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Questione di scelte

Mi chiamo Serena e sono nata in una famiglia di donne.

Tutte donne nella mia famiglia: mia nonna, la capostipite, secondogenita di una famiglia di cinque figlie femmine e vedova; mia zia, la sorella minore di mia madre zitella, mia madre e mia sorella minore. Ed io naturalmente. Mio padre all’epoca vendeva vesti e sottovesti, fili e bottoni a una clientela prettamente femminile. Un giorno tornando a casa pensò bene di averne abbastanza e così si comprò il punto più alto di una collina e cominciò a rifugiarsi da quelle parti per respirare vento che arrivava dritto dal mare e che sapeva di marinai.

Le donne della mia vita avevano tutte una cosa in comune: le tette grandi. Non un grande qualsiasi, ma un grande esageratamente grande.

Le donne della mia famiglia trascorrevano interi e sonnolenti pomeriggi fumosi a passare punti e ad appuntare spilli.

I pomeriggi fumosi erano di un intenso fumo grigio. Il fumo era molto denso, spesso e appesantiva l’aria della stanza. Tanto era corposo da creare ombre sul pavimento e non lasciava passare la fioca luce della lampadina appesa a un filo volante. Ricordo quella stanza sempre in penombra con le persiane accapannate e le tende tirate. L’aria era pesante non solo per la fuliggine, ma anche per le parole dette e quelle non dette. Erano sempre le stesse parole. Erano sempre gli stessi discorsi che si ripetevano giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, generazione dopo generazione non portando mai a una conclusione.

A un partito preso.

Fumavano tutte, le donne della mia casa. Fumavano sigarette Nazionali blu senza filtro. Le tenevano di traverso nella bocca: le mancine sul lato sinistro, le destre sul lato opposto.

Mia nonna no: lei fumava il toscanello.

Io ero ammessa in quella stanza proibita solamente per raccogliere gli spilli da terra e per infilare il filo nella cruna dell’ago di zia Quartina. Lei diceva che ormai non si facevano più gli aghi di una volta: gli aghi moderni avevano una cruna sempre troppo piccola e zia Quartina ci ripeteva spesso:

E pensare che si narra che sia facile per un cammello passare per la cruna dell’ago!

Ogni qualvolta finiva la sua esternazione ci ripensavo su e ne cercavo un senso, e non trovandolo concludevo le mie riflessioni con la convinzione che zia Quartina si chiamasse così in quanto a lei piaceva scolar giù quartini. La mamma mia diceva:

Scostumata. La zia si chiama così poiché è quarta figlia nata dai nonni!

Allora mi mettevo a contar sulle dita e i conti non tornavano mai. La zia era la terza figlia dei nonni. Allora la mamma frettolosa rispondeva:

Forse una è morta!

E io me la bevevo tutta questa spiegazione scientifica e matematica, così come zia Quartina si beveva un altro quartino.

Cucivano reggiseno le zie, la nonna e la mamma. Passavano interi pomeriggi a cucire reggiseno fuori misura su misura per loro stesse. A essere fuori misura erano i lori seni: scostumati, esibizionisti, prorompenti, fuori luogo e fuori moda.

Le tette grosse erano tradizione di famiglia e se le tramandavano, le lasciavano in eredità di generazione in generazione.

Io invece sono tutta mio padre, ho ereditato tutto da lui: e quando parlo di eredità non intendo dalla famiglia di mio padre, ma da mio padre stesso. Di mio padre ho le stesse spalle, lo stesso sguardo e le stesse tette.

Mio padre non era mai in casa. Il tempo libero lo passava sulla collina, il tempo lavorativo lo passava lavorando. Lavorava giù in città: aveva una bottega. E indovinate un po’ cosa vendeva tra le altre cose nella sua botteguccia? Vendeva reggiseno mio padre!

Aveva un nome ridondante e risonante: si chiamava Ettore e tutti lo conoscevano giù in città. Lo conoscevano tutte delle donne del posto e anche quelle di fuori che spesso venivano nel nostro paese a villeggiare e a fare bagni di sole. Mio padre aveva tante clienti, e di ogni cliente conosceva gusti, abitudini, modi fare, richieste soventi. E di tutte le sue clienti conosceva soprattutto una cosa: le tette.

E sì orami le conosceva tutte a una a una. Vi erano clienti che le avevano tonde, altre a pera, altre a peperone. Alcune le avevano smagliate, altre cadenti, altre stavano su come stanno su le tette in una statua di marmo di Carrara. Alcune le avevano avvizzite come prugne secche messe ad asciugare al sole. Alcune piene e polpose come mele nel mese di agosto. Alcune avevano l’aureola grande e rossa, altre piccola e rasacea. Alcune avevano grandi capezzoli e altre di piccoli piccoli. Alcune di loro poi avevano un seno solo oppure una sola parte del seno. Eppure nessuna di loro aveva timore alcuno nel mostrale a mio padre.

Vi erano prime, seconde, terze e quarte. Vi erano anche quinte. Raramente le seste.

Ve ne erano di coppa B, coppa C e addirittura coppa D. Per tutte e dico per tutte mio padre trovava una soluzione, un modello adatto, la coppa più contenitiva e quella più performante.

Papà era il più grande conoscitore di tette della storia.

Purtroppo per lui riusciva ad accontentare tutte tranne le donne di casa: loro no. Loro avevano delle tette così grandi che nessuna fabbrica aveva pensato di fabbricarne di tale dimensioni. Allora le zie, la mamma e la nonna avevano imparato a cucirseli da soli i reggiseno.

Io invece intenta a raccogliere spilli e a infilare aghi sospiravo. Sospiravo e aspiravo a diventare una adulta con grandi tette. No che me ne facessi un problema al momento. Anzi in principio non davo importanza al fatto.

“Cresceranno” mi ripetevo. E speranzosa aspettavo

Aspettai tutte le fasi della vita. Ma nulla di fatto.

Nel frattempo mi ero stufata e annoiata a rimanere in quelle stanza grigia dove si cucivano tutto il giorno reggiseno. A me non importava imparare il mestiere. A che mi sarebbe servito? A me i reggiseno non occorrevano.

Allora cambiai stanza. Mi trasferii in cucina. Qui la stanza era ugualmente fumosa, ma altri fumi aleggiavano nell’aria: i fumi e i vapori delle cotture. Fumi di cotture al vapore, di cotture alla griglia, di cotture in cazzeruola oppure in padella.

Si deve iniziare dal basso per imparare un mestiere.

E io dal basso iniziai.

Iniziai a spennare polli avvolta da vapori di acqua bollente che favorivano lo piumaggio.

Passavo interi pomeriggi a spiumare e con il tempo mi accorsi quanto differenti fossero le penne di quello stesso volatile: a seconda di dove erano posizionate erano ora più lunghe, ora più corte, ora più morbide, ora più ispide, ora di un colore ora di un altro. Ma soprattutto osservai quanto in realtà rendessero regale un pollo tutte quelle piume: un pollo spennato era davvero deplorevole allo sguardo.

E così il tempo trascorreva. A seconda dell’umore e della stagione ora scorreva lesto ora scorreva lento. Vi erano giornate che non scorreva affatto e ogni giorno poteva durare anche tre, cinque, otto giorni consecutivi tanto era lento lo scorrere del tempo.

Io continuavo a spennare polli. Ma non solo. Con il tempo ero diventata talmente abile nello spennare, che pensarono bene di promuovere la mia carriera: cominciai così a spennare galletti e galline. Quest’ultime soprattutto nei periodi freddi per farne del buon brodo ricostituente.

In tempo di caccia mi trovai a spennare ora quaglie ora tordi per farne del buon ragù da spalmare sopra la polenta. I fagiani maschi capitavano veramente di rado, ma ne rimanevo ogni volta molto estasiata: quei colori, quelle iridescenze, quella varietà di sfumature. Fu così che mi venne l’idea di conservare piume.

Le donne intanto, la mamma, le zie e la nonna erano sempre rinchiuse tutte il pomeriggio nella stanza dei fumi, solo che ora avevano presa una nuova abitudine: alle cinque riponevano gli attrezzi del cucito, spegnevano le cicche e mettevano le mani in tasca e dopo essersi fatto il segno della croce, cominciavano a sgranare perle e cominciavano a recitare il rosario. Solamente alla sessantesima Ave Maria, smettevano, recitavano un padrenostro, attizzavano il fuoco se era inverno, acciaccavano qualche mosca se era estate e riprendevano  a fare le loro cose.

Intanto di mio padre si avevano sempre meno notizie. Se non si scendeva in paese non lo si poteva mai incontrare e a volte pur scendendo non lo si incontrava ugualmente. Passava sempre più parte del suo tempo su quella collina. Lo sguardo fisso verso l’orizzonte, anche lui aveva preso il vizio del fumo: ma il buon uomo, lui, fumava la pipa.

Io intanto mi davo da fare.

Avevo preso il via a collezionare piume: le catalogavo per via della razza del volatile; per via della lunghezza della piuma, a volte per via del colore, altre volte ancora per la forma che avevano.

Dapprima le riponevo in sacchettini, poi in sacche poi in sacchi.

Insomma alla fine non sapevo più come riporle o catalogarle.

Fu in un giorno di equinozio che mi venne l’idea. Ne avrei potuto realizzare dei costumi di scena. Così vista la mia abilità acquisita con gli spilli e con l’infilar aghi, cominciai a porre punti ed appuntare idee e drappeggi. Posizionai le piume ora sui fianchi, ora sul di dietro ora sul davanti. Montai, smontai e composi modelli. Alla fine ne uscì fuori un capolavoro! Piume di pollo appena appena accennate sul davanti che andavano dileguandosi in piume di fagiano femmina che arrivavano fin sui fianchi. Le piume di quaglia facevano da cornice alla testa dove però al centro emergevano fasci di piume di gallo. Le piume di fagiano maschio facevano da strascico sul dietro. Le piume di piccione al momento non sapevo dove riporle. Fu solamente il giorno in cui mi imbattei in una piuma di aquila che trovai il coraggio. La piuma di aquila la riposi sul seno sinistro, si proprio lì sul cuore. Nessuno può togliermi dalla testa che fu proprio quella piuma a farmi trovare il coraggio, fu proprio quella piuma riposta in quel posto, così direttamente a contatto con il cuore, fu proprio in quel preciso istante che trovai il coraggio.

Afferrai in fretta e furia il costume e lo misi in valigia e partii alla volta di Parigi. E dalla stazione di Parigi centrale mi diressi in zona Picalle alla ricerca dei locali più esclusivi e più in voga e alla moda del tempo. Fu proprio grazie al costume sapientemente composto, pensato nel tempo, progettato con dovizia di particolari che fui selezionata.

Intanto al paese la vita scorreva serena e tranquilla anche senza di me. A casa mia nel frattempo non si mangiava più carne bianca: nessuno ne voleva sapere di spennare polli e non solo. Però!

Quella conserva di penne era allettante.

Di mio padre si avevano sempre meno notizie.

Finalmente arrivò il giorno del mio debutto. Furono stampate locandine e cartoline che tappezzavano Parigini e arrivavano su ogni vetrina, in ogni angolo.

Spedii una cartolina dello spettacolo a casa. Sarei stata la protagonista. Mimì piume d’oro. Così avevano cominciato a chiamarmi. Sarei stata la protagonista. Ero diventata la soubrette di punta di quello spettacolo. Mi avevano scelta tra centinaia. E sapete perché avevano scelto proprio me? Per via dei miei costumi naturalmente questo ve l’ho già detto. Ma non solo. Fui scelta soprattutto perché non avevo tette e l’impresario aveva un debole per questo dettaglio.

Strana e imprevedibile la vita.

Intanto a casa, di mio padre si erano perse completamente le tracce. Alcuni dicevano di aver visto un giorno dei pirati risalire la collina dove era solito guardare l’orizzonte e rapirlo e portarlo con loro per mari sconosciuti in balia di tesori e sirene.

E le vedove? E le zitelle? E la mamma, la nonna e le zie?

Loro pian piano scesero in paese e si impossessarono del negozio di reggiseno di mio padre. Brevettarono un congegno che ebbe un gran successo: pensarono bene di utilizzare le piume che io nel tempo avevo riposto e catalogato, ne riempirono coppe di reggiseno di varie e misure,ne modellarono varie tipologie di coppe e brevettarono il famosissimo reggiseno imbottito. Da quel giorno tutte le donne della terra ebbero la fortuna di avere le tette che avevano sempre sognato: morbide al tatto, soffici, malleabili e di misure variabili. Fu così che le donne della mia famiglia ebbero un gran successo in tutto il mondo.

Anche io ebbi un gran successo in tutto il mondo.

E mio padre? Mio padre racconta leggenda che ancora navighi in mari lontani, in solitudine e cercando ogni giorno la rotta del non ritorno.