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La sorella di Grazia Deledda

Sullo sfondo d’un paesaggio sardo che appare nelle sue magie di luce e di nuvole rosse, aspro di monti dai profili tortuosi, verde di pascoli, di vigne e di tanche tipiche della Barbagia, nasce la passione tra la sorella di Grazia Deledda, Vincenza, e uno studente, amico del fratello Andrea. Frequenta la loro casa a due piani con le scale di ardesia, i muri freschi di calce bianca, le finestre con le inferriate, e si attarda con le sorelle attorno al braciere in sala da pranzo o al focolare centrale in cucina, raccontando aneddoti, pettegolezzi, storie di amori furtivi. Enza “un po’ strana, a volte taciturna a volte di una allegria insolente e isterica” lo ascolta incantata, con gli stessi turbamenti con cui le donne dei romanzi della Deledda vivono la passione amorosa. Vincenza e Gianmario si vedono in segreto nonostante l’opposizione della famiglia di lei, che aspira a un matrimonio più solido. Lo studente, di modeste condizioni e di “scarso patrimonio”, abita in una casa buia in fondo a un cortile. Tuttavia, con costanza e sacrificio riesce a laurearsi in legge.
La famiglia di Grazia è scossa dalla morte del padre. Da tempo se ne stava schivo, tormentato dalle bravate di Andrea e dalla rovina in cui è caduto Santus, precipitato nell’alcolismo. La famiglia osserva un lutto stretto, chiusa in casa secondo i costumi isolani; sprangano le finestre, non ci si può nemmeno avvicinare ai vetri, per qualche anno è necessario mantenere “un contegno sempre rigorosamente triste”.
Enza continua a vedersi in segreto con Gianmario; due zie, “inacidite e sterili”, fomentano maldicenze e mormorano che per causa sua il disonore si abbatterà sull’intera famiglia. La storia dei due giovani diventa spettacolo nel grande scenario della campagna sarda, dove le passioni trovano sempre sbarramenti di regole, usanze e convenzioni. Esasperata, Enza si ribella, è presa da un “attacco isterico, quasi epilettico”. La madre finisce per fissare le nozze. Il matrimonio è però infelice, Gianmario, che non ha terminato il praticantato, è umiliato dal vivere di rendita e rinfaccia a Enza di essersi voluta sposare con troppa fretta. Una mattina, i Deledda vengono avvertiti che Enza sta male. La madre è allettata ed è Grazia a correre dalla sorella. La trova adagiata sul letto, dissanguata, in una “pozza di sangue nero”. Il medico può solo constatarne la morte e il tentativo di aborto. Grazia, prima di avvertire Gianmario e la famiglia, “sotto l’impulso di una forza quasi sovrannaturale”, le chiude gli occhi, la lava, la profuma, le compone i capelli attorno al volto pallidissimo. Mette alla prova sé stessa e il suo coraggio.
In diretta comunione con la sua gente, per ogni gesto impara a comprenderne il significato umano; trae materia dalle vicende di famiglia per i romanzi che conosciamo, e per i personaggi d’indomabile istinto cui la passione appare come una sventura, in un’eterna storia di errore, coscienza della colpa e redenzione.


Grazia Deledda (28 settembre 1871 – 15 o 16 agosto 1936), è stata l’unica scrittrice italiana a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1926.