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FERMATE LE MACCHINE

Fermate le macchine, riposti gli attrezzi nel carrello, spenta la radiodiffusione, era suonata la sirena che annunciava la fine di quell’ordinaria giornata di lavoro, in un sonnacchioso pomeriggio primaverile nel capannone industriale. Erano le 17.30.

Via dei Castelli Romani, a sud di Roma dove inizia l’Agro Pontino. Nelle campagne antropizzate da fabbriche e depositi, dove allo spegnersi dei grandi motori trifase che alimentavano un’intensa laboriosità industriale, ai getti debordanti e mai troppo filtrati delle ciminiere, subentravano a fine giornata, l’alito della campagna ancora predominante tutt’intorno. Aiutata dalla brezza di ponente che sembrava volesse ancora imporre quella legge di natura fatta di silenzi. I macchinari e quegli scarichi però, con il contributo e la tenacia delle formiche-operaie-uomo, avrebbero ricominciato già all’indomani a olezzare e tracimare l’aria, la terra, le acque che per dodici ore durante la notte ancora resistevano all’attacco dei profitti industriali. E proprio quel giorno affacciandomi all’esterno della fabbrica, dalle porte carraie e guardando il cielo, pregustavo un ritorno per la via Laurentina. Ancora una splendida strada a carreggiata unica, un po’ pericolosa certamente, ma sinuosa e ondulante come le colline coltivate che attraversava. Lì dominava ancora la campagna. Era un invito a vivere anche il pendolarismo di ritorno come uno stacco dai condizionamenti dai montaggi delle macchine, dal marcatempo e dalle schede di lavorazione. Tutta lì doveva stare la tua testa e le tue mani in quelle ore, pena il rischio di farsi male, molto male. Così era, quando una suoneria avvertiva noi tecnici o operai che fossimo, e un grande motore elettrico di 30 o 40 Kilowatt, azionava, tramite pulegge e cinghie di trasmissione, ingranaggi e volani che trasformavano i macchinari in potenti strumenti per trattare la carta, tanta carta. Risme di carta gigantesche, sollevate, stampate, tagliate e ripiegate e poi ancora impilate, imballate, caricate e trasportate. Noi lì lesti a togliere mani, piedi e corpi da quell’amplesso tecnologico azionato a distanza. A vedersi erano affascinanti, monumentali per certi versi, e una volta in movimento erano come balene bianche, giganteschi dinosauri che non si sarebbero fermati di fronte a niente e nessuno. In movimento noi ferme loro, in movimento loro fermi noi. Era ormai quello un patto sottoscritto dopo 150 anni di lotte sindacali. La produzione rispettasse almeno la vita. Prima regola quando lavoravi  in fabbrica! Erano grandi quei macchinari. Germanici principalmente, come tutte le cose solide e fatte bene che nel nostro immaginario sono legate a quella nazione. Ghisa, bronzo e alluminio principalmente sempre e comunque provenienti da quella terra del nord fatta di grandi giacimenti e fonderie. Noi stessi in fin dei conti lavoravamo per installare, revisionare e fornire assistenza agli acquirenti delle grandi case tedesche, Heidelberg, Polar, Stahl. Nomi altisonanti non c’è che dire. Arrivavano in enormi cassoni lunghi cinque o sei metri, alti tre, imballati, dove all’interno alloggiavano questi mostri potenti, poderosi ma dormienti, innocui o almeno lo credetti fino a quel giorno. Quel giorno l’ora legale era già subentrata e l’arrivo di un TIR aveva lasciato sul piazzale esterno della fabbrica in bella mostra due o tre cassoni con i “mostri” appena scaricati. Erano in attesa di essere portati all’interno dell’officina per subire un trattamento di riguardo. Ripuliti dal grasso protettivo, oliati e lubrificati nelle parti più intime, pronti poi all’uso per soddisfare bisogni produttivi. Ugo decise di restare lì quella sera. Avevo salutato invece gli altri colleghi.

– Gente, visto che bello ‘sto pomeriggio? – dissi con un accenno ai colleghi che si avviavano verso lo spogliatoio.

– Mi sa tanto che io resto – disse Ugo – ho parlato con il capo è con un paio d’ore di straordinario porto dentro i nuovi arrivati – Si riferiva ai cassoni germanici appena scaricati.

– Sempre pronto a fare un po’ di cresta ! – aggiunsi sorridendo visti i chiari intenti della battuta.

– E vabbè tre mesi all’alba della nuova vita, ti puoi permettere quello che vuoi… – Era vero. Ugo sarebbe andato in pensione da lì a tre mesi.

Ugo era il nostro addetto ai trasporti e alla movimentazione dei carichi, i grossi carichi quelli che fanno paura quando li vedi issati dalle gru mobili installate su camion speciali che oscurano la visuale quando scendono dai pianali per poggiarsi pesantemente a terra. Incutono un rispetto immediato quasi primordiale. Lui invece, un bell’uomo prossimo ai sessanta, persona schietta, con uno sguardo un po’ timoroso anche per via della sue esperienze di lavoro precarie, proveniva dal settore dei trasporti. Era un conducente di grandi mezzi articolati, ma il suo cuore e ormai anche la sua testa, erano legati alla campagna marchigiana dov’era nato e dove avrebbe voluto far sorgere la nuova alba che lo aspettava da lì a novanta giorni. Tra un casolare e qualche appezzamento agricolo da coltivare.

Da qualche mese mi avevano eletto all’unanimità responsabile del consiglio di fabbrica sotto l’egida della FIOM settore metalmeccanico. Io, sempre prodigo nella ricerca dei cambiamenti verso me stesso ero per molti colleghi contagioso. Tanti si erano iscritti al sindacato esclusivamente per la fiducia che le mie parole e i comportamenti assunti nella fabbrica e di fronte ai dirigenti milanesi dell’azienda, avevano portato maggiori tutele e riconoscimenti per tutti.  Indistintamente. Mi sentivo come un alfiere supportato da molti pedoni in quella scacchiera complicata che era la fabbrica, il suo funzionamento e gli interessi della multinazionale cui faceva capo. Ugo ne era rimasto in disparte. Non voleva giocare quella partita. La sua storia personale i suoi padroni lo avevano sempre diffidato e forse minacciato che l’essere iscritto a un sindacato gli avrebbe complicato la vita. Un modo per dire insomma non ci provare nemmeno se non vuoi essere cacciato. Per un paio d’anni mi guardò incuriosito nel mio proclamare azioni, affiggere manifestini, indire assemblea e sottoscrivere accordi aziendali.

– Dai Ugo, che ormai la soddisfazione di iscriverti me la devi dare… – glielo dicevo spesso nei mesi precedenti quel giorno,  più per  canzonarlo che per ragioni di vanagloria sindacale.

– Mi sa che  quasi  quasi il prossimo mese te la firmo ‘sta delega… – così  rispondeva spesso. Finché  un giorno davanti al distributore del caffè, si avvicinò a me consegnandomi, ripiegata  come se fosse una comunicazione riservata o un invito cerimoniale, la sua delega sindacale.
Lo so che hai fatto  tanto per noi e che non sei una  testa calda. Mi mancano pochi mesi  e mi sembrava giusto riconoscere il  lavoro che stai facendo. Mo’ mi affido a te… – Risposi con un sorriso benevolo  e una stretta di mano cha andava oltre la delega, c’era un anziano operaio  che per la prima volta dopo trentacinque anni di lavoro, aveva deciso di affidarsi a un giovane collega per sentirsi più tutelato, ma anche per rinnovare  un tacito patto di fratellanza tra generazioni, una speranza per il futuro. In fin dei conti suo figlio era mio  coetaneo. Lo lasciai così quel pomeriggio Ugo. Alzai il mio braccio per un cenno di saluto prima di imboccare gli spogliatoi. Lo vidi salire su quel dannato muletto, mettere in moto e avviarsi verso il piazzale esterno andando incontro ai mostri dormienti. Quella sera a casa, ormai passate le undici sonnecchiavo sul divano in bambola a qualche programma televisivo.  Squillò il telefono, inconsueta l’ora ma ci poteva stare una telefonata di routine. Marco  rispose dell’altra parte del filo. Marco l’altro delegato sindacale. Con la  sua ironia pungente aveva deciso di seguirmi  nell’avventura sindacale cercando con la sua risata contagiosa  di smussare a volte alcune mie impuntature sul lavoro. Lo faceva anche telefonandomi per parlare un po’ di noi e delle nostre vicissitudini. L’inizio di quella telefonata però era gelido. Non fu preceduto dalle solite esclamazioni canzonatorie e divertite. Pronunciò tre parole lapidarie:

– Bruno, Ugo è morto… – Marco che cazzo dici? – Ugo è morto, lo hanno trovato sotto un cassone… – Come sotto un cassone? – non  riuscivo a immaginare nulla in quel momento. – Sì proprio sotto un cassone, incastrato con la testa… – Mi stai dicendo che è rimasto schiacciato sotto il cassone… ma era solo l’ho visto io prima di andarmene, com’è possibile?

– Purtroppo non so altro. Sono a pezzi pure io. Che vuoi fare?
Mi ero alzato e avevo iniziato a camminare con un andirivieni senza sosta lungo il corridoio della casa. Mi  sforzavo di trovare risposte al fatto agghiacciante, io come ultimo testimone della vicenda, in quel pomeriggio così solare durante il  mio ritorno a casa e trasformato ora in una notte lugubre. Volevo provare a ricomporre il quadro.
– Marco, provo a  chiamare il capo officina e il direttore della azienda, ci  risentiamo dopo. Le feci quelle telefonate ma non ci fu molto da aggiungere, tutte le ipotesi erano plausibili tranne che la vita di quell’uomo buono,  prossimo a una felicità a lungo attesa, aveva dovuto interrompere quella sua rincorsa.
Era così, una morte bianca gli aveva sbarrato la strada. Non una mano, non un intento premeditato, ma le macchine. Anche i mostri dormienti avevano avuto il loro sacrificio rituale. Movimentare quei mostri richiedeva grandi accorgimenti  e nessuna distrazione. Loro erano lì implacabili a ricordarcelo ogni volta: se mi trascuri ti uccido. Così decisero anche quella sera.
Il muletto, che sollevò il cassone da un lato, e il cassone,  che decise di spingere indietro il muletto e ricadere sopra il povero Ugo, intento a sistemare sotto il cassone alcuni assali di legno per una migliore presa. Non c’era da aggiungere altro alla fine delle indagini che fece la magistratura.
La moglie e i figli non capirono, non potevano accettare che quel sogno venisse infranto dalle diaboliche circostanze.  Ci guardavano, chiedevano ma nessuno era in grado veramente di rispondere.  Lui era stato il mio ultimo iscritto ed io il suo primo delegato. Sragionavo per quella distanza incolmabile che venne a crearsi tra una famiglia distrutta e i colleghi l’azienda, tutti sembravano aver contribuito a quella disgrazia ai loro occhi.  Non bastarono collette e possibilità di assunzione per il figlio.
– Fermate le macchine, fermate le macchine… – divenne  la mia ossessione  quando ripresi a lavorare dopo un paio di giorni.
La morte, quella bianca, la vedevo ormai in agguato, in ogni lama, rullo, cinghia, carrello in movimento in prossimità dei colleghi che avvitavano, lubrificavano, martellavano o trapanavano lì intorno a quelle sagome grezze in procinto di trasformarsi in affascinanti macchine potenzialmente  letali. Noi deboli e cedevoli magari per un giorno, loro determinate a compiere ogni movimento per tutti i giorni necessari.  Era e resterà una lotta impari pensavo…

Sono  rimasto inciso, da quell’evento, dagli sguardi e dal dolore di una famiglia lacerata, dalla mia  impossibilità di non aver fatto qualcosa prima, da un senso di colpa pervadente che ridefinì  le mie prospettive. Decisi allora che le  macchine non avrebbero calamitato la mia vita.
Oggi, un  nuovo lavoro. Non più sagomati modelli  di ghisa  ammalianti che richiedono la mia cura e le mie attenzioni. Solo persone, tante persone. Magari anche troppe. Le loro voci sono disarmoniche, non sono efficienti né produttive. Sconclusionate, caotiche, disturbanti. Eppure in una piazza, in un’assemblea, in un presidio, nei dibattiti, nella difesa dei lavoratori di fronte al potere della produzione, ritrovo quella vita di Ugo, quella sua voce incerta, quella sua  timida voglia di esistere negli affetti, oltre il lavoro.
Ci torno spesso in quelle distese dell’Agro Pontino, come un cavaliere errante che ha lasciato in sospeso i conti con un nemico invisibile. Mi aggiro attratto da quei capannoni ora dismessi, ora rigenerati  tra filari di alberi e campi incolti. Dalle strade bianche senza nome e senza fine. Da casuali viandanti.
Scendo allora dalla macchina. Mi fermo, guardo e ascolto. I ronzii dei tralicci, i motori  dei macchinari sparsi in zona, le fumigazioni bianche nell’aria, le ripartenze di solitari avventori in  quei bar di confine. C’è anche un altro suono, quasi  silente, ma percepibile. Una  frequenza di  fondo che resiste anche al calar della sera quando tutto dovrebbe cessare. Non so se un lamento. Forse più un disturbo. Fermate le macchine quelle vite ancora ci chiamano.