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Di ciò che non si può dire

La strada trasudava umanità, che illuminata da scalcagnati lampioni apparivano come ombre cinesi in un gioco infantile. E tutti andavano di fretta con lo sguardo fisso al suolo. Un cane saltellava con una zampa in aria e pisciava al vento, trainato da un padrone distratto. Una bimba in lacrime, tirava il bordo del cappotto di una madre noncurante, affascinata dai profumi esposti in una vetrina illuminata: ognuno con la sua promessa: ‘Quizas quizas pasion’.
Tutte ombre solitarie e distratte.
Io li spiavo da dietro la vetrina di un bar, quella gente era il pane per i mie denti, i clienti perfetti nel mio mestiere di truffatore.
Sul tavolo giaceva una bottiglia di liquore ambrato, l’etichetta diceva Rum delle Antille, un viaggio nell’alcol esotico e un viaggio etilico nella mia vita di successo. Lo specchio dietro al bancone rifletteva la mia immagine, vedevo un uomo che l’età aveva reso interessante, i capelli brizzolati mi davano un tocco di rispettabilità, mentre gli occhi mi tradivano, erano occhi malvagi.
Ero diventato ricco truffando e sfruttando donne stupide e ricche, del resto quando hai soldi il mondo ti cade ai piedi e si fida di te. Mi potevo permettere qualunque cosa e tutti i piaceri del mondo, eppure non mi bastavano mai perché ero invidioso di natura e questo sentimento mi rodeva, mi corrompeva l’anima, mi confondeva la mente. Era il mio segreto e non ne potevo parlare con nessuno.
Il locale si era riempito velocemente di umanità e di fumo e mentre vagavo con lo sguardo sulle teste della gente ammassata e concentrata su decine di cellulari, riconobbi Francesco, un groviglio disordinato di capelli e una barba lunga e trascurata. Dieci anni che non lo vedevo e lui era sempre lo stesso, se ne stava appoggiato al bancone con una bottiglia di birra nella mano e accucciato ai suoi piedi un cane. Sembrava San Francesco senza essere santo. Feci un fischio e dopo un altro ancora più lungo, non so perché lo feci, il cane si girò curioso e per istinto cominciò a tirarlo verso il mio tavolo…
Francesco mi riconobbe all’istante “sei tu, Giorgio che bello rivederti dopo tutti questi anni, come stai?” disse mentre tentava di tranquillizzare il cane, un bestione bastardo di chissà quale incrocio.
“ciao” fu l’unica cosa che riuscii a dire, non mi alzai per abbracciarlo, puzzava di strada e di cane e mi faceva schifo.
“come siamo eleganti, alla fine hai avuto successo nella vita… ma questo si era già capito all’università, noi a studiare come secchioni, mentre tu te la spassavi con le ragazze, le serate di poker e le feste matte che organizzavi tutte le notti… ma poi ti sei laureato?”
“no! entrai nell’azienda di mo padre” risposi secco
“adesso mi ricordo, tuo padre aveva un negozio di auto usate, quei catorci che nessuno di noi si poteva permettere per quando li vendeva cari” disse Francesco ridacchiando
“e tu che fai nella vita?” non eravamo mai stati amici, al contrario mi era sempre stato sulle palle e adesso quello stronzo mi stava dando sui nervi
“sono tornato ieri dal cammino di Santiago, e sono così felice che abbraccerei tutti” disse allargando le braccia e sparandomi un sorriso sulla faccia dalla tasca della giacca tirai fuori gli occhiali da sole e me li infilai, non volevo che vedesse nel mio sguardo l’insorgere dell’ira. Come poteva quel pezzente, essere felice.
“ma che merda di vita fai, non ti eri laureato in Economia?” gridai digrignando i denti e dando un pugno violento sul tavolo
Francesco mi fissò stupefatto, il cane emise un ringhio sommesso, lui gli fece una carezza poi si voltò e senza rivolgermi la parola se ne andò.
Mentre lo guardavo sparire tra la gente, la rabbia e l’invidia mi salivano su come conati di vomito.
Dovevo uscire da quel posto e dovevo farlo in fretta, nascosi la bottiglia con il resto di rum sotto la giacca e sgomitando contro quella ressa di umanità insignificante uscii dal bar, non potevo più trattenermi, un sapore amaro di bile mi riempiva la bocca.
In strada mi vomitai sulle scarpe e sul vestito.
Maledetto stronzo, ma chi si credeva di essere… un pezzo di merda travestito da santo…
Passai il resto della settimana chiuso in casa, e come sempre succedeva quando l’invidia mi assaliva, la solitudine e una rabbia dolorosa e feroce mi aggredivano fino a spaccarmi il petto e la testa. E di quell’uomo interessante e rispettabile che avevo visto nello specchio del bar, non ne era rimasto niente.
Cos’era la felicità, cosa cazzo significava e perché, proprio io, non la potevo possedere? Renata una delle mie amanti, una volta mi disse: “la felicità non é una cosa che si può possedere, devi saper amare per essere felice e tu caro Giorgio non hai la minima idea di cosa sia l’amore”. La picchiai e la buttai fuori di casa che gli sanguinava il naso e non la vidi mai più.
Mi bruciavano continuamente gli occhi, l’ansia non mi permetteva di dormire e come un fantasma vagavo senza pace per tutta la casa sempre più ubriaco. Avevo smesso di lavarmi e di mangiare, mi era sufficiente l’alcol e più ne bevevo e più l’invidia invece di calmarsi, aumentava di spessore, mi lievitava nel petto lasciandomi senza respiro. Chiamai il mio pusher e lo mandai al diavolo chiudendogli il telefono in faccia, l’idiota mi rispose: ‘come posso farla felice?’ ci si metteva pure lui a farmi ronzare le palle.
Passarono i giorni e iniziarono i dubbi. Perché alla mia irritazione Francesco se ne era andato senza reagire e senza dire una parole? Non era da lui, aveva intuito qualcosa? Non ero stato capace di controllare la mia ira e lui aveva pensato… cosa aveva potuto pensare, che ero un pazzo, uno squilibrato? E se lo andava a raccontare a qualcuno… il dubbio nella mia testa diventava sempre piú certezza, sicuro che ridevano di me, se la spassavano lui e i suoi amici pezzenti alle mie spalle. Non lo potevo tollerare, dovevo fermarlo, dovevo metterlo a tacere… mi assali un desiderio folle di ucciderlo. Sì! gli avrei cancellato quel sorriso dalla faccia.
Fu facile trovarlo, internet è una chiave che apre tutte le porte, le mani sulla tastiera mi tremavano… e finalmente eccolo, una foto riempì il monitor, lui sorridente abbracciato ad una donna e con loro una bambina a cavalcioni sopra quel bastardo del suo cane. Lo stronzo aveva anche una famiglia. Aveva tutto quello che i soldi non possono comprare, ed io non avrei mai potuto avere.
Francesco raccontava tutto della sua vita, le foto delle gite al mare, quelle di Santiago e una di lui e del cane nel parco pubblico sotto casa… e finalmente trovai il suo indirizzo.
Le abitudini ci rendono prevedibili e stupidi, a volte ci uccidono.
Nel giardino come previsto ci stavano solo lui e il cane. Erano le undici di sera e Francesco stava seduto su di una panchina a fumarsi una sigaretta mentre il bastardo correva per tutti gli angoli a lasciare le sue pisciate schifose. Io stavo dietro di lui, nascosto all’ombra di un albero… mi infilai i guanti e dall’interno della giacca tirai fuori un martello a punta da calzolaio, ero eccitato all’idea di fargli un buco in quella testa di cazzo.
Notai il cane bloccarsi e come fanno loro annusare l’aria, Francesco continuava a fumare dandomi le spalle, un silenzio totale attorno a noi, solo qualche clacson in lontananza smuoveva l’aria… agii con calma per godermi il piacere di quel momento… uscii dall’ombra, feci un passo, alzai il braccio con il martello stretto in pugno e fu un istante che non vidi.
Il cane scattò, saltò la panchina e con una precisione chirurgica mi azzannò alla gola… caddi in terra, un dolore terribile mi attraverso il corpo e mentre il sangue mi entrava nei polmoni e negli occhi respirai l’odore ripugnante della sua bocca e l’ultima cosa che udii fu la voce di Francesco:
“ciao Giorgio che sorpresa! Sono felice di vederti”.