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Amore gelido gelido amore

La zia Noretta, aveva imbalsamato il suo cane Yorkshire, perché non le bastava conservare il suo ricordo. Se lo portava per tutta casa: all’ora del tè in salotto, a pranzo o a cena in cucina, possibilmente non vicino ai fornelli e la sera in camera da letto, dove probabilmente lei con gli occhi socchiusi e lo Yorkshire con i suoi occhi di vetro spalancati si davano la buonanotte.

A Natale gli metteva anche le palline sulle orecchie e lo nascondeva solo quando arrivava il prete a benedire casa, tanto per non farsi dire che fosse posseduta dal diavolo.

Anche io da bambina avevo già una certa propensione a conservare: soffiavo sulle candeline e dopo aver espresso intensamente il mio desiderio, chiedevo a mamma se potevo surgelare le candeline insieme alla torta. Surgelavo poi i trifogli che trovavo nei giardini e anche gli steli dei soffioni, tutto naturalmente dopo aver sempre prima espresso un desiderio.

Crescendo scoprii che il mondo maschile era una grande opportunità di affetti e orgasmi.

Gli uomini li conquistavo con l’eros e con le conserve. Facevo conserve di melanzane, conserve di pomodori e conserve di alici, naturalmente da mettere nel congelatore.

Per un periodo provai anche a mettere dei profilattici nel freezer  credendo che il maschio di turno gradisse, ma il più delle volte quando glielo infilavo il ghiacciolo di carne si scioglieva in fretta e gli amplessi erano decisamente scarsi.

Poi quando le cose andavano male fra me e un uomo cercavo sempre di rubare un suo ricordo.

A Marco Fusillo, direttore di una banca, una volta presi un paio di mutande,  per conservarne tutti gli umori. Le misi in frezeer dentro una bustina per gli alimenti fra le patatine surgelate, i cuori di merluzzo e una confezione di piselli, quelli dolci e fini, scrivendone sopra nome e cognome, non si sa mai avessi incontrato un altro Marco.

Anche di Giorgio Olietto attore di teatro, conservai una bella ciocca dei suoi capelli lucidi e setosi, che aveva lunghi e biondi come quelli delle Barbie. Anche loro finirono imbustati e firmati con il nome  e  l’etichetta accanto ad altre buste di capelli: quelli della bambola Tania; di Ken, di Cicciobello e i ricci di Cicciobello negro.

Venne, poi il giorno in cui comprai un  pozzetto, finalmente più capiente di quello che avevo. E fu proprio quel giorno che conobbi Rossano. Sì Rossano un uomo molto piacente che aveva il nome di quella buonissima caramella che appena smettevi di succhiarla e cominciavi a masticarla ti si incollava al palato allo stesso modo di come io cominciai a incollarmi a lui.

Inizialmente ci eravamo arrapati senza impegno, ma poi ci eravamo innamorati.

Ero così presa da lui che per un lungo periodo non congelai più nulla o meglio mi limitai a congelare solo il cibo.

Rossano era un moraccione sui 50 con quelle rughe giuste di uno con cui passare notti giuste in strapazzamenti erotici. Pelle con la giusta abbronzatura dorata di un sole giusto tutto l’anno. Era un giocatore di tennis con fisico asciutto e due belle spallone toste, larghe e naturali senza l’eccesso di chi fa i pesi e un culetto musicale: andante e allegro.

Faceva l’impiegato, abitava in una bella casetta in campagna con qualche gallina ed aveva due grossi maremmani, di quelli che quando li vedi hai subito paura, ma quando li conosci ti rendi conto che sono innocui e adorabili come Winnie the Pooh.

Un giorno mentre tornavamo a casa insieme glielo dissi, glielo dovevo dire:

Lo sai che ho una zia che ha imbalsamato un cane?

Rossanno sgranò gli occhi e mi guardò un po’ ridendo e un po’ preoccupato e rispose

– Io non imbalsamerò mai i miei cani!!

Replicai:

– Ma certo e poi dove li metteresti?

Fra me e me per un attimo la pensai come avrebbe fatto zia Noretta: forse, uno a destra ed uno a sinistra del camino, messi in piedi non sarebbero stati male a casa sua, disposti come due orsi rampanti accanto al focolare. Zia Noretta sarebbe stata invidiosa, lei aveva un cane piccolo impagliato in una casa piccola non si sarebbe mai potuta permettere neanche uno di  maremmani di Rossano né vivo né tantomeno mummificato.

Rossano era amabile e buono, forse un po’ troppo ligio alle regole, diciamo che era un uomo con i piedi per terra: lui controllava che la temperatura della casa fosse perfetta, che l’umidità fosse ottimale e poi accendeva il caminetto e guai se la fiamma si abbassava, correva subito  a ravvivarla.

Controllava, ogni cosa anche se fosse il giorno giusto per usare o meno il profilattico, sapeva meglio lui la mia ovulazione dopo due anni, che io che ci vivevo nel mio corpo. Controllava, poi il suo frigo perché non si formasse la brina, ma poi si ricordava che non faceva la brina perché era un no frost e così si sentiva più tranquillo ed io un po’ gelosa, in fondo avevo sbagliato a comprare il pozzetto se lo avessi saputo prima anche io avrei comprato il no frost.

In una delle tante bellissime sere insieme abbracciati ed avvinghiati davanti al suo grande televisore vedemmo un documentario  che per me era l’A B C della conservazione. Rossano  a casa mia non aveva mai sbirciato nel mio pozzetto, non aveva mai condiviso la mia emozione nel congelare, e qui non si parlava di congelare ma di crioibernare, ovvero congelare per rinascere, addirittura non cose  e oggetti ma essere umani.

– Caspita esclami!

– Questi son pazzi disse Rossano

– Ma dai amore, replicai io, Ti rendi conto invece di aspettare di morire puoi aspettare di rivivere un’altra vita!

– Ma ti pare, continuò Rossano questi  aspettano che sei morto ti tolgono il sangue, ti mettono in un liquido che mo’ si chiama pure criogeno e ti sbattono a testa in giù dentro un silos dove ti congelano a meno 200 gradi chissà per quanti anni fino a quando ti risvegliano e ti dicono che sei resuscitato e ti puoi andare a fare un Week end su Marte? Un Week end su Marte!

Al solito era stato più razionale che mai,ma io ero euforica, entusiasta: io conservavo, congelavo e catalogavo e ora la scienza mi diceva che si poteva conservare e congelare un uomo!

Mi girai di scatto e chiesi a Rossano

– Tu mi congeleresti?

Lui sorrise con dolcezza e mi rispose

– Piuttosto che imbalsamarti! Su Marte ti ci voglio portare viva non impagliata!

Quella notte facemmo l’amore in modo diverso, mi misi anche un po’ di dentifricio in bocca e gli succhiai vigorosamente il pene e guardandolo gli dissi: vedi quanto ti piace il freddo?

Il giorno seguente mentre Rossano andò a lavoro rimasi in casa e dovetti assistere ad una scena poco piacevole: i maremmani si azzuffarono così violentemente che uno staccò l’orecchio all’altro.

Mi feci coraggio e  recuperai l’orecchio. A Rossano avrebbe fatto piacere se l’avessi conservato e congelato, in fondo era l’orecchio del suo cane, avrebbe poi deciso lui cosa farne.

Tornai a casa lo chiamai e gli spiegai che aveva un orecchio nel frigo. Lui non mi fece  finire di parlare e urlando mi vomitò addosso le cose più brutte che non oserei pronunciare, inveii anche verso la zia che neanche conosceva dandomi della pazza.  Chiusi la telefonata dopo vari insulti gridando:

– Allora ringrazia che non sono zia Noretta, altrimenti il tuo maremmano lo trovavi imbalsamato all’ingresso di casa!

D’improvviso mi sentii come Smeagol nel Signore degli Anelli, senza il mio tesoro in quella grotta fredda. Piccoli odiosi Hobbit sotto forma di maremmani mi avevano portato via proprio il mio unico grande tesoro. Si perché a me quel Rossano piaceva piu’ di tutti gli altri,potendo, avrei conservato tutto di lui.

Erano passati mesi ed avevo ricominciato a catalogare e a congelare. Di Rossano non presi nulla perché avevo tutto nel cuore, ma raccolsi ognuna delle nostre foto e le misi in un contenitore di plastica sopra ad una fila di ghiaccioli.

Dopo un paio di giorni venne la zia con il cane impagliato nascosto in una specie di borsa da palestra: doveva portarlo dall’imbalsamatore perché gli si era staccato un occhio si trattenne per una merenda e così andai verso il frigo a prenderle da mangiare l’unica cosa che avevo.

Aprii lo sportello e vidi una foto con un po’ di brina caduta probabilmente dalla scatola: Eravamo io e Rossano belli abbracciati e spudoratemente felici. La foto era sottosopra con le nostre teste inclinate verso il basso verso l’ultima fila di ghiaccioli.

Mi sembrò un presagio del futuro con lui adesso sapevo quello che avrei fatto per restare sempre insieme

Zia mi urlò dal salotto e mi disse:

– Allora andrai a fare un viaggio?

Dalla cucina sorridendo urlai

– Sììì zia su Marte un week end su Marte.

Passò il tempo, molto tempo e ricominciai a frequentare uomini senza impegno.

Conobbi Giovanni Limoncello, un musicista completamente calvo ma con eccessiva peluria, di lui non presi molto, mi limitai a conservare un ciuffetto di peli appiccicati su una striscetta depilatoria. Una volta imbustati e naturalmente etichettati con il giusto nome li andai a riporli nel pozzetto.

Aprii ma mi resi conto che: la bocca di Rossano era lì che mi sorrideva piccola e vermiglia, ma erano le spalle, quelle belle spallone toste, larghe e naturali che decisamente occupavano troppo volume, chiusi bene e pensai che era ora di andare a comprare un altro pozzetto, magari no frost.