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Una lettera dal passato

Ascolta “AUDIORACCONTO "Una lettera dal passato" di Tullia Bartolini” su Spreaker.

Le case delle madri sono i veri cronisti delle nostre vite. Per quanto si desideri sfuggire al passato, ogni cosa, ogni oggetto, ogni arnese, è lì apposta per ricordarcelo.

I miei appartenevano alla generazione di chi non buttava via nulla, che metteva da parte i quaderni delle scuole elementari, le lettere, le cartoline. Non si poteva immaginare che internet e i social sarebbero divenuti l’archivio pubblico delle nostre vite. I certificati dei diplomi mio e di mia sorella, le fotocopie delle tante domande di assunzione inviate dopo la nostra laurea, sono ancora conservate in grosse scatole su cui mia madre ha trascritto i nostri nomi.

La memoria era nella miriade di cose, foulard, pizzi, mutande conservate negli armadi, negli utensili stipati negli armadietti dello sgabuzzino, nella raccolta di spaghi e viti e chiodi raggruppati nella cassetta degli attrezzi, nelle cornici d’argento ammassate sulla cassettiera, a incorniciare foto sempre più sbiadite.

Dopo la morte di mio padre, mamma ha organizzato ogni cosa, presa dall’angoscia e forse pure dalla volontà di dare ordine a quella che era stata la nostra prima infanzia, e poi la nostra giovinezza.

È molto lontano il tempo dei suoi racconti inarrestabili. È remota la narrazione dei dettagli, la compiacenza, la nostalgia. Nella sua vita, a un tratto, ha fatto irruzione la demenza senile. La donna castrante e crudele è diventata dolcissima.

Finché non ha avuto bisogno di una badante, ventiquattr’ore al giorno, finché è riuscita a fingere di essere lucida, mentre la sequenza dei pensieri s’allentava e tutte le parole venivano dimenticate, noi figlie l’abbiamo assecondata.

La domenica era il giorno più complicato.

M. non andava ad assisterla ed io mi svegliavo col cuore in tumulto, le telefonavo attendendo col respiro sospeso che lei dicesse: “Pronto?”, con la sua voce di ragazza.

Le davo appuntamento come a un fidanzato e andavo a prenderla. Scendeva incerta i gradini che separavano il portone dalla strada, la lasciavo fare, sentivo la sua ansia e il suo tremore. Era diventata così minuta, il mio corpo la sovrastava.

Quando la accompagnavo a casa, dopo pranzo, mi invitava timidamente a salire da lei e, una volta in cucina, si precipitava a fare il caffè. Mi tratteneva nella sua vita da reclusa, lei che era stata una donna in prima linea, tra affetti, politica, ruoli sociali.

Restavo, guardando la sera scendere dietro i vetri del grande tinello. Restavo come sempre, presa nella grande rete della sua presenza, del suo sguardo severo, anche adesso che aveva iniziato a balbettare, ad attendermi come se io fossi la sua sola salvezza, io, la figlia devota che non s’era mai sposata e che s’era messa a vivere a cinquecento metri da casa sua.

– Mamma, hai controllato di aver chiuso il gas? Mamma, hai chiamato M. per dirle di fare la spesa? Mamma, è la terza volta di fila che mi telefoni! Non aprire a nessuno, capito? Mamma.

Ero stata una ragazzina sottomessa ma irrequieta. Temevo mia madre e mentirle era stato il solo modo per sfuggire al suo controllo. Le mentivo e non mi accorgevo di quanto fossi prigioniera della sua volontà, dei suoi progetti su di me, del suo perfido affetto.

Ma anche ora che i ruoli si rimescolavano e che non c’era più bisogno di bugie, questa donna, che tanto avevo amato e pure odiato, continuava a tenermi prigioniera.

Era cambiato pochissimo, nella casa in cui avevo trascorso l’infanzia. Alcuni ambienti erano stati svecchiati ma poi mia madre, rimasta sola, aveva lasciato andare ogni cosa. Non contavano più nulla i quadri comprati all’asta, l’argenteria, i mobili in stile presi dall’amico antiquario. Tutti i desideri – la pelliccia di castoro, l’anello con lo smeraldo comprato a rate, le tazzine di Limoges – ogni cosa si frantumava contro il muro del tempo, in quella resa dei conti che era stata la sua vita.

Nei cassetti dell’armadio: il collo d’ermellino incellophanato, la maglia di lurex – le piccole vanità che l’idea di un futuro consente – le calze di seta spaiate, i centrini ricamati a mano. Fissa, nella mia mente, c’è una giovane donna bruna, curva sulla sua immagine allo specchio, che allunga il busto per infilare gli orecchini.

La rinuncia iniziò dai capelli, che prese a non decolorare più. Oppure dal disordine ingovernabile in casa: ritagli di giornale, post-it attaccati alle pareti con su scritte frasi del Vangelo. Riviste accatastate, bollette raggruppate una sull’altra sulla libreria, gli stipi della cucina pieni di cibo scaduto, vecchie scatole di tonno, elastici gettati alla rinfusa nei cassetti, il fax in disuso ricoperto da strati di polvere. Negli armadi, lenzuola logore ed ingiallite, alcune ancora chiuse nei cartoni e mai utilizzate. Gli oggetti erano sopravvissuti alle morti, agli addii, ai passaggi di tempo.

La lunga fila di targhe, premi e riconoscimenti alla carriera, di cui lei aveva tappezzato la parete del corridoio, era ancora lì. Mio padre vi passava davanti come un’ombra furtiva, che procedeva un passo dietro di lei, o fianco a fianco alla sua ambizione.

Quando la demenza di mia madre è diventata conclamata, un giorno mi sono presentata da lei con una grande busta per la spazzatura e vi ho gettato dentro vecchi fogli di giornale, le ricette ritagliate dai settimanali, gli aggiornamenti della Treccani, ricevute e scontrini di dieci anni prima. Quella era stata pure la mia vita, era ciò che il tempo aveva fatto anche a me e a mia sorella, donne di famiglia avvinghiate in un abbraccio mortifero.

Di notte, in quel periodo, sognavo spesso il mare. Sabbie mobili prima di poterlo raggiungere. Il cielo plumbeo.

Un giorno, poi, ho trovato la lettera. Era su una pila di carte all’ingresso, tra romanzi ancora da leggere e fogli battuti a macchina. Era in una busta sigillata e ingiallita, con su scritto: “A mia figlia, parole vane, anno 2001”.

Sono stata presa dall’impulso di gettarla senza neppure aprirla: era passato troppo tempo, ne intuivo il contenuto, ero così stanca. Invece l’ho presa e l’ho poggiata sul tavolo della cucina. Mia madre ha sorriso svagata, lo sguardo fisso alla TV. Ho finito di sparecchiare, ho pulito i ripiani d’acciaio dei fornelli, messo da parte la spazzatura, fatto arieggiare il tinello, avviato la lavastoviglie, spazzato a terra e lavato i pavimenti con la candeggina. Mamma si è appisolata sulla poltrona. Dunque, ho pensato, eccoci a noi. Ero pronta ad incontrare quella donna che ormai mi aveva lasciato, per fare posto alla vecchietta che sonnecchiava in tinello. Ero pronta, soprattutto, a salutare quella che ero stata io, quasi vent’anni prima.

“Eccoci a noi, figlia mia”.

Iniziava così la missiva mai spedita, piena di preoccupazione e di disagio, in cui mia madre si diceva amareggiata.

“Hai letto veramente ‘Madame Bovary’?”. La immaginavo davanti a me, mia madre, il dito a forare l’aria, una pistola puntata contro il mio petto, il mio seno grosso che fioriva sotto le mani di un uomo. Un uomo con moglie, figli e una carriera alle stelle: il mio capo.

“Ma ti rendi conto di come sei caduta in basso?”: eccomi precipitare nell’abisso della perdizione, imparare termini come “lasciarsi andare”, incespicare voluttuosa nella voragine di un abbraccio.

“Ti ritroverai con un pugno di mosche in mano”: il mio sesso che sboccia per la prima volta, sotto le mani esperte di un amatore di donne. “Non comprendi la nostra ansia, siamo tutti preoccupati per te, per la tua perdita di valori, la città non parla d’altro”. Il mio immaginario che muta tutti i verbi, per esempio ‘adorare’: adoro quest’uomo che è il mio perfido re, adoro questa impossibilità che mi rende libera, adoro le labbra che mentono ma che sanno rendermi felice, adoro il dolore che provo.

Eccola, dunque, la figlia amata di un amore malaccorto, costretta a rendere conto al mondo di un nuovo, scandaloso disamore.

Leggendo la lettera, scritta con grafia minuta, in un italiano impeccabile, ho capito che, dietro, c’era una donna smarrita e che quella donna non ero io, ma mia madre, che annaspava e perdeva il controllo su di me.

Poi, cosa era accaduto?

M’ero rotta le ossa, ero uscita di senno, avevo fatto l’amore, litigato e distrutto ogni cosa, avevo pianto fino a che gli occhi mi si erano disseccati, fatto a pezzi le immagini, urlato e minacciato. E poi, ero rinsavita.

Ho stracciato la lettera, sistemato una coperta sulle gambe di mamma, acceso la TV, ripensato al mare.

La casa profumava di pulito, odore di candeggina e detergente per i piatti. Così, mi ha ripreso la furia di rimettere a posto tutto, di fare piazza pulita, di costruire un deserto sulla paccottiglia e sui ricordi.

Ho preso una busta per l’immondizia e vi ho gettato dentro quel che restava della missiva (non potrà più scriverne, ho pensato, non riesce neanche a firmare le ricevute dei postini), vecchie cartelle esattoriali impilate sulla libreria, una serie di romanzi offerti in omaggio coi quotidiani che mamma collezionava, cartoline di viaggi in terre lontane.

Poi tra le mani me n’è capitata una: “Saluti dalla Martinica”. Era datata 1999. Sul retro c’era l’immagine di un uomo in groppa a un cavallo, che avanzava tra la spiaggia e l’Atlantico ingrossato dalle onde.

Prima o poi, ho detto ad alta voce, mando affanculo tutti, scappo a vedere l’oceano, niente sabbie mobili.

Mia madre russava leggermente, la testa reclinata all’indietro. Mi è sembrato che mi guardasse con la coda dell’occhio, ma non ne sono tanto sicura.