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L’infanzia di Alba Donati

Risalire la corrente

Ho tra le mani TU, PAESAGGIO DELL’INFANZIA (La nave di Teseo, maggio 2018) che, oltre a siglare la raccolta più recente di Alba Donati, riunisce la sua intera produzione poetica.

Per la prima volta nella raccolta recente che dà titolo all’intero libro Alba Donati ragiona su – e risponde circa– il proprio atteggiamento poetico:

18.

Odio le rime ma per santificare

la tua essenza non potevo fare senza.

Questa è la frazione finale di una raccolta in 18 parti, Off, in cui la Donati accetta di compromettersi con l’istituto della rima (evidentemente avvertita come il birignao del poeta) al solo scopo di indicare il proprio dissenso da quell’agente di irruzione della realtà e di immiserimento dei casi umani che è la televisione – ed è come se, a televisore spento –

4.

Era cominciata bene

Una lingua comune.

È finita male:

nel blabla generale.

– ciò che era stato messo alla porta sia rientrato dalla finestra a invadere e svilire –

16.

Hai voglia a dire ora c’è internet

che ti sovrasta ti scavalca ti batte

[…]

Dopotutto però qualcosa di caro resta di tutto questo dramma, qualcosa di remoto, di

puro e innocente, o meglio ancora di precedente (ci sono cascata anch’io):

La voce del radiocronista

era tutt’uno con i pomeriggi solitari,

con i campi assolati, con i silenzi

torbidi della nostra adolescenza.

[…]

Il paesaggio dell’infanzia che Alba Donati ridisegna in questa raccolta, prima di lanciarsi nella spericolata coda finale (quattro quarti intonati sul tema SCRIVERE), è Lucignana, villaggio della Lucchesìa a un passo dall’ariostesca Garfagnana di cui Alba Donati spiega il nome dicendo: Non è pianta in selva / non è herba in prato / non è felce in boschi // non è virgulto in campo / non è rondine che dorme / né conchiglia in mare // che non riveli tutta l’allegrezza / delle povere cose illuminate. // Ecco il meraviglioso e quieto / segreto contenuto nel tuo nome. Ma ancor più amorevoli e toccanti sono le parole che la Donati dedica a Lucignana nella Ballata che si intitola Il mio paese è una casa / gli usci accostati / i rumori di stoviglie / quel parlottare intimo – e ancora dice, Il mio paese è una casa / e ogni casa è una stanza. / Il mio paese è un corpo / […] / Ogni strada è un’arteria / di sangue familiare. E poi: Nel mio paese ogni piazzetta / è il salotto rumoroso / di una grande famiglia. E conclude: Il discorso interrotto è la nostra infanzia, / luce che illumina le nostre case/stanze / i corridoi/vicoli, i corridoi/arterie / la chiesa/cuore e il campetto/cuore / il castello/altana e la scuola che c’era / e non c’è più. // Il mio paese è una casa, a volte trema. / Il mio paese è un corpo a volte ferito. / Ma mai niente in esso è separato.

Vorrei far osservare due cose: da un lato il chiaro rapporto macro/micro, esattamente al rovescio rispetto al senso di marcia corrente, visto che il villaggio di Lucignana (macro) si fa corpo (micro) con i suoi distretti, e ciò nutre gli affetti mentre disdegna una dimensione micragnosa e localistica, poiché ingrandisce i legami familiari dei paesani come se il posto fosse soffuso di parlamenti perenni; cioè come se di continuo, come accade nelle famiglie, nelle cucine o nei tinelli, un discorso, il colloquio d’affetti, fosse ripreso e interrotto, e ciò ci conduce al secondo elemento, l’infanzia, questo tempo favoloso ma non idiota, in cui la vita ha un senso pieno e il massimo delle potenzialità, però corre il massimo dei rischi.

L’infanzia, insieme alla vita semplice del villaggio, è un tema caro e costante nella poesia di Alba Donati. Ed è anche la vera radice della Storia. Risaliamo il verso del libro fino alla prima raccolta ivi racchiusa, LA REPUBBLICA CONTADINA: nella prima sezione, subito un verso di T S Eliot: E non la vita di un uomo soltanto, guardate caso proprio dai Quattro Quartetti; e dopo quell’ascesa al suolo che è la nascita (salivo / terrestre e necessaria), subito si inserisce, come filamento essenziale nel tessuto, il ricordo, cioè la rievocazione, o meglio una sorta di convocazione alla scena storica (Tu, ricorda gli occhi magri di tua madre […] / il prode tuo padre smarrito […] / ricorda Valerio morto per acqua / e Ferruccio morto di fine ariosa / ricorda i nomi …) su cui lei stessa irrompe e incede: Hai mandato me in questo paese […] / hai mandato me in questo civile cielo e stellato; e subito sorge l’elemento di una condivisione,  qui fonderemo la repubblica dei contadini / dove ogni vecchio avrà la sua cena, una repubblica che ha in sé la Politeia di Platone, la città del sole di Campanella, l’utopia di Thomas More, ma soprattutto è un contado interiore che intona un coro di voci, di vivi e di morti, insieme in una brotherhood of man che, prima ancora di richiamare il pacifismo di John Lennon, si volta indietro a guardare in direzione di Spoon River e di Edgar Lee Masters – suggestioni, tutte, che salgono alla coscienza del lettore e fanno appello alla sua immedesimazione.

È questo il politico della poesia di Alba Donati: l’appello all’umano.

In questa chiave possiamo leggere l’epopea di Valerio morto a 11 anni travolto dalle acque di una diga fatta sadicamente saltare dai tedeschi (era il ’44) per ostacolare il salvataggio di una famiglia. E ancor più in questa chiave possiamo interpretare l’ulteriore epopea di Valerio cui molti anni dopo (ci credereste? eppure), nel ’96, oltre le barriere dello spazio e del tempo, si congiunge Giulia, anche lei morta per acqua, in una sorta di dramma, lirico per ambiente ma affilato e chiaro nel dettato, che richiama certe strazianti separazioni di amanti all’alba (nelle aubes o aubades nelle letterature delle origini) ma qui sancisce, invece, l’incontro impossibile eppure realizzato per virtù di poesia tra due ragazzi lontani nel tempo, prossimi nello spazio e accomunati nel destino.

L’infanzia è il cuore toccante di un canto che evoca la soppressione di bambini con handicap fisici  e mentali programmata e scientificamente messa in atto dal regime nazista: è talmente radicale il dolore di questa strage di inermi, che compare nella prima parte della raccolta NOT IN MY NAME e poi tragicamente la chiude con una sorta di estremo appello di scuola (1943). Ed è, l’infanzia inerme, mai abbastanza protetta, in privato e dalle istituzioni, nel Pianto sulla distruzione di Beslan che chiude Idillio con cagnolino, raccolta di poesia civile e domestica in 4 sezioni e un proemio. L’idillio, cioè il quadretto, e il suo canto incantato, del titolo, sta proprio in un puntuale contrappunto tra una vita familiare fatta di riguardi e attenzioni specie verso le creature inermi (la nonna, la bambina Laura Rosa, il cagnolino che dorme indenne, pancia e zampe all’aria, ai piedi del letto) e tutto il mondo fuori, che ingiuria le esistenze entrando su di esse di forza – la fiaba, i giochi, le fate i lupi le storie, operano una sapiente mediazione tra queste due metà del frutto.

Un libro, Idillio con cagnolino, ora appunto raccolto con gli altri in questa sorta di meridiano che è TU, PAESAGGIO DELL’INFANZIA, in cui Alba Donati omaggia anche i maestri – su tutti Cesare Garboli, del quale dice, per me non sei morto […] / Così senza una soluzione continuo a vederti a Viareggio […]: bene, voi non ci crederete, questo fondo del pagliaio si ricongiunge miracolosamente con i quattro quarti estremi proprio della raccolta del titolo, quattro dichiarazioni di scrittura.

Qui Alba Donati, che da anni regge il Premio Gregor von Rezzori e da qualche anno dirige il Gabinetto Vieusseux fiorentino, oltre ad aver fondato un comitato che a Lucignana, il suo villaggio natìo ha messo in piedi una libreria, Sopra la penna (bruciata e restaurata di recente), rende omaggio a chi e a tutto quanto la sorregge nel lavoro improbo della scrittura.

Però non dice, per modestia, ciò che avrebbe potuto dire di sé come accorta maneggiatrice di versi. Allora lo dico io: il pregio massimo della scrittura poetica di Alba Donati è che in fondo è programmaticamente o forse anche solo per istinto antipoetica, non indulge in soluzioni musicali facili, anzi le rifugge, preferisce una certa sonorità scorbutica, talvolta quasi più prossima alla prosa mentre di contro coltiva forme tipiche della poesia popolare come la ballata, dunque la quartina come unità di misura. Leggetela, e anche la poesia vi apparirà meno scontata, meno consolatoria di quanto ci si aspetti (non si sa poi perché).