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Doppi vetri

[…] Nacqui sub-Nino,
io padre barbiere e contadino,
con la sua grossa fetta di pane al mattino […]
[…]Vissi tra l’erba ed i fossi […]
Giuseppe Celona

Nella casa dei nonni si stava stretti. Non che nell’altra si stesse larghi. È in quella casa che inizia il carosello dei ricordi della mia infanzia. La casa era vecchia, su tre livelli. Orgoglio di mio nonno quella casa. Messa su pietra su pietra negli anni 20 del secolo scorso. Sorta nella sommità di una collina, dalla cui finestra vedi il mare. Lo vedi in lontananza ma lo vedi. Alicudi laggiù fa capolino. È troppo lontana per sentire davvero il rumore del mare, ma sufficientemente vicina da poter immaginare un suono di risacca. Specie quando “ciuscia san marcu”. Così si dice a Ficarra, in questo angolo di Sicilia, nelle giornate in cui soffia  rumorosamente lo scirocco. È da lì che provengo. Lì anch’io fissi la mia infanzia: “tra erba e fossi”.

Nella Sicilia degli anni venti le case dei contadini erano strette ed alte. La cantina, con le giare d’olio e le botti di vino, testimonianza e frutto della fatica di Don Ciccio – il nonno di cui porto il nome – era per me motivo d’attrazione e di paura. Di sera, la porta della cantina doveva restare chiusa, “Trasuno i surici n’ta casa” (entrano i topi in casa) ripeteva con ostinazione mia madre, al punto che una sera trovai chiusa quella porta con un lucchetto! Che dispiacere… ma ci volle poco a ritrovar la chiave nascosta dietro una vecchia lampada a petrolio!

La camera da letto era proprio sopra la cantina. E quanti scricchioli di notte vi provenivano. Ma il rumore più intenso di notte, veniva da fuori. E si sentiva forte, e nitido, specie in quelle sere d’estate quando si dorme con le finestre aperte.

Dalla chiesa madre, ad ogni ora esatta ed ogni frazione di ora il campanile spargeva la sua voce.

Di giorno come di notte. Ho imparato così l’orologio ed il senso del tempo. Se sentivi solo le “scampanate ranni” era ora piena, mentre “chiddi picculi” erano i quarti d’ora. Io cercavo sempre di contare, sia quelle grandi che quelle piccole. Non porto l’orologio da almeno 20 anni. Ma so sempre che ora è. Forse per questo antico esercizio di ascolto che mi ha involontariamente educato ad aver consapevolezza dello scorrer del tempo.

La Sicilia è un luogo denso. Denso di colori, profumi e suoni. Dal bianco abbacinante del sole, ai profumi, a volte delicati come nel caso del gelsomino selvatico che cresceva spontaneo accanto alla porta di casa dei nonni, a volte violenti come quello delle ginestre in fiore ai bordi delle strade, intensamente gialle e furiosamente profumate. E poi ci sono i suoni. Nei miei ricordi di bimbo di 7 anni, l’estate del 1981 celebra tutta una gran densità si suoni.

“Ciuscia San Marcu, soninu i campani… e si ficiru i cinqu”

L’alba è battito d’ali e cinguettii, all’inizio brevi, solo accennati, quasi timidi buongiorno. Poi i gorgheggi si fanno più lunghi e sempre più intensi, veri e propri canti che annunciano l’imminente arrivo del sole. Non li puoi vedere gli uccelli, ma stanno lì, sui rami rinnovando ogni giorno lo stesso rito, cantando la stessa ode, chissà se alla natura, o a Dio. Quando il sole è pieno, e la campana ha già da un po’ scandito le 5 il cinguettio viene sovrastato dal canto dei galli. A sole pieno il canto dei galli si faceva più prepotente. Ma durava poco. Un buongiorno carico di imperio. Un comunicato secco fatto per dire: “io sugnu svigghio, svigghiativi puru vuiatri!” – son sveglio io ed ora svegliatevi anche voi!

“Ciuscia San Marcu, soninu i campani… e si ficiru i sei”

L’abbaiar dei cani arrivava dopo insieme all’allegro chiocciare delle galline, quando ormai il sole era “pieno”, e la campana aveva già rintoccato 6 volte. A quell’ora i contadini raggiungevano i cortili cui trovavano riparo in stalle o casette di fortuna le bestie. Bestie che andavano rifocillate, appena dopo il sorgere del sole. Rifocillate di cibo ed acqua, e ripulite dallo sterco, principe di tutti gli odori in una stalla. E poi, starnazzar di galline… sono animali chiassosi, direi quasi felici quando un secondo dopo l’aver deposto un uovo lanciano al cielo l’inno del loro ripetuto coccodè, coccodè, coccodè… con un moto di insistenza e vanità che tira avanti per buoni 2-3 minuti per dire a tutti: “un cocco, ecco un cocco per te”.

“Ciuscia San Marcu, soninu i campani… e si ficiru l’ottu”

Al mattino quando la campana aveva già lanciato i suoi otto rintocchi, tra maggio e giugno si levava nei dintorni il rumore delle falci.  Non potevo vederle, ma potevo udire il loro rumore secco, metallico ed immaginare il gesto sicuro del contadino che taglia sia l’erba alta ormai ingiallita che “rammi i rovula” – germogliati in primavera dalle ghiande cadute nell’autunno passato, promessa di nuove querce che mai diventeranno. Il rumore delle falci mi ricorda mio nonno che ogni mattina, presa la falce l’accetta e “a truscia”, (fagotto ottenuto da un gran fazzoletto in cui conservare il pranzo) in groppa al suo asino andava verso Grenne. Grenne, seminata a grano, punteggiata di ulivi e vigna… terrazza sul mare con Vulcano e Lipari che ti stanno innanzi.

“Ciuscia San marcu, soninu i campani… e si fici menzzujornu”

Per il mezzogiorno al posto di dodici rintocchi, un ignoto compositore ha previsto uno scampanio più lungo, lieto, rumoroso e melodioso insieme.

“Ciuscia San Marcu, soninu i campani… e si ficiru i dui”

Alle due del pomeriggio la casa dei miei nonni, era letteralmente immersa in un concerto di cicale. Loro le assolute protagoniste. E sembrava che più il caldo aumentasse più il loro cicaleggio crescesse. La villa, distante poco meno di 100 metri da casa dei nonni era il loro più ampio teatro. Fuori da ogni logica e contro i ripetuti divieti di mia madre mi recavo alla villa in quest’ora improbabile, tra le lapidi di soldati caduti durante la prima guerra mondiale. Era sulla sommità di quegli alti pini che immaginavo riunita, senza vederla, l’orchestra trionfante delle cicale. Sceglievo sempre lo stesso punto ombroso, e ascoltavo in solitario silenzio quell’eco intensissimo. Sdraiato nell’erba respiravo a pieni polmoni il profumo diffuso da un unico grande oleandro. È in quell’odore che ritrovo la mia infanzia.

“Ciuscia San marcu, soninu i campani… e si ficiru i quattru”

Che splendida estate, quella estate del 1981, in cui chiassose giocate “ammuccia fitta” – a nascondino – talvolta venivano interrotte dal grido “carusi taliati” (ragazzi guardate!) quando in un cespuglio uno tra noi ritrovava il nido di un merlo con i suoi piccolini. Quanti merli nella villa! Neri col becco arancio e disponibili a suoni la cui melodia ti avvolge e ti ammalia. Se le sirene di Ulisse avessero realmente cantato son sicuro che avrebbero imitato il canto del merlo. Io ne sono certo: basta davvero poco ad un bimbo di 7 anni per essere felice.

“Ciuscia San marcu, soninu i campani… e si ficiru i setti”

… e nella bottega di sarto di mio padre, che era antistante  “ù rifornimentu” (il distributore di benzina) che a quell’ora io aspettavo mio nonno tornare dalla campagna a dorso d’asino.

Mio nonno che nel salutarmi mi chiamava “pernu, pernuzzu”. Quasi fossi davvero io il perno della famiglia. Eran poco più di 100 i metri che separavano la sartoria dalla “gibbia” cui l’asino si sarebbe di li a poco abbeverato.  Era grigio, vecchio e magro “u sciccareddu”. In quegli anni davano in TV “Furia cavallo del West” ed io aspettavo con trepidazione “u sciccareddu”. Aspettavo che arrivasse, e quando lo vedevo arrivare ero felice perché sapevo che mio nonno mi avrebbe messo sulla sua groppa. E mi sentivo un re bambino ogni volta.

Ho sempre pensato che le rane che vedevo nella “gibbia” a quell’ora della sera non andassero a caccia di insetti ma si facessero semplicemente il bagno. Leggero il loro immergersi in acqua dal bordo della gibbia che in alcuni angoli è “virdi di lippu”, verde di muschio. Eran frenetiche nel loro nuotare quelle più piccole, che non son più i girini che avevo imparato a riconoscere nei giorni passati. Sono lente quelle grandi nel loro nuotare, insistenti quelle ancora più grandi nel loro gracidare, nota dominante tra i suoni di quell’ora che è già invito alla quiete.

“Ciuscia San marcu, soninu i campani, è notti… e si ficiru i deci”

Quell’estate per me fu davvero una epifania di suoni e di luci. Fu l’unica volta in cui vidi le lucciole. Alcune di loro s’erano adunate proprio sotto casa dei nonni. Ed io, mio nonno e mia madre, richiamati dalle voci dei vicini, potemmo vedere queste meraviglie della natura illuminarsi ed illuminare la notte.

“Ciuscia San marcu, soninu i campani è notti… e si ficiru l’unnici”

Ma la nota bassa che sento in sottofondo non viene dalla casa ne dalla cantina. È il verso di un gufo o di una civetta. Chissà. È appollaiato sulla grondaia della casa di fronte. Lo vedo bene, dalla finestra lasciata aperta di sera per far rinfrescare. Lo vedo bene perché lo rischiara una bianchissima e tremula luna.

Oggi, da adulto, quando sento cantare i passeri mi viene tutt’ora alla mente il viso giovane di mia madre allora poco più che trentenne, che ripete i versi di una poesia di Pascoli. Li recita a me bambino quei versi, ma in realtà io credo, li stia ripetendo a suo padre, che quando lei era piccola, per le feste, chiedeva a ciascuno dei suoi 5 figli la recita di una poesia a piacere. Sono sbiaditi dal tempo quei versi. Ma ne ricordo ancora una parte.

… Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Ma adesso è dicembre, ho da poco compiuto 10 anni. Non si odon cicale, “non ciuscia San Marcu” ed un suono che ispira mestizia viene dal campanile. Le mie guance sono solcate di lacrime, sulle labbra un sapore salato, e la mia bocca è incapace di dire “ciao a nonno Ciccio”. Mio padre mi abbraccia.

Vivo in città oggi, a Roma, da quasi 20 anni. Nella vicina chiesa di Don Bosco c’è il campanile. Ma la mia finestra ha i doppi vetri.