schiuma bianca che era rimasto sul fondo. Riprese a ridere, assieme agli altri, dando colpetti sul braccio alternativamente all’uno e all’altro dei due uomini che le sedevano accanto.

Lisa trovò quel gesto molto sensuale. La testa all’indietro aveva messo in evidenza il collo e il deglutire senza mai staccare la bocca dal bicchiere l’aveva costretta a fare un movimento con la gola che aveva per qualche secondo attirato la loro attenzione. In particolare quella di suo marito, le sembrò, che distolse lo sguardo solo quando il cameriere arrivò con il vassoio pieno di altri boccali.

Intanto lo spettacolo continuava, tra gli ‘oh’ di stupore dei ragazzini e gli applausi indulgenti ma fiochi del pubblico.

C’era un movimento che la signora faceva. Lisa l’aveva notato fin dall’inizio. Un gesto con la mano destra che ripeteva di continuo.

La donna aveva capelli dall’aspetto stopposo, di un biondo scuro da tinta da quattro soldi. Non lisci, appena mossi, con leggere onde che arrivavano poco più in basso delle spalle e una frangia corta e leggermente  spettinata. E su quella specie di paglia continuava a passare la mano. Muoveva le braccia, atteggiando quello stupido ballo sul posto, poi infilava le dita tra i capelli, sopra l’orecchio, come a sistemarli. Ci passava sopra lenta, esercitando una pressione, quasi a voler abbassare, domare ciocche di capelli che in realtà non si erano scomposte.

Quel movimento di primo acchito la stizzì. Lo trovava inutile. Lo percepiva in tutta la sua innaturalità, come un tic, una mania  che non aveva nulla di logico, di razionale.

Osservandola adesso però ebbe come l’impressione che avesse di colpo acquistato senso.

Le labbra immobilizzate in quel mezzo sorriso. Gli occhi lucidi. E quel particolare movimento. Sì, forse una specie di tic nervoso. Che le permetteva però di restare lì ferma sul palco in abiti che forse non erano i suoi. Di affrontare la gente. Gli sguardi. Le risate. Un gesto quasi scaramantico su cui scaricare l’ansia di apparire. In cui trovare la forza di interpretare ancora un ruolo. Lo stesso di sempre. Per tenere a bada l’imbarazzo forse. La stanchezza di essere lì.

L’ennesima risata dell’amica stavolta la colse di sorpresa, perché oltre alla voce, più cristallina di lei, si era aggiunta al suono anche quella della risata, più grave, di suo marito. E quando si voltò i due ridevano di gusto, con le lacrime agli occhi, di una battuta che lei non aveva sentito e che il marito dell’altra non aveva evidentemente capito, perché non rideva. Si stava limitando a sorridere e a guardare Lisa con l’aria di chi non sa bene cosa sia successo.

Forse troppo alcol, disse lei osservando i secondi boccali già vuoti.

Suo marito si voltò a guardarla, ma non disse niente. La smorfia che notò sul suo volto, simile ad un sorriso, era solo lo strascico delle risate di poco prima.

La sua birra invece si era fatta quasi calda. Se ne accorse abbracciando con le mani il grosso bicchiere.

Altri applausi. Il mago aveva fatto uscire dal cilindro la sua colomba e la vecchia valletta, che non aveva parte attiva nello spettacolo – se non il passaggio di qualche attrezzo di tanto in tanto –  era ancora lì col suo vestito argentato. E quel gesto, con la mano tra i capelli, sopra i capelli, per trovare ancora una volta dentro di sé la forza di arrivare alla fine dello spettacolo. Ora Lisa ne era certa.

Sta fingendo, si disse. E’ tutta una messa in scena. Finge che tutto le vada bene, che stare lì, sul palco, vestita a quel modo è ciò che ha sempre desiderato fare. Ma non è vero. Non è vero! Stai solo cercando la nostra approvazione, vecchia stupida valletta, l’approvazione di noi tutti. In fin dei conti lo sai tu, prima di ogni altro, quanto sei ridicola. Per questo muovi la mano a quel modo, per questo quel tic. Per aggrapparti e non cadere.

Non riusciva più a vederlo bene il palco adesso. La visione era confusa, annacquata. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime. 

Ad un certo punto della notte si svegliò. Erano rientrati tardi nei bungalow e, dopo aver messo a letto i bambini, Lisa si era addormetata immediatamente. Solo che adesso era sveglia e non riusciva più a prendere sonno. Il respiro pesante di suo marito di certo non aiutava. Troppo alcool, pensò di nuovo. Ecco perché tanto russare.

Si stirò mettendosi supina e allungò le gambe. Nel farlo sfiorò senza volerlo quelle del marito e subito ritrasse il piede. Con una velocità che quasi la sorprese. Come quando tocchi inavvertitamente qualcosa che brucia. Con lo stesso spavento. Quanto tempo è passato? Si chiese. Per quanto stesse sforzandosi non riuscì a ricordare l’ultima volta che avevano fatto l’amore.

L’orologio sul cellulare segnava le tre. Ma faceva caldo. Molto caldo. O almeno così le sembrava in quel momento. Al punto che aveva di colpo iniziato a sudare. E, in mezzo al petto, tra i seni, si accorse di essere bagnata. Si fece vento con la mano, respirò in profondità un paio di volte, e poi si alzò per andare in bagno.

Doveva muoversi con molta attenzione, non voleva svegliare i bambini, e quando entrò in bagno, aiutata dal bagliore della luna che filtrava dalla finestra, non accese la luce prima di essersi richiusa la porta alla spalle.

La prima cosa che vide fu il suo riflesso nello specchio. Si guardò come se si vedesse per la prima volta dopo tanto tempo. Le rughe attorno agli occhi le conosceva bene. Ma quelle rughe sul labbro superiore, quelle piccole e corte pieghe verticali, non le aveva mai notate prima di quel momento. Quando le erano venute? Leggere, appena visibili. Eppure c’erano. Eccole lì. E le occhiaie. Che non riusciva mai a mandare via, neppure in vacanza. Hai solo mal di testa, Lisa, si disse. Anche se tu non hai bevuto. Non come quei due. Perché ridevano? Che cosa si erano detti di tanto divertente?

Poi le venne in mente. Era stato un pomeriggio. Un giorno che i ragazzi erano a nuoto e lui era rientrato prima dal lavoro. L’aveva trovata sul divano a sfogliare una rivista. Aveva tolto la giacca e prima di dire qualsiasi cosa si era seduto accanto a lei e aveva iniziato a baciarla. Prima la mano, poi il braccio. Infine il collo. Lei aveva riso un po’, fatto qualche battuta. Ma lui non aveva mai parlato. Ricordò che fu tutto molto intenso e breve. E ricordò anche, chiara e nitida, la sensazione che aveva avuto. Che lui non aveva pensato a lei. Che non era stata lei, in realtà, l’oggetto di quel desiderio. Quanto tempo era passato? Un anno. Sì. O forse più.

L’aria languida in quel momento le donava. Le pareva di avere le labbra più gonfie e gli occhi erano lucidi, come se avesse bevuto, striati appena di rosso. I capelli, castani e mossi, lunghi fino alle spalle, erano in disordine. Continuando a tenere lo sguardo fisso sulla propria immagine iniziò a pettinarsi con le mani. Prima sulle lunghezze, cercando di districare i piccoli nodi. Li trovò intricati, i capelli, ma morbidi. Passò le dita, aperte come fossero un grosso pettine, ai lati della testa. Da una parte e dall’altra. Li pettinò all’indietro, per lasciare il volto scoperto.

Va tutto bene, si disse. Va tutto bene. Poi passò la mano destra proprio sopra l’orecchio e iniziò ad abbassare meglio quelle ciocche. Ci passò sopra una volta. Due volte. Tre volte. Per schiacciare i capelli sulla testa. Per abbassare. Smorzare. Tenere sotto controllo. E continuò a premere i capelli in quel punto, senza fermarsi, anche quando le lacrime iniziarono a scivolarle lungo il collo.