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I ricordi piccanti dell’estate di Giovanni

Giovanni se ne stava zitto zitto mentre infilava i peperoncini nello spago. Li aveva raccolti la sera prima con il padre, e quel mattino, dopo il caffèlatte, era salito a casa della nonna che già dall’alba aveva iniziato il lavoro. Giovanni aveva preso una sedia dal soggiorno, l’aveva avvicinata al bancone della cucina e aveva atteso che le mani anziane e sapienti della nonna gli passassero il filo annodato all’estremità per produrre la prima di una lunga serie di collane piccanti. Ciascuna di esse veniva poi rivenduta ad un commerciante della zona al prezzo di 2 euro.

Il commerciante si chiamava Salvo, aveva una figlia, Antonia, di cui era gelosissimo, ed era proprietario di un baracchino sulla strada; per lui era di fondamentale importanza avere sempre una bella scorta di trecce d’aglio e di peperoncini da appendere all’estremità del tendalino. Quei due prodotti attiravano come mosche i turisti del nord, che accostavano ignari la macchina alla carreggiata per finalizzare un solo rapido acquisto, ma poi si ritrovavano costretti a fare retromarcia per caricare nel baule numerose casse di frutta e verdura, di quella dolce, che dura.

Durante quel lavoro la nonna e Giovanni avrebbero dovuto utilizzare un canovaccio per non bucarsi i polpastrelli spingendo l’ago dentro il peduncolo, e per evitare soprattutto di bruciarsi la pelle. Nessuno dei due però osservava tale precauzione: la nonna, perché possedeva dita indurite dalla vita, mentre Giovanni, per una sorta di adolescenziale orgoglio di genere.

Quei giorni di vacanza di Giovanni venivano scanditi dalle cose da fare, che con tutta quella campagna non finivano mai, solo le continue vibrazioni del telefonino riposto nella tasca dei pantaloncini da basket, restituivano un po’ di ventunesimo secolo a quell’estate. Giovanni non dava retta a quelle vibrazioni estive in quanto i prodotti di della primavera si erano rivelati per lui fatali non solo in termini di impegni ortofrutticoli ma soprattutto sentimentali. Antonia infatti aveva maturato una bellezza florida, quasi fosse stata vittima di un contagio da parte di tutti quei meloni e quelle angurie che aveva esposto nei mesi estivi. Tale recente bellezza era ancora ignorata dai coetanei rombanti che le sfrecciavano davanti sulla strada verso il mare mentre se stava seduta al baracchino per dare il cambio al padre nelle ore più calde del giorno. Giovanni invece l’aveva notata, eccome se l’aveva notata.

Il pensiero di Antonia, dei meloni, del peperoncino, delle angurie, costituivano un magma confuso che annebbiava i pensieri del ragazzo il quale, giorno dopo giorno, sedeva in silenzio accanto alla nonna continuando a infilare, annodare e fantasticare attorno a quell’unico pensiero che si stagliava nella sua mente. Doveva insinuarsi nell’organizzazione di quell’import-export di peperoncini, che al momento attuale veniva gestito dai padri in maniera autonoma, automunita e anarchica, per riuscire ad incontrare la ragazza con maggior frequenza e incisività. I tentativi collezionati fino a quel momento erano risultati infruttuosi: lui arrivava da lei in bicicletta, sotto la canicola, appoggiava gli scatoloni sul bancone ma non concludeva niente. Un giorno però sarebbe riuscito a realizzare il piano che da un po’ di tempo gli frullava in testa: se mi lasci il numero ti avviso quando posso passare, quando parto da casa, le avrebbe detto, potendo così dare il via ad un telematico carteggio degno del tempo in cui vivevano e mettendo fine a quella gabbia medievale nella quale venivano entrambi reclusi durante l’estate. Le avrebbe detto così se solo quel giorno a sorvegliare il baracchino avesse trovato Antonia, e non sua madre, o se quell’altro giorno non avesse incrociato Salvo lungo la strada che, prontamente – con un ghigno, che mal celava la rivendicazione del diritto di proprietà paterno – gli avesse sottratto gli scatoloni dalle mani prima di arrivare dalla sua bella.

L’aumento dell’indice di Scoville  di tutta quella faccenda si stava facendo inversamente proporzionale alla lucidità del ragazzo, immerso in un mondo fatto di fili di peperoncini: giunti sul finale di agosto, l’unica cosa che non era riuscito ad infilare Giovanni erano quattro mosse ben riuscite per conquistare Antonia.

Ma come diceva la nonna, ciò che non succede in anni cento succede in un momento e quel pomeriggio lo scatto del rigido cavalletto della bicicletta di Giovanni aveva fatto distogliere dallo schermo del telefonino gli occhi di Antonia, che si erano incrociati con i suoi. “Ti lascio il mio numero così ti avviso quando ti posso portare gli altri peperoncini” le aveva detto trionfante seguendo il copione, “Così non funziona”, aveva replicato lei con sagacia, sono io che devo lasciarti il mio numero che poi mi avvisi quando puoi tornare a portarmi gli altri, gli aveva spiegato, ma gli aveva risposto così subito, per rimediare in fretta alla faccia di lui che si era incupita a quella prima risposta.

Il giorno seguente lui l’aveva aiutata a sistemare i ganci dei pendenti di aglio e peperoncino in maniera equidistante tra loro, in modo da essere più gradevoli alla vista degli acquirenti, e al rientro Salvo, trovandolo lì e non potendo ignorare quel lavoro ben fatto, l’aveva guardato con meno astio del solito.

Quella stessa sera Giovanni aveva ricevuto un messaggio whatsapp, “Mi insegni a intrecciare i peperoncini?”, gli scriveva Antonia. L’indomani il ragazzo, dopo un pomeriggio di lavoro, si era preparato per condividere con lei i segreti della propria tradizione familiare. Aveva inserito con cura nello zaino il necessario, filo, aghi, peperoncini sfusi, e aveva avuto la premura di recuperare, solo per lei, un canovaccio, affinché non si bruciasse le mani –di quelli con sopra la stampa dei calendari, anno 1992 per l’esattezza- e con mani sapienti, nude e quasi virili, proprie di un corteggiamento tutto rurale, l’aveva guidata mossa dopo mossa fino alla creazione della loro prima collana piccante.

Salvo non aveva potuto ignorare il sorriso di sua figlia, né la presenza del minaccioso adolescente nel proprio baracchino, così aveva finito per mettersi ad origliare la pericolosità di quelle conversazioni, seduto su una sedia a dondolo sgangherata sul retro del capanno.

Gli approcci tra i due avrebbero potuto continuare in un focoso crescendo indisturbato dal momento che Salvo, complice la stanchezza del risveglio all’alba, a quell’ora giaceva oramai appisolato sul dondolo. Avrebbero potuto continuare se non fosse stato per quell’urlo di Antonia, e se solo la nonna si fosse ricordata di insegnare a Giovanni ciò che non le interessava più da tempo: in età adulta, le mani sporche di peperoncino, bruciano non solo se toccano gli occhi, ma anche se vengono infilate nelle altrui mutande.