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La leggerezza di Jane Austen

Thomas Cadell, l’editore di Londra, scrive: “rifiutato a giro di posta” sulla prima pagina in alto a destra del manoscritto di Jane Austen, First Impression, la prima stesura di Pride and Prejudice; pubblicato diciassette anni dopo da Thomas Egerton, ha subito successo. Jane in una lettera alla sorella Cassandra definisce l’opera “un po’ troppo leggera, brillante, frizzante; le manca un po’ d’ombra”. Ripenso alle sue parole mentre gusto per l’ennesima volta le scene più intense di Keira Knightley nella parte di Elisabeth Bennet. Le immagini del film scorrono sulla brughiera, e la luce biancastra gioca a nascondersi fra le nuvole che turbinano più cupe, per suggerire un’idea romantica del paesaggio. Non sono di certo queste le ombre a cui Jane Austen si riferisce. In effetti Charlotte Brönte è la prima a notare che in Pride and Prejudice mancano del tutto le descrizioni dei paesaggi aperti, delle vaste lande e delle colline blu. Austen delimita giardini con siepi curate che tracciano confini netti, e si concentra sugli interni con la sua facoltà di osservazione sincera, esatta e vivace dell’ambiente della provincia inglese dell’ultimo scorcio del diciottesimo secolo, senza indulgere in alcun vezzo romantico nell’accezione che noi attribuiamo al termine, né evocare turbamenti sentimentali che invece abbondano nel film. 

Penultima di otto figli di un pastore anglicano, trascorre tutta la vita in contee di provincia con rare puntate a Londra. Le lettere alla amata sorella Cassandra che ci sono rimaste sono intessute di fatterelli di quieta vita familiare: s’intrattiene sui lavori di ricamo e di cucito, pulizie dei mobili di casa, arie scozzesi che suona al cembalo, sciarade e indovinelli che ama comporre. Descrive minutamente le festicciole da ballo e i vestiti che indossa: “mi sono fatta fare il vestito nuovo, una tunica bianca tipo cotta davvero superba: un abito a ruota, con una giacchetta e il davanti a doppio petto, aperto di lato, e una trina della stessa stoffa, e le maniche semplici”. Esprime la sua preferenza per i cappelli di mussola o di velluto nero o a turbante con le piume, che chiama alla mammalucca, cappelli “di satin e merletto bianco con un fiorellino pure bianco che spunta dietro l’orecchio sinistro”. 

Si occupa delle faccende domestiche, delle piccole spese e antepone i bisogni di fratelli, sorelle e della schiera di nipoti, alla sua attività letteraria. Per i continui trasferimenti, accade che non abbia neppure una stanza per sé e sia costretta a scrivere nel salottino, sulla sua scrivania di mogano, pronta a nascondere i fogli all’arrivo di qualche estraneo in un cassetto o sotto la carta assorbente. Con i familiari ragiona dei suoi personaggi prendendo il tè, come se facessero parte della vita di casa. 

Nei suoi scritti con maestria e acume si pone di fronte ai caratteri e alle bassezze umane in un raffinatissimo e serrato gioco psicologico. Ritrae la piccola vita borghese con notevoli guizzi di spirito, punte di grottesco, e con lucidità di analisi, per ottenere la quale, bandisce quasi del tutto il sentimento. 

Continuano a scorrere le immagini, nel film il padre di Elizabeth pare persino un uomo saggio. Sii indulgente, Miss Austen, dacci un po’ della tua ironica tolleranza. Lo so, nel tuo libro è descritto come un emerito idiota.