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La divisa di Foscolo

Il 30 marzo 1815, durante una rappresentazione alla Scala, Ugo Foscolo si reca nel palco del Consigliere Schoeffer dal quale ha la conferma di dover prestare giuramento al governo austriaco nella cerimonia prevista per l’1 aprile, obbligo cui sono tenuti tutti gli ufficiali napoleonici del Regno d’Italia, vestendo la divisa austriaca. Deluse le aspirazioni risorgimentali, amareggiato per le sorti dell’Italia e per l’instabilità politica, prende una tempestiva seppure dolorosa decisione: sceglie con coraggio l’esilio, atto sincero e senza retorica, che segna il momento culminante di tutta la sua irrequieta esistenza e che determina la priorità al valore di uomo libero: lascia Milano il giorno seguente, varca la frontiera svizzera senza passaporto, si rifugia a Lugano e poi a Zurigo. Giunge a Londra nel 1816, “nuovo, confuso in tanta moltitudine, senza amici di cuore e senza un soldo da bere un bicchiere d’acqua…”, con il passaporto che lo certifica cittadino di Zante. È questa l’ultima tappa del suo esilio volontario, a Londra comincia il periodo più difficile della sua vita, inasprito da ansie e preoccupazioni per le incognite lavorative, angustiato dalle umiliazioni per le misere condizioni economiche e per le malattie. La vita a Londra è più costosa di quanto immaginasse, “sarò costretto a partire per Zante perché qui non v’è borsa che basti. Un pezzetto di pane, che in Italia si pagherebbe due soldi, qui costa dieci e dodici; un paio di scarpini costa due zecchini, una stanzetta sola costa dieci zecchini, e così tutto il resto. È vero si guadagna alle medesime, ma il trovar aperta una porticciuola al guadagno è cosa difficilissima”. Non gli è rimasto molto dei duecento zecchini prestati dal fratello Giulio che gli hanno consentito di lasciare la Svizzera e si vede costretto a chiedere di nuovo sostegno alla famiglia. 

A poco a poco riesce a conquistare il favore di esponenti della nobiltà e del mondo editoriale e letterario, in particolare dell’editore Murray, inizia a collaborare a periodici di grido come la Edinburgh Review, la European Review e il London Magazine. Viene chiamato per tenere cicli di lezioni pubbliche e conferenze, testimonianze della sua fervida attività critica e della certosina ricerca filologica. In un primo momento questi lavori sono tutti ben remunerati e gli danno l’illusione di un agio tanto più sorprendente quanto inatteso, che risveglia un ideale di magnificenza e raffinatezza e lo induce a imprese avventate. Dispone di tremila sterline, lascito della nonna materna a Floriana, figlia di Lady Fanny Emerytton con la quale in passato ha avuto una relazione e che gliene ha attribuito la paternità, e s’imbarca nella costruzione di una lussuosa villa a Regent’s Park che chiama: Digamma Cottage, composta dalla residenza principale e da due dipendenze, una per Floriana e una per gli ospiti.  Le stanze sono piccole, arredate con mobili di modesta qualità seppur appariscenti, ma tremila sterline rappresentano una somma esigua rispetto all’entità della spesa, non meno di duecento sterline sono necessarie solo per la sistemazione delle aiuole. Alcune ricche protettrici e amiche appartenenti alla affollata cerchia di figure femminili che circondano la vita del poeta, preoccupate, lo mettono in guardia sulle rovinose conseguenze di un’amministrazione del denaro tanto imprudente. A peggiorare la situazione concorrono i ritardi dei pagamenti dagli editori, e il peso dei debiti diventa insostenibile. Trascorre gli ultimi anni di vita nello squallore, assillato dai creditori, spesso costretto ad accettare un pietoso soccorso, ridotto a vivere assieme a Floriana in una casa poverissima di un villaggio sul Tamigi, Turnham Green.