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Giaquinta pirotecnica

Di nuovo una poet(ess)a (lei direbbe poetazza) cioè un poeta femmina (lei direbbe fimminazza) per questa rassegna settimanale di poeti e poesia online ospitata da Genius.

Chi è Marilina Giaquinta? Volendo trovare una definizione a effetto la definirei una scrittrice pirotecnica. Nella sua produzione prevale decisamente la poesia, non solo in senso formale ma ancor più in senso ritmico e lessicale, in una parola in senso musicale. Ed emerge anche nella recente produzione in  prosa. Ma non voglio bruciare i tempi.

Da Addimora (Manni 2018)

XI

Ci vuole cura

per accendere un fuoco,

ci vuole pazienza calma

e dedicazione

(come nell’amore)

bisogna scegliere

il legno asciutto

non quello che

la pioggia gli si è

scatafollata addosso

mollizzo e infradiciato

nerazzo e smunciunuto

che il fuoco non gli s’appiglia

che pure pena gli fa

di come piange

quando alla fine

la fiamma abballarìa

e si accatorce

(come nell’amore)

bisogna costruire

una montagnola isoscele

scortecciare i legnoccoli

impertugiando i vuoti

e, a piacere, soffiare

come sulle ferite

quando bruciano

[…]

Mi è capitato già di utilizzare, per questo modo di poetare, queste due definizioni: verso neologale e andamento verticale. Leggendo il passaggio che vi ho sottoposto, capite già cosa intendo, però come sempre quando si riconsiderano i testi, ora noto, e aggiungo, che forma e materia del poetare mi pare si intreccino coniugando catalogo e variazione, e il vero punto forte di questa poesia, la sua robustezza, risieda in una fioritura naturalissima, mossa, grave e ironica al tempo stesso (un’ironia insistente che non indebolisce la potenza del dettato, semmai la sostanzia), condita di fanciullesca impertinenza e fresca riformulazione della lingua che nulla risparmia, e spazia tra

sostantivi inverbati = Ugoli faringeo l’ultima verità oppure cattedrerebbe;

dialettismi = mussiare (verbo ricorrente);

classicismi = iubbrico, aggettivo ricalcato su iùbris (l’umana tracotanza che scatenava la vendetta degli dèi nelle tragedia greche);

l’anafora, che non solo esercita l’uso della verticalità e sposa la funzione del catalogo, ma diventa forma dell’insistenza;

e infine accede alla lingua della Legge per capovolgerla, facendosi poesia sovversiva.

La chiave è nel versificare scoppiettante e spassoso di Marilina Giaquinta.

XXVII

[…]

carezze e toccatine 

malignose e piccanti

che mi svellìco

e m’assontùmo

della pena dei tuoi baci,

e di leccatine e di

cusuttacusupra

(che manco Picasso

ci arrinesceva a pittarci)

[…]

come ‘na Sonnambula

[…]

etnea stroppiante e maleducata

con le parole, che le impastizzo

[…]

mi jetto

e t’arrembo

com’un Apàsch

Ciò permette che la voce poetica, l’altra Marilina (come lei stessa ha riconosciuto in una intervista), parli di sé ma di straforo, pur non minimizzandosi, e nel tessuto poetico si faccia spia di una dimensione umana che è teatro quasi e implica un tu, chiama all’appello un noi e poi allarga quel noi a una misura plurale che schiude un valore di enunciato civile.

Così torniamo a un’anticipazione già annunciata nelle prime righe di questo breve ritratto:

Marilina Giaquinta, benché scriva da sempre, ha cominciato a pubblicare tardi (e anche sul coraggio di pubblicare, di svelarsi e sottoporsi al giudizio degli altri, è interessante sentire ciò che Marilina ha da dire – in una intervista pubblicata). Ha esordito nel 2014, con Il passo svelto dell’amore, e ha al suo attivo la raccolta Addimora da cui abbiamo ampiamente citato, e il molto fortunato libro di prose Malanotte (Coazinzola Press, 2017, la casa editrice fondata in anni recenti da Riccardo Duranti, magico amico e traduttore di Raymond Carver).

Soprattutto in questo ultimo libro appare definitivamente chiaro che la scrittura di Marilina Giaquinta è poetica nella formulazione e fortemente radicata in quella forma di racconto orale che è il monologo, in cui l’azione scenica si fa teatro di persone ed è persuasivo, si fa denuncia e discorso che convince. Questa strada più che mai le appartiene, mi pare, stando anche a certi inediti che ho ascoltato in una lettura–performance di Marilina a Napoli, lo scorso febbraio, su invito di François Nédel Aterre: monologhi drammatici struggenti, di grande impatto, fortemente calati nella cronaca e nella storia in cui noi stessi siamo immersi, brandelli di vite umane che spero trovino presto un degno editore. “Al dunque”, come direbbe con tipico intercalare a questo punto Amelia Rosselli, la dimensione più autentica della sua voce poetica sta proprio nella forza orale della sua poesia, nell’impianto drammatico. A conferma di questo, oramai le performance di Marilina non sono mai disgiunte dalla musica, da un accompagnamento musicale che non è solo una moquette su cui appoggiare la parole, ma sottolinea una scansione ritmica che è già dei versi. Allora la forma musicale diventa il jazz che prova a contenere, ma finisce per sbrigliarla del tutto:

ci vorrebbe una forma

grande quanto tutta

l’acqua del mare

e[…] non lo sappiamo

che l’acqua non ha forma?

Marilina Giaquinta aveva intuito in questi suoi versi che questo era il percorso che si stava tracciando e non ha esitato a seguirlo.