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Tea Ranno e l’amurusanza

Conosco Tea Ranno da molti anni, ricordo l’emozione di scoprire il suo primo romanzo, Cenere (edizioni e/o 2006), con la sua protagonista, Donna Stèfana, che da spietata carnefice si trasformava in vittima dell’ignoranza e del potere. Ho sempre seguito i suoi lavori, che ormai sono tanti, sette romanzi e poi storie per ragazzi, racconti, e così via, leggendoli con il piacere ogni volta di una scoperta nuova. Nei suoi libri, mai una storia uguale all’altra, ma sempre qualcosa che si rivela nella lettura, con un’unica costante forse, la sua lingua, forte, potente, personale. Quindi, intervistarla sul suo romanzo L’amurusanza (Mondadori 2019) mi sembra naturale, come riprendere un dialogo mai interrotto tra vecchi amici che si scambiano parole.

 

E così, Tea, eccoci a questo ultimo romanzo, L’amurusanza. È la prima volta, mi pare, che scegli un titolo in dialetto per un tuo libro, tra l’altro molto suggestivo. Perché questa scelta?
Perché l’amurusanza permea il romanzo. Ma anche perché è una parola cantante, evocativa, in itinere, a differenza, per esempio, di solità, (termine usato da un personaggio del romanzo), che invece indica uno stato, un dato inconfutabile, forse irrimediabile.
L’amurusanza cammina, danza, è fuoco fatuo, folletto, invito al cambiamento “a colpi di poesia”. Nessun equivalente in lingua italiana potrebbe racchiudere le innumerevoli sfumature di senso che la parola dialettale contiene.

 

Puoi spiegare ai nostri lettori cos’è l’amurusanza?
Piccoli atti d’amore che manifestano l’amore senza bisogno di dichiararlo. Atti di tenerezza, di affetto, di comprensione, di compassione nel senso più nobile del termine. Azioni capaci, talvolta, di scardinare un sistema.
Amurusanza è parola antica, la usava zia Iolanda – la sorella più piccola della mia bisnonna, divenuta Iolanda Cutò in alcune mie storie – per minimizzare la portata degli innumerevoli regali che mi faceva. Ai «Grazie» di mia madre, lei rispondeva: «È sulu ’n amurusanza».

 

Ancora una donna straordinaria al centro della storia: la Tabbacchera. Ma anche i personaggi maschili sono descritti con energia, sia nel bene che nel male. Ti piacciono le figure forti in letteratura?
Sì, ma forti anche nella debolezza. Vedi Stoner, per esempio. Uno che niente ha d’eroico, eppure, a fine lettura, ti restituisce l’eroismo della quotidianità.
I personaggi devono incidere la pagina e il cuore di chi legge. Un personaggio forte trascina, commuove, irrita, costringe a una presa di posizione di cui il personaggio insignificante è incapace.

 

La Saracina, la tenuta che pare un paradiso, deve essere trasformata in discarica per uno “smacco” guidato da Sua Eccellenza, con lo stabilimento petrolchimico sullo sfondo. Mentre scrivevi, hai pensato che potesse essere metafora della Sicilia e forse di tutta Italia, vero?
È metafora, intanto, di quel tratto meraviglioso di costa jonica che era la Marina di Melilli, rasa al suolo per impiantare il petrolchimico. Quello che la Regione Sicilia compì negli anni Cinquanta (mettere il territorio a disposizione di imprenditori disposti a investire nella costruzione di una raffineria di petrolio), non deve riuscire a Occhi janchi, il sindaco malefico che vuole scippare la Saracina al suo proprietario per impiantarci appunto una discarica.

 

In una delle scene iniziali c’è la morte di una mosca che mi ha ricordato un bellissimo racconto di Katherine Mansfield, in che modo inserisci gli echi letterari nel tessuto della tua scrittura?
Sono inzuppata di letteratura. Le citazioni, i rimandi avvengono in maniera inconsapevole, così come inconsapevolmente tornano i ricordi, gli spezzoni di dialogo ascoltati in treno, i panorami, i versi, le canzoni. Gli echi letterari si adagiano sulla pagina con naturalezza, richiamati dalla narrazione. Mai accaduto il contrario, mai costruita una pagina intorno a un riferimento letterario.

Per questo romanzo si è parlato di Jorge Amado, di Donna Flor e i suoi due mariti, sei attratta dal fantastico che s’intrufola nel realismo?
Sì, mi piace la libertà dell’invenzione illimitata, quella che non si lascia frenare dal muro della morte. Mi piace vivere in un mondo fatto di corpi e di anime, di essenze e sostanze, contingenze e impalpabilità. Del resto, la Sicilia è piena di “realismo magico”. La contiguità vivi e morti l’ho imparata da mia nonna, dai cunti che mi tenevano incatenata a lei per ore.

C’è sempre una vitalità incredibile nella letteratura siciliana, anche rispetto ad altre aree della penisola economicamente più ricche, secondo te perché?
Forse perché l’invenzione ci permette quella libertà che secoli di dominazioni ci hanno fisicamente impedito. Nessuno può imprigionare la fantasia. Nessuno può incatenare la mente. Immaginando, fantasticando, azzardando e costruendo l’impossibile, ci siamo dati l’alternativa di un piacere scritto che si rinnova ogni volta che posiamo lo sguardo sulla nostra pagina, anche solo per approdarvi, anche solo per ripartirne.

Hai accompagnato il libro stampato con un’intensa attività sui social, oltre alle consuete presentazioni, raccontaci questa esperienza.
La pagina di facebook è il luogo in cui mi piace improvvisare: i post sono parole che sgorgano dalle dita, si posano sulla tastiera e danno il senso di un attimo, di una situazione, di un disagio, di una felicità. Non è l’esposizione impudica alla virtualità, piuttosto un’eco che emana dai romanzi che ho scritto e nei quali continuo ad abitare.
È stato soprattutto con Sentimi che la cura dei social è diventata importante: attraverso Messenger mi sono arrivati tanti di quei “Sentimi, signora…” da commuovermi, da rendermi compartecipe di vicende private, di confidenze che mi hanno fatto capire quanto può la letteratura in termini di empatia, apertura all’ascolto e condivisione.

 

Come nascono le idee per le tue storie?
Per caso. Talvolta è la frase dell’incipit: “Donna Stèfana quella mattina…”. Talvolta una sorta di visione, un qualcosa di indefinito che solo la penna riesce a decodificare, perché le storie si scrivono scrivendo, andando avanti fino a che c’è energia. Quando le mani si fermano, quando la narrazione non procede, quando si capisce che da quel pozzo non sgorgherà più acqua, bisogna abbandonarla. La scrittura non è come il porco, non puoi scrivere pezzi da recuperare e adattare: si vede il rattoppo, la cucitura, la piega, lo sgorbio. È questa la cosa veramente importante che ho imparato in trent’anni di scrittura, da quando, nel 1990, un mio racconto fu portato in una casa editrice dove fui convocata, e dove compii i due anni di apprendistato feroce che hanno posto le fondamenta di quello che sono adesso.

Qual è il tuo metodo pratico di lavoro? Come scrivi?
A mano su un taccuino che porto sempre con me. Lì si posa la scrittura frenetica, lo sgorgo pieno di imperfezioni, impurità e potenza narrativa. Poi ricopio quanto abbozzato (o compiutamente scritto: talvolta capita davvero la grazia di una pagina perfetta) su un file di word, e lì comincia il lavoro minutissimo, la costruzione umile e faticosa di quella gran cattedrale che è un romanzo.