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In mezz’ora

Gentile dottoressa, ho pensato molto al quesito che mi ha posto durante l’ultima seduta, riguardo la cosa più preziosa che manca nella mia vita: d’istinto le ho risposto il tempo, intendendo in particolare il tempo per me, quello che, come ha sostenuto lei, devo imparare a riprendermi; è questa la sostanza di questa “terapia del diario”, così l’ha definita lei, che poi altro non è che raggranellare mezz’ora alle incombenze gestionali della numerosa tribù che ho generato con la complicità dell’uomo invisibile – ah, lo so, vorrebbe che esplicitassi i motivi per cui lo definisco tale, ma dia retta, mezz’ora non basta per elencarli –, e in quella mezz’ora mettere in pausa le continue richieste, le invocazioni, le interruzioni, e dedicarmi a me, a riflettere su chi sono, cosa sono diventata, cosa rimane di me ora che l’uomo invisibile è sparito davvero, all’inseguimento della sua giovinezza sfiorita, che a suo dire si è nascosta fra le morbide e fresche carni della segretaria venticinquenne con cui si accompagna da qualche mese.
Avevo detto il tempo, sì, ma ora, mentre scrivo nel silenzio della mia camera, con i rumori della casa attutiti dietro la porta chiusa, mi rendo conto che non so bene cosa davvero mi manchi di più, forse perché il vero problema è che non so più chi sono, alla fine di un matrimonio durato venticinque anni e cinque figli cui ho dedicato talmente tanto di me da sentirmi, oggi, quasi liquefatta, informe, come un liquido che perde la sua forma mentre il recipiente che la contiene si rompe

“Mamma! Giulia ha fatto cadere la bottiglia del succo di frutta!”.
“Non è vero, è stata Sara!”.
“Raccogliete i cocci e asciugate!”, urlo da dietro la porta.
“Ma mamma!”, ribatte una delle gemelle, provando ad aprire la porta. “Ti sei chiusa a chiave?”.
“Sì, è la mia mezz’ora d’aria, vattene”.
“Sì, ma…”.
“Vai a pulire la cucina!”.
Silenzio.

il silenzio, forse è questo che mi è mancato di più in questi anni? 
Fra il tempo e il silenzio, una bella guerra: il tempo, per me stessa, per i miei pensieri, per i miei acquerelli, per le mie mani – da quanto tempo non faccio una manicure? – o il silenzio, quello in cui mi immergevo quando da giovane mi isolavo da tutto per riempire i miei blocchi da disegno, illudendomi che sarebbe stata quella la mia strada, che la mia arte sarebbe diventata un patrimonio condiviso – illusioni di gioventù, mai avrei pensato che il mio apporto all’umanità sarebbe consistito nel generare cinque figli e cercare disperatamente di crescerli come esseri umani di spessore 

“Mamma, dove stanno le chiavi della macchina? Devo andare in palestra”.
“Guarda, Luca, che la macchina stasera tocca a me!”.
“Marta non rompere, è martedì, oggi la macchina tocca a me!”.
“E’ mercoledì, scemo”.
“Scema sarai tu. Io c’ho la partita, stasera la macchina serve a me”.
“La macchina è dal meccanico”, urlo da dietro la porta.
“Ma mamma! Perché non me l’hai detto?”.
“E io come faccio? Devo andare a studiare da Federica!”.
“Prendete l’autobus e levatevi di torno!”.
“Ma…”.
“Via di lì!”.
Silenzio.

… il silenzio mi manca, sì, ma forse ancori di più mi manca la solitudine, il non dovermi preoccupare che di me, la responsabilità solo di me stessa, e del mio benessere – una sensazione che non provo più dalla nascita del primo dei miei figli: perché lo sa, dottoressa, li amo tantissimo, ma i figli sono stati un’esperienza totalizzante in cui mi sono trovata da sola, immersa in una solitudine carica di responsabilità che non ho potuto condividere con nessuno – perché l’uomo invisibile è stato abile nel far perdere le tracce di sé ancor prima di abbandonarci fisicamente – e ho finito per avere una vita piena, sì, ma di pannolini da cambiare, nasi sgocciolanti da pulire, calzini da appaiare, e, in tutto questo cambiare, pulire, appaiare, lavare, stirare, cucinare, mi sono persa, persa irrimediabilmente forse, persa

“Mamma ho perso il quaderno di matematica!”.
“L’avrai lasciato a scuola” rispondo attraverso la porta chiusa.
“Ma adesso come faccio? La maestra si arrabbia se i compiti non stanno nel quaderno giusto”.
“Andrea, ormai sai leggere, leggi il cartello sulla porta!”.
“S-ciii-o… che vuol dire?”.
“Sciò! Vattene!”.
“Ma…”.
“Vai in camera tua”, urlo.
Silenzio.

persa com’è persa la Voyager che si inoltra nello spazio infinito al di fuori del nostro sistema solare, e io mi scopro desiderosa di essere come quella sonda, vagare lontano da tutto e da tutti, leggera, senza meta, ascoltare solo il fluire dei miei pensieri nel silenzio siderale, perché alla fine ho deciso, è il silenzio la cosa che mi manca di più – che poi è strano, se considero quanto silenzio mi ha donato l’uomo invisibile, che era invisibile anche quando era presente, l’assenza solidificata di un donatore di sperma, cogeneratore di cinque figli di cui non sa nulla, pur avendoli portati a scuola tutti i giorni, condiviso con loro i pasti quotidiani per vent’anni, e ora che se n’è andato la sensazione più potente è che non sia cambiato nulla, l’assenza era assenza anche prima, e il tempo

“Mamma apri, il tempo è scaduto!”.
“Dai mamma, mi devi aiutare a fare i compiti di inglese!”.
“Mamma mi hai stirato la camicia celeste? Domani ho l’esame, mi serve!”.
“Mamma ma ci sono i broccoli per cena? Che schifo!”.

… appunto, dottoressa, il tempo, come diceva Einstein, è relativo: mezz’ora, da questa parte della porta chiusa, non dura che pochi minuti.