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La lettera di Andersen

Se ne stava con il naso all’aria a sognare nel bugigattolo di suo padre ciabattino, in compagnia degli amati burattini. Vestiva le principesse di legno coi veli di carta rosa, creava corazze di stagnola ai suoi eroi; le marionette diventavano i personaggi delle sue storie, recitate davanti alle ciabatte allineate sul banco da lavoro: i suoi spettatori immaginari. Il padre, brandendo la lesina in una mano e una scarpa rotta nell’altra, imitava un condottiero con la lancia e lo scudo, o tirava giù un vecchio volume dallo scaffale, che per recuperare spazio arrivava fino al soffitto. Leggeva i racconti ad alta voce o declamava testi di commedie, mentre il figlio, Hans Christian Andersen, ascoltava seduto sulla panca che gli faceva da letto, nella stanzetta poverissima in cui alloggiavano. La nonna schierava vasetti sul davanzale, con i fiori coltivati in un fazzoletto di terra accanto all’ospizio dove era rinchiuso il nonno, che tutti chiamavano: pazzo.
Non brillava per bellezza, cresciuto come una pertica, con due spalle curve e una fronte che prendeva mezzo viso, spiovente sugli occhi, con la bocca tanto larga che andava a cercare le orecchie quando sorrideva, e un naso imponente.
La scuola era un tormento, seguiva con fatica le lezioni, i compagni cominciarono a deriderlo appena presero confidenza con lui, inserito in ritardo rispetto agli altri, e non gli risparmiarono scherzi crudeli e volgari. Timido e impacciato, tendeva a nascondersi.
Anche il padre coltivava un sogno: lasciò scarpe e ciabatte per arruolarsi e raggiungere Napoleone, uno degli eroi alle cui gesta si era ispirato nelle recite con il figlio. Ritornò deluso per la pace appena siglata e morì sfinito dal viaggio.
Hans decise di partire a cercar fortuna con la lettera di raccomandazione scritta dello stampatore di Odense, custodita nel giubbetto. Con 15 talleri, una lunga sciarpa di lana e gli stivali nuovi. A Copenaghen fu ricevuto nell’elegante salotto di Madame Schall, la ballerina: “Ma cosa desiderate?” gli chiese quando le porse la lettera. Gli confessò la sua inclinazione per il teatro.
“Fatemi recitare. Ho scritto commedie ma per ora mi basta un ruolo qualunque”.
“Che ruolo?”
“Anche da Cenerentola… qualunque, da comparsa o da ballerino. So anche ballare, volete vedere?” Si tolse gli stivali, il cappello a tesa larga e iniziò a battere la mano sul suo tamburello arrangiato, a cantare e a ballare con tali salti e passi sgambettanti che la ballerina pensò fosse pazzo e, spaventata, lo pregò di andarsene.
Tentò allora di presentare le sue commedie al Teatro Nazionale ma gliele respinsero tutte. Trionfò qualche anno dopo in quello stesso teatro da cui era stato tante volte respinto.

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