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“La moglie del rabbino” di Chaim Grade

Come l’intrigante abate Faujas ne La conquista di Plassans di Émile Zola, Perele, la protagonista del romanzo La moglie del rabbino (Giuntina, 2019) suggestivo e coinvolgente romanzo di Chaim Grade – autore ignorato finora in Italia, ma definito da Elie Wiesel tra i più grandi della letteratura yiddish – tesse con fine e dissimulata astuzia una tela per soddisfare la propria brama di potere e di elevazione sociale. La molla che farà scattare in lei, figlia di un gaòn (stimata autorità spirituale ebraica), il desiderio di rivalsa è un torto subito da un giovane e ambizioso talmudista, Moshe Mordechai Ayznshtat, che, dopo essersi fidanzato con lei, la respinge poco prima delle nozze, avendone intuito l’indole “malvagia”. “Sei intelligente, ma non sei buona” le aveva ripetuto più di una volta in tono semiserio. Il contesto è quello delle comunità ebraiche ortodosse lituane (l’autore è nato a Vilnius) tra le due guerre mondiali, con i loro riti, le loro ricorrenze, il loro stile di vita, che vengono descritti con grande forza evocativa e con ricchezza di termini lessicali della tradizione ebraica (alla fine del libro c’è un glossario, utile non solo per la comprensione del testo ma anche per un approfondimento). Dal momento che in tale contesto, dominato da una mentalità patriarcale e maschilista, non è concesso alle donne di essere protagoniste attive della vita della comunità, Perele ha bisogno di manipolare chi le sta attorno per raggiungere i propri obbiettivi. La prima vittima sarà il marito, Uri Zvi Kenigsberg, che sarà costretto ad abbandonare la cittadina di Graypeve, di cui è rabbino erudito e valente predicatore e nella quale vive in pace con se stesso, circondato dall’affetto e dalla stima di tutta la comunità. Pungolato ed incalzato ripetutamente dalla moglie, si troverà coinvolto nella diatriba tra la fazione ultraortodossa dell’Agudà (anti-sionista) e quella ortodossa del Mizrahi (sionista) della più grande comunità di Horodne, città dove la moglie ha preteso che si trasferissero e dove domina la figura di Moshe Mordechai Ayznshtat, l’ex-promesso sposo di lei, che nel frattempo è diventato non solo rabbino di Horodne ma anche un celebrato e venerato “Papa” dell’ebraismo, noto anche aldilà dei confini della Lituania. Per spronare il marito ad assumere incarichi sempre più prestigiosi, volti ad oscurare e ad insidiare la supremazia dell’ex-fidanzato, lei manipolerà anche i figli, uomini pacifici e poco ambiziosi come il padre, dai quali non ha ottenuto le soddisfazioni che si era aspettata e per i quali continua a sognare una posizione sociale più elevata rispetto a quella di negozianti di scarpe che si sono scelti. L’unica a non sottomettersi è la figlia, la quale, a dispetto delle ambizioni materne, si è sposata con un uomo semplice (anche lui commerciante), poco riflessivo, poco cortese e poco pio, “a cui obbedire e non da comandare a bacchetta come accadeva tra i suoi genitori”. Perele riuscirà a manipolare ed a sottomettere tutti coloro che saranno d’ostacolo al proprio progetto e si dimostrerà una donna accorta, intelligente e determinata nonostante la sua gracilità fisica e la sua tendenza ai ripiegamenti ipocondriaci, che saprà trasformare in risorse preziose per piegare la volontà del marito.
Fin dalle prime pagine si viene condotti per mano in un piccolo mondo perduto brulicante di umanità, di simboli, di regole condivise, di tradizioni rispettate ma anche sottilmente re-interpretate, di dinamiche sociali che sono piegate a queste regole e che allo stesso tempo sono mosse da pulsioni profonde e universali in conflitto tra loro (invidia, gelosia, spirito di rivalsa, bisogno di pace, aspirazioni ascetiche e intellettuali). I personaggi sono vivi davanti ai nostri occhi e noi ne intuiamo i sentimenti con immediatezza, con naturalezza, con familiarità, come se ci trovassimo di fronte ad un nostro parente o conoscente. L’indole mite, onesta e caritatevole di Uri Zvi Kenigsberg si svela già nel suo modo di insegnare (“teneva lezioni sulla Mishnà in modo chiaro e pacato, che anche un bambino avrebbe inteso”) o nel suo modo di passeggiare (“Incedeva dignitoso con le mani intrecciate dietro la schiena… Se incontrava qualcuno, gli faceva un amichevole cenno del capo ancora prima che quegli avesse avuto il tempo di dirgli buongiorno e poi procedeva oltre di buon umore, canticchiando una melodia chassidica. Ma quando un notabile gli si avvicinava con volto preoccupato … subito anche rabbi Uri Zvi assumeva un’espressione seria e si metteva ad ascoltare … Poi si portava il concittadino angustiato a casa… e lo ascoltava ancora…”). Anche il personaggio di Perele, che potrebbe apparire eccessivo ed inverosimile, balza ai nostri occhi nitido, credibile, familiare e non privo di una sinistra empatia. Basta qualche pennellata a svelarci la personalità di questa donna (“Per la corporatura minuta e l’abbigliamento si sarebbe potuto paragonarla a una statuetta di porcellana o ad una figurina intagliata nel legno di un carillon, ma le bastava aprire i grandi occhi chiari e corrugare un poco l’alta fronte perché tutti vedessero che quella piccola rebetsin era l’intelligenza fatta persona”; “Sapeva che le parole da lei seminate nella testa del marito si stavano scaldando sotto la neve dei suoi bianchi capelli e avrebbero portato i germogli che desiderava”). Tutti gli altri personaggi, dai figli di Perele agli amministratori della “sinagoga in muratura”, ai giudici della corte rabbinica, alle rebetsin (mogli dei rabbini), agli studenti delle yeshivà e delle kolel (scuole talmudiche), che popolano il vivace e colorito mondo di questa comunità ebraica lituana, si imprimono nella mente del lettore con la forza di un ricordo, il ricordo vivido, appassionato, ironico e ricco di pietas dell’autore, che ha dovuto abbandonare quel mondo per non ritrovarlo mai più, perché spazzato via dalla Shoah. Non c’è però compiacimento nostalgico né facile sentimentalismo in questo ricordo ma solo l’asciutta, rigorosa e lucida consapevolezza del narratore che fa rivivere con onestà e disincanto ciò che è stato.
Non mancano nel libro momenti di intenso lirismo (“I suoi occhi brillavano di una luce segreta rivolta ad un lontano ricordo di quando era ragazza, simile ad una finestra al crepuscolo dove il tramonto abbia lasciato un ultimo bagliore rossastro”) e di fine umorismo (“Rabbi Uri Zvi non conosceva neanche un passo dell’intero Talmud così intricato e pieno di contraddizioni come le parole e gli atti della sua valorosa consorte”).


Immagine di copertina: particolare del libro La moglie del rabbino di Chaim Grade, edizioni Giuntina