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NON È FRANCESCA

Non so perché rispolvero questa storia che ha 40 anni. Al corso si è parlato di segreti e subito mi è venuta in mente Francesca. È tanto che non ci penso più. Ci siamo incontrate dopo tanto, due anni fa ad una manifestazione di donne, era appena morta mamma. 

Lei mamma l’aveva conosciuta e passeggiare insieme tra tante e tanti, immediatamente vicine, sottobraccio, quasi abbracciate, parlando delle nostre mamme che non c’erano più, è stato confortante. Lei con i suoi capelli sale e pepe, i suoi grandi occhioni azzurri, magra, androgina, spigolosa, scaciata come sempre, bella come sempre. Mi parla di sua figlia, laureata da poco, che cerca lavoro, le dico che forse posso aiutarla. Lei è perplessa, non vuole intromettersi nelle cose della figlia.

Le nostre amiche, chi con me, chi con lei, sanno, ci lasciano parlare tranquille. Mi chiede il mio numero, lo scrive su un pezzetto di carta e lo infila nei jeans, so che non troverà più quel foglietto e non mi chiamerà, così è stato. Eppure Francesca non è e non è stata mai un gran segreto, in quegli anni, metà anni 70, questi segreti non dovevano essere segreti, tutti sapevano anche le cose altre, diverse.

Incontro Francesca ad un corso di formazione, avevamo vinto un concorso, avevo 24 anni, lei due di più. Arrivava da Treviso dove già faceva l’assistente sociale, catapultata a Roma per seguire il suo fidanzato Alfredo, figlio unico di madre vedova, prototipo del borghese piccolo piccolo all’Alberto Sordi.

Lei di una bellezza senza pari, lunghi capelli biondi, grandi occhi azzurri, magrissima, bella ai miei occhi da lasciarmi senza fiato, bella davvero, freakettona, scaciata, vestita con pezze colorate, jeans.  Era come avrei voluto essere. Si aggirava per Roma, città tentacolare a lei sconosciuta, una trevigiana sbattuta nell’estrema periferia romana a metà degli anni 70, tentando di fare l’assistente sociale.

Alfredo non c’era mai, inseguiva sogni di carriera nella sua azienda, spronato dalla madre che l’aveva fatto studiare e laureare. La mamma era la sosia della Sora Lella, che odiava Francesca e da lei era odiata. Non andava bene questa donna per suo figlio, ci voleva una donna di rappresentanza, da poter esporre per la sua carriera, Francesca era impresentabile ai suoi occhi.

Francesca e Alfredo, da quando Francesca era arrivata a Roma, dopo un periodo di convivenza con la Sora Lella, si erano trasferiti in un appartamento mansardato, arredato in modo bestiale con mobili vecchi anni 50/60, che oggi sarebbero di gran moda. Alfredo alto un palmo e venti, usciva tutte le mattine molto presto con la camicia inamidata dalla mamma, perché Francesca non era capace o non voleva farlo. Tornava la sera tardi o dopo qualche giorno per missioni di lavoro. Lei era sempre sola, si aggirava per Roma con i mezzi pubblici, con una cartina stradale in mano: sciamannata, persa, triste, terribilmente sola.

Inizia il corso, tutte figlie di Maria, timorate, preoccupate di fare bella figura, il congiuntivo una chimera, solo io e pochi altri ribelli, già incazzati di dover stare lì tre volte a settimana, gratuitamente, a sentire stronzate reazionarie anzi fascismo puro, ultimo tentativo di inquadrare la futura classe dirigente, alle porte già soffiava il ’77 e tutto quello che sarebbe venuto e già c’era.

Iniziamo a lottare, collettivi, assemblee, coordinamento di corsisti, sempre sotto minaccia di bocciatura ed esclusione dal posto pubblico, ma non ce ne fregava nulla. Io capopopolo, Francesca guardava, si avvicinava, partecipava, era dei nostri. 

Avevo la Vespa e una Fiat 126, inizio ad accompagnarla a casa, abitavamo nella stessa zona, frequenta la mia casa e delle mie amiche, a stare con noi, ogni tanto salgo a casa loro, conosco Alfredo, che si sente tranquillo che lei stia con me, con noi, che non rimanga sempre sola.

Siamo insieme, sempre insieme, andiamo al corso, riunioni, libri, risate, chiacchiere, vicinanza, sempre più unite.

Il loro matrimonio è alle porte. Il matrimonio si svolgerà a Treviso dove Francesca ha la famiglia, Alfredo, la madre e i parenti andranno lì. Vengo invitata, sono perplessa, poi mi si chiede di fare la testimone di nozze, non riesco, non voglio tirarmi indietro. Iniziano i preparativi, le bomboniere, gli inviti, i vestiti, il pranzo, la cerimonia, lei assolutamente distratta, noncurante di tutte queste procedure che non le appartenevano, vengono lasciate alla madre di Alfredo e ai parenti di Francesca, noi continuiamo a girare per Roma, a studiare o a far finta di farlo, rincorriamo sogni, leggerezza, un’altra vita da quella che le si sta prospettando. Ombre e ripensamenti si muovono dentro di lei, la vita è altrove pensa.

Il vestito della figlia dei fiori diventa motivo di scontro, bianco o colorato?
– Non sia mai! – tuona la suocera e allora giriamo, giriamo finché trova una tunica bianca ma non proprio bianca, giallina, a ripensarci era bruttina assai ma su di lei ogni cosa splendeva. Mancavano le scarpe…

Parte e va dai suoi, Alfredo e famiglia arriveranno all’ultimo. Un paio di giorni prima della cerimonia arrivo io dopo un viaggio in treno interminabile. Le scarpe.

Il giorno prima del matrimonio, prendiamo la vecchia Lambretta del cognato e dalla frazione fuori Treviso dove abitavano, iniziamo il giro della speranza. Due folli, che ridevano come matte, capelli al vento, con la Lambretta che si fermava in continuazione e noi due che sembravamo, eravamo le due spose innamorate.

Arriva Alfredo con la madre e i parenti, alloggiano fuori secondo tradizione, il matrimonio di cui non ricordo molto e la prima notte di nozze, quella sì la ricordo.

Alfredo va a letto stravolto, io e Francesca restiamo a chiacchierare tutta la notte, sedute per terra, a ridere in continuazione e a commentare il matrimonio, gli invitati, i parenti, la nostra prima notte di nozze tra chiacchiere, confidenze, tenere, appassionate, divertenti.

Torno a Roma, dopo qualche giorno tornano loro, riprendiamo la nostra vita insieme da dove l’avevamo lasciata, fu inevitabile accettare e decidere di viverci il nostro amore fino in fondo.

Lei, io, l’altro, l’estraneo, sempre più lontano.

La passione dei sensi, dei corpi, l’amore quello totale, simbiotico ma anche una forte intesa emotiva, mentale, siamo travolte, quella mansarda diventa un’alcova senza tempo, in un luogo imprecisato, lui esce, io entro.

Usciamo, rientriamo, facciamo cose, tante, siamo sempre io e lei, lui a mano a mano scompare, svanisce. La nostra storia appassionata va avanti tra fughe, vacanze, separazioni, struggimenti, amore, sesso.

Io fremo, voglio di più, lui intuisce, fa finta di non capire, Francesca si dibatte nell’indecisione, nella paura di sconvolgere ancora la sua vita.

Si separeranno, penso di aver ottenuto quello che volevo, ora siamo sole io e lei.

Una meravigliosa vacanza in Corsica, in Vespa, in tenda, due pazze, senza caschi, cariche come muli, contro venti assurdi che ci facevano ondeggiare sulla strada, pastis, mai più bevuto detesto l’anice, belle, abbronzate, mi ero fissata che volevo fare il periplo dell’isola, così è stato.

Un viaggio in Bretagna e Normandia con amici e amiche con la sua macchina, finalmente aveva preso la patente, comprando una macchina usata rossa, che si scasserà arrivando a Brest. Peripezie folli, incontrando persone meravigliose, ospitali che ci aiuteranno in tutti i modi e che incontreremo di nuovo a Roma per poi perderli di vista per sempre.

Inizio ad aver paura di perderla, lei ha voglia di vivere, io ho paura.

La storia si consumerà dopo alcuni anni, soffrirò moltissimo, consumata in profondità dalla separazione, confusa sulla strada da prendere, cosa volere per me e la mia vita da grande. Lei vivrà libera fino a quando dopo un po’ conoscerà un uomo con cui ancora vive e da cui ha avuto sua figlia.

Ci siamo perse, come sempre amici che si dividono equamente, tutti si sono sforzati di tenerci separate, sapendo quanto fosse pericoloso per entrambe. Ogni tanto un incontro casuale, manifestazioni, riunioni sindacali, sfiorate in un abbraccio veloce, lei più tranquilla, io irrigidita nella memoria dell’abbandono.

Solo una volta, tanti anni fa, mi rintraccia, non so neanche come e mi chiede di vederci. La vedo arrivare sempre uguale, sempre bella. Le chiedo come mai quell’incontro dopo tanto tempo, erano per lo meno 20 anni che non ci vedevamo a tu per tu.

Dopo tanto solo ora mi rendo conto di non averla accolta come dovevo, ho fatto la sbruffona, tutto va bene, sono una strafiga, non mi manca nulla neanche l’amore.

In realtà ero emozionata come allora.

Mi dice che è stata per morire con una polmonite, trascurata, mal curata all’inizio e che mi aveva pensata molto e ora guarita, salva, mi aveva voluta vedere, io che ero stata una delle persone più importanti della sua vita.

Ti stai sbagliando chi hai visto non è

Non è Francesca

Lei è sempre a casa che aspetta me

Non è Francesca

Se c’era un uomo poi

No, non può essere lei

Francesca non ha mai chiesto di più

Chi sta sbagliando son certa sei tu

Francesca non ha mai chiesto di più

Perché lei vive per me …