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Hemingway sul Naviglio

È un freddo pomeriggio d’autunno, Ernest Hemingway sceglie uno dei tre ponti per attraversare il Naviglio, dopo essere passato per le vie del centro e aver guardato dentro le vetrine, piacevolmente illuminate nel buio che cala presto la sera. II vento non si placa, arruffa il pelo spruzzato di nevischio della selvaggina esposta fuori dai negozi. Nelle strade di Milano si respira un’atmosfera di apparente normalità, mentre in Veneto infuria ancora la guerra. Sosta davanti alla donna che vende caldarroste, si scalda al fuoco prima di entrare nel cortile dell’ospedale, “antico e bellissimo”. Raggiunge il padiglione nuovo di mattoni, dove ogni giorno è atteso per la riabilitazione al ginocchio, con un attrezzo che esercita la gamba “come se andassi in bicicletta”.

È il 1918, Ernest Hemingway ha solo diciannove anni. Arruolato volontario nella croce rossa americana, viene inviato in Italia come autista di ambulanze. Colpito dalle schegge di una micidiale bombarda, mentre sta distribuendo viveri ai soldati italiani in prima linea sul Piave, dopo un intervento a Treviso per l’estrazione delle schegge più grosse, viene trasferito a Milano con un convoglio-ospedale del treno, ed è operato nel centro ospedaliero allestito dalla croce rossa. Segue la riabilitazione nel padiglione Ponti dell’Ospedale Maggiore, il medico che passa per controllare come piega il ginocchio lo incoraggia con la promessa che potrà giocare di nuovo a calcio. Accanto a lui, un ufficiale italiano ha la mano chiusa fra cinghie di cuoio per esercitare le dita irrigidite; era un famoso schermitore prima della guerra, il dottore gli mostra la fotografia della mano di un uomo ferito per un incidente di lavoro, e i risultati dopo la cura, ma il maggiore non ha fiducia nella guarigione. Occasionalmente, dopo la terapia, Hemingway si ritrova con lui insieme ad altri ufficiali decorati per meriti di guerra al caffè Cova, accanto alla Scala “un ambiente ricco, caldo e non troppo sfarzosamente illuminato, pieno di rumore e di fumo in certe ore, e c’erano sempre delle ragazze ai tavolini”. Per raggiungerlo, attraversano il “quartiere comunista” e la gente gli grida contro: “abbasso gli ufficiali”.

Il maggiore mentre siede rigido sulla sua sedia con le dita stirate dall’attrezzo gli dà lezioni di grammatica italiana e la lingua nella quale Hemingway conversa con relativa facilità, commettendo però molti errori, diventa “presto una lingua così difficile che ebbi paura a parlare”.

Un giorno Hemingway gli confida di voler tornare in America e di volersi presto sposare. Il maggiore replica quasi con rabbia: non vale la pena credere in qualcosa che poi si perde. Con lo sguardo lontano, rivolto verso la finestra, gli confida che la giovane moglie è appena morta di polmonite e che non riesce a rassegnarsi.

Come per gli eroi di Hemingway, protagonisti di romanzi e racconti, mirabilmente colti nel momento della sconfitta con una narrazione scabra ed essenziale e un’accurata ricerca stilistica, la morte domina insieme all’infelice destino di ognuno. Fatiche e aspirazioni si risolvono nel nulla, il valore dell’uomo si misura nel coraggio con cui accetta la sorte.