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Mercato dei fiori

Guardo la mia piantina di erba cipollina e penso che stavolta è davvero finita. Le foglie, un tempo verdi, lunghe e dritte come ferri da maglia, adesso sono fili gialli e secchi accasciati sulla terra del vaso. Non sono valse a niente tutte le mie premure: innaffiatura con acqua minerale (quella del rubinetto è troppo calcarea), posizionatura sul lato assolato del davanzale e qualche parola gentile mentre le pettinavo il fogliame con le mani. È stata la prima pianta che ho comprato quando sono andata ad abitare da sola, ha resistito a due traslochi (conosco umani che non ce l’hanno fatta!), l’ho rinvasata con successo cinque volte ma adesso non c’è più niente da fare. Dall’aprile di quest’anno ha cominciato a perdere colpi, in coincidenza dell’arrivo della salvia sullo stesso davanzale. Che questa fosse una pianta infestante lo sapevo, e infatti ha cominciato subito a fare la sbruffona, crescendo e mettendo su foglie a tutto spiano. Cipollina si sarà sentita invasa, ecco cos’è successo, Salvia le ha rubato aria, sole, spazio e lei ha deciso che era tempo di morire. Non che il resto delle piante sia messo meglio: Prezzemolo, dopo un exploit glorioso, non cresce e non crepa e Basilico perde foglie se solo lo guardo. Penso a mia madre, un vero pollice verde che quando mangia un’albicocca e butta in terra il nócciolo noi diciamo che spunta subito l’albero. Penso a mia madre e misuro ancora una volta la mia distanza da lei: i suoi balconi sono giardini, il suo giardino sembra un vivaio. Quand’è stagione è un tripudio di buganvillea, dalie, fresie, tulipani, rose bianche, rose tea e lilium e una volta ho visto perfino dei mughetti. La sua passione, però, sono le orchidee, di ogni genere e colore, dalla Bifrenaria a grappoli gialli e fucsia fino alla Peristeria elata, bianca e solitaria. Mi accorgo che comincio a parlare come Nero Wolfe e allora, un po’ avvilita, mi concentro su Basilico,  in verità un po’malconcio. Da un po’ di tempo, infatti, qualche parassita ingordo si è nascosto lì in mezzo e banchetta senza sosta, divorando poco a poco le foglie profumate. Anche mia madre coltiva basilico, del tipo cosiddetto “genovese”,  in grandi vasi rettangolari, certe foglie che sembrano pampini d’uva con le quali prepara un pesto che le ha dato una certa notorietà nella cerchia di parenti e amici. Che il talento non sia ereditario l’ho sempre saputo ma

adesso ne sono certa, il mio insuccesso con le quattro piantine aromatiche che agonizzano sul davanzale della cucina parla da solo. Certo che non ho ripreso neanche da mia nonna, che con le piante ci parlava. Se penso a lei vedo i colori dei suoi fiori: il viola screziato di giallo delle pansé, l’azzurro marmorizzato delle ortensie, il blu quasi elettrico degli iris. Rispetto alla figlia, mia madre, altri fiori, altri colori. Quando se ne occupava nonna il nostro giardino era diverso, oserei dire piú discreto, ombreggiato da cascate di glicini, in fondo il cespuglio delle amatissime ortensie, riparate dai lillà che ricoprivano ormai il vecchio muro di cinta. Tutt’a un tratto penso a che cosa succederebbe se dovessi ritrovarmi io ad avere il giardino sul groppone, e mi viene da ridere perché all’improvviso vedo dissolversi questo piccolo mondo antico, verde e profumato, frutto della dedizione di due generazioni, per lasciare il posto ad una selva incolta, dove non si riesce a distinguere una pianta dall’altra… Sento già i commenti dei vicini: un giardino cosí bello, che peccato! Come si vede che non c’è più la signora Annamaria!… La figlia non viene mai, lo ha mandato in rovina così… giá da piccola era strana,  non era come loro… E infatti, mai stata come loro. Non è proprio il massimo avere questa percezione da piccoli, però è anche un vantaggio capire molto presto quel che ci pesa e che ci fa soffrire. Io, per esempio, ho trovato indigesti quasi subito il catechismo, gli interminabili pranzi di Natale, i “dai un bacetto alla zia” (e si trattava spesso di persone mai viste prima, e mai piú riviste); in seguito la mia avversione si è manifestata nei confronti delle scarpe con i tacchi, i profumi fruttati, i noiosissimi matrimoni delle mie cugine, mentre mi piacevano le ballerine rasoterra, il patchouli e il cinema di pomeriggio. Da ragazzina il massimo era starmene a leggere in santa pace su in soffitta dove, seduta per terra, tra un giradischi impolverato, vecchie valige e uno specchio senza cornice divoravo tutto quello che mi ritrovavo in casa, facendo un frullato tra i libri di mio padre e quelli che avevo ricevuto in regalo per un compleanno o la Prima comunione: Pinocchio e Dickens, Verga e Vamba, Andersen e Maupassant. Il patchouli, però, fu un errore: fu proprio seguendo per le scale la sua scia persistente che mia madre scoprí il mio nascondiglio e la pacchia finì. Sento ancora addosso la sua rabbia fredda: “ Sono ore che ti cerco! Seduta per terra come una zingara! Alzati, e vatti a lavare, quest’olio che ti spalmi addosso è disgustoso! E guai a te se ti rintani ancora quassù!” Si volta e se ne va lasciando una scia del suo, di profumo, Schu di Schubert, un sarto famoso che, in quell’epoca felice senza stilisti e senza look, vestiva attrici e principesse; in seguito si è spruzzata per anni con Femme di Rochas e di Chanel n.19, che usa tuttora (mentre ha sempre detestato il famoso N.5, usato da una cognata poco amata). Io il patchouli non l’ho più portato, è un’essenza che non si addice a chi non vuole farsi trovare. Mia nonna, invece, somigliava a una violetta, con la sua Acqua di Parma, la spilla di ametiste sul cappotto e il foulard lilla che metteva sui capelli per andare in chiesa. Il pomeriggio mi mettevo di vedetta sul balcone e appena la vedevo rientrare lanciavo un “Vado a fare i compiti da nonna!”, salivo al piano di sopra e mi intrufolavo nella cameretta di zia Teresa, la sua figlia più piccola, sposata e trasferita in un’altra città. I primi tempi mi portavo il libro che stavo leggendo, ma ben presto ho iniziato ad esplorare tutto il mondo lasciato da una ragazza che nel Sessantotto aveva vent’anni: le collezioni di Linus e Duepiù, Lettere ad una professoressa dei ragazzi di Don Milani, Le favole al telefono di Gianni Rodari e tutti i libri di Alberto Manzi, che mia zia aveva conosciuto perché aveva fatto su di lui la sua tesi al Magistero… Ecco qua, mentre mi perdo dietro alla mia memoria bambina ho tolto, senza accorgermene, tutte le foglie rosicchiate e adesso Basilico fa veramente pena, tre steli nudi sono tutto quel che ne rimane. Mi allontano dal davanzale, oggi guardarlo mi fa venire l’ansia e vado a cercare conforto nello studio, mi siedo sul divano, in mezzo ai libri e li covo con lo sguardo. In fondo devo solo spolverarli ogni tanto e loro in cambio mi hanno sempre dato dritte, mappe e bussole per orientarmi, per cercare il mio posto in un mondo dove non sto sempre comoda e a mio agio. Cerco con lo sguardo Maupassant, eccolo qui, ma perchè ho messo i francesi così in basso? Avevo forse 10 anni quando ho letto Una vita e certo non potevo capire il fatto che Jeanne fosse una donna esemplarmente ingannata da padre, marito e figlio, ma mi piaceva tanto la descrizione della sua cameretta, con la storia di Piramo e Tisbe ricamata sugli arazzi, e il suo fantasticare ad occhi aperti su un futuro luminoso e pieno di promesse, tutti da ragazzini ci sentiamo un po’ così, poi però per fortuna al liceo incontri Leopardi che ti spiega bene come va a finire.

Stamattina mi sono svegliata con l’idea di andare al mercato per ricomprare l’erba cipollina, mi fa troppo male vedere quel vaso con la pianta morta, e poi voglio darmi una seconda possibilità. Il mercato però è frequentato da un manipolo di donne anziane, comunemente definite vecchiette, di cui le persone mansuete come me devono solo aver paura. Queste signore, chiamate dal volgo anche nonnine, ignorano ogni tipo di fila, ti parcheggiano il loro carrello sui piedi e se provi a ribellarti ti imbruttiscono pure, con un linguaggio che al Trullo o a Torbellamonaca trovi in bocca solo alla mala locale. Stai per allungare la mano sugli ultimi due cestini di fragole? Un artiglio incartapecorito ti afferra l’avambraccio, e te lo stritola in una morsa finché non molli la preda, mentre una voce gracchiante ti spara nell’orecchio: “Massimoooo, queste so’ le fragole MIE, perché stanno qui? Ma che te sei rincojonito? ma è possibile che co’ tte me devo sempre incazza’?” e tu vedi il povero Massimo, anzi il poro Massimo che, rassegnato, consegna subito la merce nelle mani adunche, lanciandoti uno sguardo intriso di imbarazzo e di vergogna, e con la voglia di farsi tatuare sulla fronte, visibile a tutti, la frase: Mannaggia a ‘mme che non ho voluto studia’ e da’ retta a’ mi’ padre!
Da allora passo il sabato mattina a bermi da sola il caffè di una moka da tre e a leggere senza essere disturbata, come quando mi imbucavo in soffitta. Oggi no, però, voglio scendere e rischiare lo scontro fisico con le vecchie maledette e i loro carrelli caracollanti riempiti fino all’orlo, adorni di ciuffi di sedano che ondeggiano trionfanti come piume al vento. Arrivo senza intoppi al banco che cerco e in mezzo a menta, maggiorana e timo scorgo l’ultimo esemplare di erba cipollina rimasto. Sto per prendere il vasetto ma una botta tremenda sulla mano mi blocca, e una voce rauca mi dice: “A signo’ guardi che quella è MIA , so’ tutti furbi qua stamattina!” fa roteando intorno gli occhi a palla in cerca di consensi. La fisso senza parlare mentre mi guarda con aria di sfida, potrei giurare che è la stessa delle fragole, anzi è proprio lei e una rabbia fredda, freddissima si impossessa di me. La venditrice del banchetto consegna il trofeo alla vecchia, mi rivolge uno sguardo rassegnato e fa: “Signora bella, ce vo’ tanta pazienza”, ma io penso che lo dica soprattutto a se stessa, mi fa pure un po’ pena, come il poro Massimo ma è più forte la rabbia e sento la mia voce, che non riconosco, : “Ma la prego, signora, la prenda pure, magari è l’ultima che compra, gliela lascio volentieri!” e me ne vado,  già incredula per il livello di cattiveria che certe persone riescono a smuovere in me. Mi allontano dalla vecchiaccia ladra e dal suo sguardo maligno, sfuggo a quello sorpreso e scandalizzato di un paio di signore, mi accorgo solo dopo un po’ di aver imbroccata la traversa sbagliata, e cosí mi ritrovo in una stradina che non riconosco, deserta e silenziosa. Mentre cerco di orientarmi per tornare verso casa vedo un camioncino all’angolo, letteralmente coperto di fiori. Senza quasi rendermene conto mi avvicino, è proprio pieno di fiori recisi di ogni tipo, e subito mi arriva il profumo delle fresie, gialle, viola, bianche, e tante rose arancio e rosse… Giro intorno al camioncino e trovo girasoli, gigli altissimi ed iris, e poi mazzetti di anemoni, garofani giapponesi, tulipani rossi e gialli, e delle calle bellissime, verdi e bianche. Non so quanto tempo resto lì, a guardare tutti questi fiori, fino al punto in cui credo di sentire che anche loro guardano me, e mi circondano, divento invisibile a tutti, nascosta in un giardino segreto e penso che è qui che voglio stare. “Ha visto che belli?” Mi giro di scatto, incontro lo sguardo chiaro di un ragazzo che mi sorride. Li ho visti si, e ora li porto via con me. Non riesco a scegliere, non posso scegliere, devo prenderli tutti, e adesso rimpiango di non aver preso il carrello, cosí torno a casa carica come un somaro, e non importa se oltre ai vasi ho riempito di fiori anche tutte le brocche e le caraffe, mi sento felice, sono come la piccola Ida che balla con i giacinti nella favola di Andersen… Dopo aver sistemato l’ultimo mazzo di gigli in bagno (per ora sul piatto doccia, con un effetto Pop Art) mi sento più calma e mi preparo un caffè… La casa fiorita è bellissima, profumo e colore ovunque, ho fatto bene a tinteggiarla tutta di bianco. Gli anemoni li ho sistemati in cucina dove stanno benissimo, una macchia di blu, bianca e rossa nel cachepot verde di Cipollina, buonanima! Stavolta forse ho esagerato, ma ho capito che l’accanimento terapeutico su una pianta, fosse pure di prezzemolo, non fa per me: il fiore reciso avrà solo cinque giorni di vita, sei quando va proprio bene, ma sono giorni gloriosi. Cosí anche oggi, che è sabato, scendo presto a comprare fiori freschi dal ragazzo con gli occhi chiari, e mentre li porto tutti con me a fare la spesa prima di rientrare, all’improvviso, mi viene in mente un proverbio persiano che avevo dimenticato e che soltanto adesso mi sembra di capire: Se hai due soldi, con uno comprati il pane, con l’altro un Giacinto per il tuo cuore.