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Luì

Le nuvole scure di questa sera, di tarda primavera, stanno affondando sull’acciottolato sporco, di sanpietrini neri di loro e di tempo.

Suono.

Si affaccia al citofono.
Io non lo vedo, e lui sì. Effetto tecnologico del videocitofono, che non mi è mai piaciuto, perché è come un controllo incontrollabile, della serie «parla il nemico ti ascolta, e ti vede pure».

«Sono io».

Il click del portone, mi permette l’entrata nell’androne oscuro, mentre allungo la mano per accendere la luce, ascolto arrivare il suo passo per le scale. È una corsa controllata e leggera, denuncia il suo peso ma anche una antica attitudine a nascondersi.

Mi arriva giù in pigiama a pantaloncini corti, che lo guardo senza farmi vedere e penso «ma come cazzo fai a non avere freddo?» Mi viene incontro e mi prende le buste pesanti. Non mi aspetta per le scale, sale su di corsa, tre piani più che ripidi, di un palazzaccio malconcio del centro storico. Io seguo il mio passo, e accarezzo il muro per tenermi. Ce la faccio a salire, questo lisciare il muro mentre salgo è più un vezzo che altro. Sentire come il tempo lo scalfisca di un micromillimetro ogni giorno, il tempo che scalfisce di un micromillimetro ogni giorno la vita, i legami.

Mentre che va su, si lascia dietro una scia, di cipolla e sedano, ma non ha cucinato. No. È l’effluvio della sua adolescenza in ritardo, o del suo poco lavarsi, oppure di entrambe le cose. La massa di riccioli neri oramai gli copre gli occhi, belli, nocciola, grandi, che da piccolo scavavano l’anima, ora scavano parole e immagini, appesi a libri e computer, senza più interesse per le vite degli altri parla da solo, è solo, la solitudine che ha voluto a tutti i costi, allontanandosi da tutti gli amici, dagli affetti.

Chiuso in camera sua studia, si prende il suo tempo, cibo solo l’indispensabile e libri, tantissimi libri che continua a comprare ogni giorno, «Ne ho bisogno per gli esami», libri che formano colonne polverose nella sua stanza, libri che devo attraversare ogni volta che cerco di sistemare e pulire quella stanza.
È distratto senza attitudine per le cose pratiche «Ho bruciato la pentola, avevo dimenticato di averla messa su con l’acqua», Luì se ne frega di avere qualsiasi attitudine, di essere il più bravo, non c’è mai stato bisogno che lo fosse, nessuno se lo aspettava, nessuno glielo chiedeva. Stortura di un sentimento potente che divenne così scontato da non essere più percepito.

«Mi ha chiamato Elia stamattina».

Rompe un silenzio di consuetudine e mi giro verso di lui con la faccia sorpresa, forse se ne accorge, ma figurati se me lo fa notare.

«Dice se vado da lui, ha bisogno di una mano per l’estate».

Rifletto come oggi sia una giornata piena di novità positive, la telefonata di suo fratello, la telefonata di suo fratello per invitarlo, la telefonata di suo fratello per invitarlo a farsi aiutare.

«Cosa gli hai risposto?».
«Che vado».

Ultima ma non meno importante, Luì ha risposto che ci va.
È tanto che non si vedono. Finché erano bambini io ho provato a farli avvicinare, ma era così difficile. Ed ora Elia ha fatto il primo passo e Luì l’ha seguito in una sintonia di ballo che avevano solo nei momenti in cui dovevano allearsi contro di me.

Elia è il mio figlio partorito nel matrimonio, poi il matrimonio è finito ed Elia è rimasto con me. Siamo stati insieme da soli finché non ho deciso di infilarmi in un’altra relazione e quel nuovo papà si è portato dietro Luì, provenienti entrambi, con le ossa rotte, da una storia precedente. Dieci anni di differenza tra i due bambini non sono pochi, due figli unici che si erano incontrati per caso, e che, come i rispettivi genitori non avevano la capacità e forse la volontà reale, di capirsi e conoscersi al meglio. I genitori si sono separati, i figli unici sono rimasti a vivere sotto lo stesso tetto, quello di casa mia, creando una famiglia nuova dai parametri non canonici, una famiglia allargata che per i casi della vita si era ristretta, una famiglia con due maschi e una femmina, dove non sarebbe più entrata ombra di padre, ombra di altro uomo.

Elia, discreto e “raffinato” biondo, occhi azzurri, dal pensiero vigile era sempre stato geloso di questo moccioso secco, piccolo, moro, moro, sguaiato e faccia tosta, che però sprizzava simpatia, col sorriso sempre spalancato.

«Il tuo vero figlio sono io».
«Io amo entrambi».
«Ma perché? Lui non è stato nella tua pancia, vive solo qui, nella nostra casa, è un parassita».

Come facevo a spiegarglielo? Li amavo entrambi. La maternità non è solo liquido amniotico scambiato per nove mesi, ma lacrime, pensieri, dolcezza e guardarsi negli occhi e Elia e Luì erano, sono questo per me. Tant’è che gli anni sono passati tra continue scaramucce finché una sera rientrando in casa ho trovato vetri rotti a terra, grida e trambusto che mi hanno trascinato in camera loro.
Entrambi a torso nudo come due lottatori delle antiche arene romane. Lividi in faccia, sudati, strepitavano, il respiro affannoso accompagnava le botte, i pugni erano forti e il sangue colava dalle bocche. Luì sputava in faccia ed Elia picchiava più forte. Luì si destreggiava a schivare, con gli sgambetti, rideva in faccia al fratello, Elia più grosso e possente lo raggiungeva con impeto per fargli tanto male. Li guardavo con la volontà di gridare ma il dolore mi spezzava la voce. La voce che quando erano piccoli avevo tante volte usato con successo, ora era debole, mi sentivo strozzata. Allora mi sono tuffata nel mezzo, sbattendo le spalle a terra.
Si sono fermati.
In ginocchio, fronteggiati come due lupi, ansimando per la fatica, soffiando e riprendendo fiato. Muti.

«Che cazzo fate? Che cazzo state facendo? Come due bambini e siete due uomini».

Erano in piedi nel silenzio fisico improvviso di quella stanza, che annusando l’aria sapeva di sudore e liti.
Li guardavo seduta a terra, volgendo gli occhi prima ad uno e poi all’altro, aspettando spiegazioni.

«Allora che cazzo di motivo c’è stavolta? Chi ha mangiato più gelato? Chi ha usato i calzini di chi? Chi ha rovinato cosa di chi?».

Elencavo le scuse infantili che ancora provocavano le loro liti nonostante i 19 e 29 anni. Per questi pretesti di guerra di solito riprendevo entrambi in privato, Elia perché era più grande e doveva capire che la sua sete di giustizia non poteva sempre incontrare il carattere del fratello, Luì perché era il provocatore, per farsi vedere, per farsi sentire, per richiamare l’attenzione di Elia o solo perché era fatto così.

«Si è scopato Germana».

Le parole di Elia chiusero ogni via di uscita per le mie parole, mentre entrambi, Elia e suo fratello, uscirono dalla stanza lasciandomi lì, con la bocca aperta.

Raggiunsi Luì in cucina. Era di spalle che rimestava cibo nel frigo, origine dell’unica riga luminosa. Accesi la luce. Il muro che confinava col bagno ci riportava il rumore dello scroscio della doccia, Elia si stava lavando via sudore e sangue, per il dolore ci sarebbe voluto molto più tempo e forse ancora non se n’è andato.

«Cosa ha detto?».

Dovetti ripetere la frase, come tante volte mi era accaduto, per rompere la sua indolenza.

«Quello che ha detto».

Quella frase e il sorrisetto da agitatore, mi sganciarono uno schiaffone a piena mano, mi pentii appena si toccò il disegno rosso delle dita sulla guancia, uscendosene con un ironicamente triste:

«Daje».

Evidenziando che anche nella lotta di prima non gli era andata meglio.

Però poi proseguì:

«Che cazzo vuoi?».

E mi lasciò lì andandosene in camera sua, dove rimase tutta la sera e anche nei sette giorni successivi, uscendo a mangiare unicamente quando ero fuori casa.

Elia uscì dalla doccia. L’acqua calda lo aveva calmato. Lo guardai nel viso, era triste, senza altre parole a descrivere quegli occhi. Lo abbracciai stretto, la mia testa arrivava al suo collo, mi allungai e lo baciai, nel naso il profumo di quando era bambino, e gocce dalla sua testa bagnata mi caddero sul viso, poi anche le lacrime. Non ricambiò l’abbraccio, ma non mi allontanò, rimanemmo così per un po’.

«Domani me ne vado».
«Dove?».
«Ho accettato quel posto a Lisbona, ti ricordi?».
«Avevi detto che non ti piaceva».
«Avevo detto».
«Ma cosa è successo effettivamente?».

Si allontanò da me, mi allontanò, mi spinse via.

«Non capisci? Cazzo, devo farti un disegno sconcio? O vuoi ancora difenderlo quel pezzo di merda».

Prese un mestolo di legno e lo spaccò sul tavolo.
Feci silenzio. Piangendo.

«Che cazzo ti piangi? Te l’ho detto sempre che non poteva stare qui, non è mai stato della famiglia».

Non dissi più nulla.

Non ricordo più tutto quello che successe dopo, io e Luì vivemmo disagiati nella stessa casa, distanti, scambiando il minimo delle parole e dei gesti come fossimo due coniugi che unicamente per bisogno sono costretti a dividere lo stesso ambiente. Quella scintilla non fece che esacerbare qualcosa che covava anche tra noi da tempo. Il suo carattere stava mutando, i suoi valori stavano mutando e quel sorriso che spezzava ogni contrasto andava scomparendo, implodendo definitivamente in quella giornata.

Fino a poco fa.

«Sto cercando il biglietto su Internet».
«E poi?».
«E poi lo compro e me ne vado. Me li dai i soldi?».

Lo stesso sorriso di allora risorge da quegli occhi profondi e ne strappa uno ai miei.

«E l’università?».
«Mi porto i libri e se mi piace la finisco su, Elia si è già informato».

La complicità alle mie spalle e sorrido ancora.

«E con me quando ci ricuci?».
«Quando torno. Se torno».

Ride.