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Tre Galloni di Versi

Chi dice che la poesia italiana è rachitica lo dice per rabbia o per inesperienza.

Vorrei cominciare con questa presentazione di un giovane poeta romano una sistematica opera di rovesciamento di una sorta di luogo comune che vuole la poesia attuale scarsa, involuta o addirittura illeggibile, o comunque incomprensibile e non valutabile.

Osservo Gabriele Galloni da un po’, e rimane costante il mio sbalordimento.

Non perché è molto giovane (neanche 25 anni) e pubblica già dal 2017, o non solo per questo, ma perché mi sorprende come prende possesso della pagina e vi pascola con passo deciso e agile. La sua vocazione è la poesia dunque hanno potenza evocativa e piglio poetico anche le sue prose. Il talento di Galloni è la presa sulla scrittura, l’energia sintetica della parola, il guizzo folgorante della fotografia, invariabilmente, di ciò che pare reale come di ciò che è immaginativo, ammesso che nella miscela i due componenti siano scindibili o ancora riconoscibili. La verità è che la sua scrittura dilaga, è un’arma di impossessamento, prende tutto lo spazio della mente e del verbo, del sentire e dell’intuire. È l’intuizione-uncinetto che dà sostanza alla nostra lettura ed esercita irrefrenabilmente la funzione del disvelamento come del sovvertimento del senso comune salvo ripristinarlo in una luce nuova, più chiara, ed esatta.

In che luce cadranno (RP Libri 2018, Collana L’anello di Moebius diretta da Antonio Bux) è una delle sue (tre, finora) raccolte di versi (dopo l’esordio nel 2017 con Slittamenti – che titolo magico! –) e proprio qui troviamo questa felicità di scrittura che apprende nei tasselli verbali in cui si rapprende, come ad esempio qui:

Nel sogno ci nascondevamo in fondo

alla navata di una chiesa. Insieme

cercavamo un accesso per la casa

dei morti.

                 Fuori tutto il mondo.

Da quel felice libro, due altri felici esempi:

I morti scrivono

infinite missive d’amore.

Le spediscono nelle prime ore

del mattino.

Oppure ancora:

I morti, sotto un cielo comodo

di seta,

consolano l’inquieta

vastità della casa.

Una raccolta che svela sia la propensione del nostro all’uso del distico spesso utilizzato come clausola, persino a volte in funzione caudale, sia la totale fiducia del nostro nella poesia, il suo totale affidamento ad essa, quasi il tuffo cieco in uno strumento che più che espressivo è esplorativo e sovversivo. Tant’è che in quel libro i morti e i vivi sono allo specchio. Solo un velo li separa senza impedire che i vivi guardino i morti, li osservino, li spiino, o ne calcolino l’autentica presenza frontale. I morti anzi si confondono con i vivi, per crasi, sono fantasmi. La vera domanda, a libro chiuso, o ripercorso in modo più o meno salterino, è: chi sono i veri fantasmi? I morti o i vivi?

È seguito un intervallo prosastico, Sonno giapponese (Italic 2019 – Collana Scritture): delle 41 prose che compongono la raccolta si dice nel risvolto di copertina che si tratta di brani brevi, in qualche caso brevissimi, ma, di nuovo, la presa catturante della scrittura, la sua elettricità folgorante non è nella stretta misura ma nella forza spiazzante del dettato, nell’incursione in apparenza quieta del pensiero sempre sguinzagliato sul filo dell’azzardo, nel procedere per lampi suturando luoghi persone e esperienze in orditi inediti e inattesi.

Ultimo è venuto L’estate del mondo (Marco Saya Editore 2019), una raccolta che riesce a riannodare tematicamente alcuni fili della produzione precedente, sperimentandosi in una versificazione che nelle prime battute sembra voler inseguire il rimbalzo delle rime, come per contenere la poesia, tenere i versi per le briglie, attivarne uno schema ortodosso – subito però si riscioglie, la versificazione, in un galoppo che s’infittisce rincorrendo e fuggendo una sorta di regolarità sempre lambita, sempre accarezzata, in un gioco di richiami sonori, di rimandi leggeri non precisi. La luna, la sera, l’estate sono le tre dee di questi versi in cui si affaccia il retrogusto onirico delle notti con i loro più strani sogni, anzi la confusione tra sogno e vita, e il ritorno dei morti.

Quante altre cose adesso si allontanano?

              È tua la mano che coglie le rose

              mentre dormo? Ricordati che i morti

              soffiano su ogni filo d’erba; giocano

              a fare il vento per chi non lo sa.

È un libro in cui “contemplazione” riesce a fare rima col Corviale, cioè col “serpentone”: in esso emergono, come paurosi clown che saltano su a sorpresa facendo volare coperchi, dettagli feroci somministrati con l’aria più imperturbabile, e accade la resurrezione in terra come riaffermazione di una incrollabile fede nella vita.

Ogni cosa ha il suo tempo sotto il cielo;

sii giovane con me prima che un’altra

corrente ci separi – o ci risvegli.

Nella prima parte si annuncia un raffronto tra campo e controcampo che annoda in un punto lo sviluppo del libro tra L’estate del mondo, un intermezzo in corsivo intitolato Vista spiaggia, e Conclusione della passeggiata.

Tra tutte mai una voce

che parli nei ricordi;

che pure mi ridica

di cose e uomini che già so bene.

Che suggerisca, pure, quale strada

tentare. Non ho amato mai

la luce come adesso.

– versi che ci fanno tornare in mente Paul Nizan, intento per primo a rivendicare la serietà dei vent’anni. Con naturalezza tutta poetica, tra celebrazione ed elegia, tra evocazione e memoria, vibra nei versi un timbro allucinatorio in convivenza perfetta con l’insistenza tematica e iconica sulla stagione estiva e sulla luna. Tutto l’esistente si riassume nell’estate vista in chiave prematura all’inizio, poi attraversata in equilibrio tra vita e sogno e in lieta convivenza coi morti, infine abitata con consapevolezza, riannodando l’io a un noi che si rivela ineludibile e felice.