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Il cappotto di Gucci

Acquistai per sfizio un cappotto di Gucci. Ma non pensavo fosse così compromettente avere un cappotto di Gucci. Il cappotto infatti era disgustato dal mio stile da studente fuori corso mangia panini, e fin da subito si ribellò alla mia sciatteria. Con il senno di poi penso si sia vendicato della leggerezza con cui l’ho acquistato.

Iniziò con l’impedirmi di uscire con il mio solito abbigliamento jeans, camicia dalla fantasia confusa e scarpe da ginnastica. Un giorno il Gucci mi colpì alle spalle con una pentola di Ikea. Quando mi risvegliai, mi ritrovai sul letto un completo Valentino comprato per telefono con la carta di credito dei miei.

Come ogni studente mi muovevo con i mezzi pubblici, ma per il cappotto di Gucci salire su un mezzo pubblico era una perdita di prestigio. Di proposito s’impigliò con la cinta a un lampione vicino la fermata dell’autobus e perso l’autobus fui costretto a chiamare un taxi per arrivare in tempo a un esame.

Il McDonald fu presto sostituito da ristoranti stellati.

Fui costretto anche a cambiare il mio aspetto. Il Gucci pretendeva una perfetta pulizia, la barba sempre fatta, un italiano impeccabile e ben presto mi costrinse ad abbandonare la casa dello studente per trasferirmi al Grand Hotel. Ben presto i soldi che normalmente mi sarebbero bastati per un mese non bastavano neanche per una colazione. Quando accennai al mio cappotto di Gucci che per mantenerlo avevo portato sul lastrico i miei genitori e compromesso il mio futuro, il cappotto di Gucci mi si sfilò di dosso e se ne andò.

Lo rividi mesi dopo, in via Veneto, addosso a un uomo in frac che passeggiava abbracciato a una donna in pelliccia di visone. Vidi chiaramente il cappotto di Gucci strusciarsi eccitato al folto pelo della pelliccia.

 


Copertina di Viola Ezeiza