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Come trasformo “Le quattro stagioni” di Vivaldi in gelato

Allegra si fa strada la primavera, l’archetto scivola sereno sulle corde sbrinandosi del freddo inverno, albicocche mature a riposo nel latte e nella panna; scivolano via i noccioli come il cantar di uccelli e si mescolano a foglie fruscianti di basilico appena colto. Il ritmo primaverile è allegro, un gelato di albicocche e basilico che sonnecchia in attesa di essere sorbito.

Potente arriva l’estate, spacca il guscio di una rotonda anguria, si desidera un gelato ma il caldo è eccessivo e la preparazione lenta. Come un fulmine si abbatte lo scalpello su un blocco di ghiaccio, sminuzzandolo, tempesta inaspettata che si avvicina a ritmo sostenuto mischia ghiaccio e anguria. Il caldo lascia spazio a un imponente e fresco nubifragio inaspettato come una granita improvvisata al calar dell’estate.

Ora le foglie ambrate fiutano il freddo. I colori profumano l’aria mentre il vino fermenta. Un grassottello Bacco si improvvisa gelatiere, un’anfora di vino laziale, una manciata di zucchero, un po’ di latte e castagne sul fuoco. C’è voglia di casa i tempi si dilatano, le guance rosate gustano il gelato alcolico che grida all’autunno di resistere al gelo in arrivo.

Nulla si può contro lo scorrere del tempo. L’inverno lascia spirar un orrido e gelido vento. L’arco sfiora le corde tese del violino mentre lo spremi agrumi estrae succo freschissimo di corpose arance siciliane. Le mani accorpano neve soffice a cui aggiungere il nettare, la melodia si scompone in tre momenti, l’agitar della miscela per l’immissione di aria, il battere dell’acqua nel contenitore e il piacere di veder pronto un sorbetto succulento di arance Tarocco in un freddo inverno che tutto può ma non negar un gelato.