L’inafferrabile signor Beckett

Alan Schneider vuole incontrare Samuel Beckett. Ha solo mezz'ora. E fa subito una domanda a cui Beckett non sa rispondere. Anche questo è "vita da scrittore"

Nel gennaio del 1953, al Theȃtre de Babylon di boulevard Raspail, sulla Rive Gauche, va in scena la prima di “Aspettando Godot”. Jean-Marie Serreu dirige in perdita il teatrino, un magazzino trasformato in teatro con un palcoscenico di quattro metri per sei e con circa 230 posti, ma accetta il rischio “stava per sbaraccare tutto e voleva finire in bellezza”. Durante la prima qualcuno del pubblico protesta: “Che noia!”, “Non succede niente!” “Questo non è teatro”, ma quando cala il sipario il pubblico applaude con entusiasmo, consapevole di aver assistito a un evento decisivo e rivoluzionario che consacra Samuel Beckett come uno dei maggiori drammaturghi. Dopo una dozzina di repliche, per tutta Parigi corre la voce che al 38 di boulevard Raspail sta succedendo qualcosa di straordinario e ogni sera si fa il tutto esaurito. Sono costretti a prendere a prestito delle sedie dal caffè più vicino.
L’anno dopo, il regista americano Alan Schneider prova a rintracciare Beckett per appurare se esistono vincoli per l’acquisto dei diritti in inglese. Beckett è solito rifugiarsi a scrivere nella casa di campagna, acquistata con la piccola somma ereditata alla morte della madre, nella periferia di Ussy-sur-Marne, una cittadina a circa settanta chilometri da Parigi. È una villetta rivestita di calce bianca, spartana, isolata, quasi a ricordare che il bianco e il silenzio sono due simboli cari a Beckett. Ha disabilitato le chiamate telefoniche in entrata e, attorno al giardino, ha fatto costruire un alto muro perimetrale per godere di un maggior isolamento. Nessuno sembra conoscere il suo indirizzo. Il regista si mette in contatto con chiunque lavori nell’ambiente del teatro e possa aiutarlo ma senza risultati. Un produttore americano, incoraggiato dal successo dell’opera in Europa, chiede a Alan Schneider di curarne la regia a New York. Il regista, entusiasta di fronte a tale prospettiva, s’imbarca con destinazione Parigi per incontrare Beckett. Gli invia un messaggio per posta pneumatica all’indirizzo dell’appartamento a Parigi all’ultimo piano, nel sesto arrondissement, che nel frattempo è riuscito a individuare. Beckett gli telefona e lo informa di potergli dedicare una mezz’ora. Il regista attende nell’atrio dell’albergo con una bottiglia di Lacrima Christi “l’inafferrabile signor Beckett” che si presenta con un passo deciso, “il volto dai tratti delicati di un levriero”, il logoro giaccone e gli occhiali dall’antiquata montatura metallica. Alla prima domanda: “Chi o cosa rappresenta Godot?”, Beckett risponde diretto: “Se lo avessi saputo, l’avrei detto nella commedia”.

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